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Levi o dell’Utopia

Un interessante saggio di Angela Ravetta su Primo Levi, l’uomo e le opere, completo di cronologia e bibliografia, da non perdere perché per gli appassionati di letteratura spesso le stesse vicende degli autori e le loro vite, si ammantano di mistero.

Levi o dell’Utopia

E’ uscito nel maggio 2003, edito da Carrocci, la traduzione del saggio “Primo Levi: le virtù dell’uomo normale”. La tesi di Robert S. C. Gordon, docente di letteratura italiana all’Università di Cambridge, è che Primo Levi sia il rappresentante e il cultore delle virtù dell’uomo comune e che si riallacci ad una tradizione che ha illustri precedenti in Boccaccio e Machiavelli.

Levi è un uomo pratico, un chimico laureatosi summa cum laude all’Università di Torino. Dice di sé:

”Sono un uomo normale di buona memoria che è incappato in un vortice”.

Nell’aggettivo normale è racchiusa tutta la specificità di Levi.

[1]“Avevo ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da quattro anni le leggi razziali mi avevano ridotto, a vivere in un mio mondo scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere amicizie maschili e da amicizie femminili esangui. Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione.”

Non era credente prima della deportazione e l’esperienza del Lager lo conferma nella sua laicità: se c’è Auschwitz non può esserci Dio.

È piuttosto un pacato illuminista che rifiuta il privilegio e l’autorità naturalmente riconosciuti al sopravvissuto.

Non c’è autoindulgenza. Attribuisce la sua cattura alla mancata osservanza della dottrina[2]“ …che dovevo più tardi rapidamente imparare in Lager, e secondo la quale primo ufficio dell’uomo è perseguire i propri scopi con mezzi idonei, e chi sbaglia paga; per cui non posso che considerare conforme a giustizia il successivo svolgersi dei fatti.”

Il concetto di giustizia non ha nulla di trascendente ma è legato al rapporto causa effetto, alla misura, all’efficacia dell’azione che attraverso una serie d’aggiustamenti, determinata dalla sensibilità agli insuccessi, giunge al traguardo. L’uomo è tale perché può esercitare la sua facoltà d’agente efficace, di lavoratore, di tecnico. L’orrore del campo nasce non solo dalla mancanza dello sguardo, dalla progressiva disumanizzazione, ma dall’impossibilità di lavorare efficacemente.

I tedeschi stessi sfogano le loro pulsioni d’onnipotenza e di bestialità inadeguate al compito che si proponevano. Non riusciranno né a cancellare la memoria del campo né a sterminare gli Ebrei.

La possibilità di svolgere il proprio lavoro è per Levi ciò che caratterizza l’uomo, l’attitudine che, per gli ebrei di stretta osservanza, rendeva l’uomo simile a Dio, ed è proprio ciò che il nazismo vuole scoraggiare e distruggere.

[3]L’ex chimico Primo Levi in” La chiave a stella” si riprometteva senz’altro di fare un discorso positivo sul lavoro, sull’amore al lavoro. Lui che aveva parlato della tragedia del lavoro coatto ad Auschwitz, non aveva mai ceduto alla demonizzazione del lavoro. Il suo lavoro da chimico gli aveva non solo salvato la vita nel campo di sterminio stesso, e successivamente gli aveva assicurato un ragionevole guadagno ed una pensione, ma gli aveva elargito le esperienze di cui scrivere: “lo scrittore che ne manca lavora a vuoto, crede di scrivere ma scrive pagine vuote.”

Si fa urgente in lui, fin dai tempi del campo, la volontà di narrare, di trasmettere ai contemporanei e ai posteri quello che ha vissuto ma non per aggiungere particolari atroci a quanto ormai è noto ai lettori, quindi non al fine di commuovere, ma per fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano.

Crea un modello linguistico semplificato che permetta di raccontare la Babele del campo. La sua formazione scientifica, l’abitudine a servirsi di modelli per lavorare sui dati dell’esperienza, gli consente di sacrificare parte della memoria stessa in favore della sua trasmissibilità.

Dice Philippe Forest:

[4] “… il romanzo si assegna come compito contraddittorio la rappresentazione dell’irrappresentabile. Rappresenta: racconta (trame, personaggi, temi), mostra (il mondo nella sua presenza concreta e figurabile). Ma il suo orizzonte -da cui procede, verso il quale cammina- resta l’irrappresentabile (il punto impossibile, la parte maledetta dove si guasta il pensiero, dove si disfa il senso).”

Se questo è il compito del narratore, davvero Levi lo rappresenta appieno. La materia del suo narrare si presenta come enigma irrappresentabile fin dalle origini.

Riferisce il sogno ricorrente di tutti i deportati:

[5]“…di essere tornati a casa, di raccontare con passione e sollievo le loro sofferenze passate rivolgendosi ad una persona cara, e di non essere creduti, anzi, neppure ascoltati”

Al suo apparire non si volle riconoscere a “Se questo è un uomo” la qualità di opera narrativa tanto che l’Einaudi, quando procedette alla sua ristampa a dieci anni dalla prima edizione, lo collocò in una collana saggistica.

