Questo sito contribuisce alla audience di

Il lato oscuro del Verismo: I Vicerè

Come Victor Hugo anche De Roberto nelle sue opere appartenenti al filone del verismo mette alla luce i lati oscuri dell'animo umano, i conflitti e le lotte familiari, le competizioni generazionali, l'odio, il rancore, la vendetta: qui forse non c'è un crimine, ma tutti gli antefatti per il suo verificarsi.

I Vicerè

(Federico De Roberto)

A cura di Maria Grazia Armone

Il romanzo nasce in una Sicilia feudale e borbonica, è un’epopea familiare

Nella quale la storia della Sicilia e la storia d’Italia, entrano a poco a poco a far parte della sagra della famiglia.

La storia inizia con la morte di Teresa Uzeda, nata Risà, Principessa di Fracalanza, matriarca spietata, radice del gruppo familiare, manipolatrice dei destini della sua prole.

Da questo evento viene alimentata l’opera, dove l’autore pian piano denuncia i retroscena.

Tanti istinti, tanti odi repressi, tante alleanze di convenienza nascono alla lettura del testamento, questo è un romanzo di denuncia e di smascheramento di debolezze umane in cui due sono gli elementi coesivi, l’orgoglio della razza e l’odio che ciascuno dei membri della famiglia nutre per l’altro.

In questo romanzo, che anticiperà il Gattopardo, di Tomasi di Lampedusa, non c’è nemmeno un onda romantica, c’è il ritratto di una aristocrazia marcia e corrotta.

La storia va dal 1855 al 1882, ha come sottofondo grandi avvenimenti: la fine del Regno delle due Sicilie, lo sbarco dei Garibaldi, il plebiscito e l’annessione, la liberazione di Roma, l’avvento della sinistra al potere.

Un’opera nella quale lo scrittore mostra ripulsa ed attrazione verso l’aristocrazia. Grande opera veristica, certamente non ispirata ai buoni sentimenti come i Malavoglia di Verga, anche questa un’epopea familiare di una famiglia di pescatori perseguitata da una fortuna avversa, ma con valori e sentimenti semplici e profondi.

Nei Viceré è spiccata la caratterizzazione dei personaggi che man mano si vanno delineando; messa in scena, cruda e realistica, di una stirpe cinica e potente in cui l’orgoglio della schiatta, di origine spagnolesca, prevale su ogni sentimento.

Fondamentale è il culto del nome e del potere.

La madre non tollera i figli, tranne l’ultimogenito, il contino Raimondo

Per amore del quale infrange le regole del maggiorasco.

Fratelli e sorelle si fanno la guerra, aizzati dagli zii, che non hanno nessun interesse al riparto dell’eredità al di là di quello di seminare zizzania e odio in questa famiglia “sui generis”.

Questo è un affresco vero della nobiltà borbonica, vicereale, dove la cultura viene aborrita …. “per questo esistono i mastri di penne” dice la zitellona Zia Ferdinanda al nipote Consalvo, destinato un giorno ad ereditare.

La zitellona essendo anche lei costretta dalle leggi sul maggiorasco a non ereditare nulla, riesce lo stesso a costruirsi un patrimonio: presta denaro a usura, avara fino all’inverosimile porta all’estremo il vanto d’appartenenza alla famiglia.

Che dire di don Blasco, monaco per costrizione, bestemmiatore, calunniatore, mantiene due o tre ganze è ambizioso e nutre un odio profondo nei confronti dei nipoti.

Questo strano monaco benedettino che non conosce alcuna forma di spiritualità; sempre impegnato fra la corruzione e la trasgressione delle regole al cui ordine appartiene oltre a farsi ragione con le mani dentro e fuori il convento, si fa in quattro a seminare odio fra i nipoti.

Non deve stupire questo suo atteggiamento, perché all’epoca i conventi erano il rifugio dei cadetti della nobiltà.

Chi ha amato il Gattopardo scoprirà in questo affresco uno scorcio della vita aristocratica siciliana ed apprezzerà questo scrittore, giovane prodigio, appena trentatreenne quando portò a compimento questo capolavoro.

Compose l’opera, ma si riteneva inferiore a Zola, e pensava che solo questo fosse l’unico scrittore degno di tenere penna ed inchiostro in mano.

I Magistrali i racconti delle trame ordite dai vari membri della famiglia per l’orgoglio del nome si arriva a creare delle vittime: Teresina, figlia del Principe Giacomo, rozzo, analfabeta e superstizioso e Matilde, dolce, mite e sottomessa sposa del contino Raimondo, che si lascerà morire di crepacuore quando viene abbandonata da questo, con l’avallo della famiglia.

Infine, messe a nudo le miserie morali e fisiche dei protagonisti i quali vantano oltre alla loro origini vicereali la discendenza con la beata Ximena, quasi a voler dire della potenza dei loro avi non solo sulla terra ma di avere delle aderenze anche in cielo. (Anche nel Gattopardo c’è questa similitudine ma manca la cultura, la raffinatezza intellettuale di Fabrizio Cordera Principe di Salina, considerato eccentrico dai suoi pari per via della sua dedizione agli studi ed alle ricerche astronomiche).

Da quest’opera emerge indistruttibilità e l’eternità del potere: borboni quando occorre essere tali, repubblicani quando vince la repubblica.

(Ancora una volta un punto di incontro col Gattopardo, Tancredi sposa Angelica, non solo per la sua avvenenza ma per la sua dote e per il potere del padre, e perché per restare al potere “bisogna che tutto cambi affinché tutto resti uguale”….. potere è anche garanzia di immortalità.)

Maria Grazia Armone