Ancora Forest:

[6]-… Quando mi piace un libro, mi dicono: “Sì, è molto bello, ma non è romanzo”. Allora, mi chiedo che cos’è…-

Storia di una maturazione, di un viaggio all’inferno dopo il quale il protagonista non sarà mai più l’ingenuo ragazzo che era stato, di cui egli avverte tutta l’affinità con l’esperienza dantesca, ma che non si risolve né ne “Le mie prigioni” di Silvio Pellico né nel “De consolatione philosophiae” di Severino Boezio.

Levi non cerca sollievo e senso nella fede.

Non è un uomo medievale ma non è neppure disposto a aderire al Caos, alle assoluzioni frettolose e sospette:

[7]Non mi intendo di inconscio e di profondo, ma so che pochi se ne intendono, e che questi pochi sono più cauti; non so, e mi interessa poco sapere, se nel mio profondo si annidi un assassino, ma so che vittima incolpevole sono stato ed assassino no; so che gli assassini sono esistiti, non solo in Germania, e ancora esistono, a riposo o in servizio, e che confonderli con le loro vittime è una malattia morale o un vezzo estetistico o un sinistro segnale di complicità; e soprattutto, è un prezioso servigio reso (volutamente o no) ai negatori della verità. So che in Lager, e più in generale sul palcoscenico umano, capita tutto, e che perciò l’esempio singolo dimostra poco. Detto chiaramente tutto questo, e riaffermato che confondere i due ruoli significa voler mistificare dalle basi il nostro bisogno si giustizia, restano da fare alcune considerazioni.”

Usa in Lager invece di nel Lager, seguito da un presente, come se la condizione di chi si trovi in Lager fosse eterna e superasse la somma delle sofferenze che vi si soffrono:

[8]Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango
Che non conosce la pace

Che lotta per un pezzo di pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza un nome

Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.”

Gli aguzzini si possono forse ancora chiamare uomini. Non così le vittime. Levi ricorre alle virtù dell’uomo comune, bandite dal campo, per comprendere quello che ha vissuto.

È una scommessa, un’Utopia: che sia possibile sopravvivere per colui che non risponde colpo su colpo, che ragiona, che distingue, che non si rifugia nell’Aldilà, che non ricorre a sentimenti epici.

Poco prima della sua morte così commentò il suicidio di Améry:






[9]Ammiro la resipiscenza di Améry, la sua scelta coraggiosa di uscire dalla torre di avorio e di scendere in campo, ma essa era, e tuttora è, fuori dalla mia portata. La ammiro: ma devo constatare che questa scelta, protrattasi per tutto il suo dopo-Auschwitz, lo ha condotto su posizioni di una tale severità ed intransigenza da renderlo incapace di trovar gioia nella vita, anzi di vivere: chi fa a pugni col mondo intero ritrova la sua dignità ma la paga ad un prezzo altissimo, perché è sicuro di venire sconfitto. Il suicidio di Améry, avvenuto nel 1978 a Salisburgo, come tutti i suicidi ammette una nebulosa di spiegazioni, ma a posteriori, l’episodio della sfida contro il polacco ne offre un’interpretazione.”

Eppure proprio questa sarà la morte di Levi, che aveva cercato non di perdonare, perché non conosceva atti umani che potessero cancellare una colpa, ma di spiegare, di capire da uomo qual era.
[10]C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus: Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma la tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.”
Angela Ravetta

Bibliografia:
Robert S.C. Gordon, Primo Levi: le virtù dell’uomo normale, Carocci, Roma 2003.

Primo Levi: “Se questo è un uomo. La tregua.” Einaudi Tascabili, Torino 1996.

Primo Levi, “La chiave a stella”, 1991 Torino, Einaudi tascabili, prefazione.

Philippe Forest “Il romanzo, il reale. Un romanzo è ancora possibile? 2003 Rcs libri, Milano 2003.

Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, Torino 2002.

Walter Benjamin, Angelus Novus, Einaudi Torino 1999.

Cronologia di Primo Levi (1919-1987)
































































































































1919


Nasce a Torino il 31 luglio.


1938


Promulgazione delle leggi razziali.


1941


Consegue la laurea e trova un impiego semilegale in una cava d’amianto.


1942


Inizia a lavorare presso la fabbrica svizzera di medicinali Wander.


1943


Dopo l’8 settembre si unisce a un gruppo partigiano attivo in Val d’Aosta. Il 13 dicembre viene arrestato e trasferito nel campo di raccolta di Fossoli (Modena).


1944


In febbraio è deportato nel campo di Auschwitz, dove viene assegnato ai laboratori dell’IG Farben.


1945


In gennaio il campo di Auschwitz è liberato dall’armata sovietica. Dopo aver vissuto qualche mese a Katowice, dove lavora come infermiere, nel giugno inizia il viaggio di rimpatrio che lo porterà, attraverso la Russia Bianca, l’Ucraina, la Romania, l’Ungheria, L’Austria a giungere in Italia il 19 ottobre.


1946


Trova impiego presso la fabbrica di vernici Duco-Montecatini, nei pressi di Torino. Scrive febbrilmente “Se questo è un uomo”.


1947


Si licenzia dalla Duco. A settembre si sposa con Lucia Morpurgo. Levi presenta il dattiloscritto alla casa editrice Einaudi, ma la proposta non viene accettata. Per intervento di Franco Antonicelli, il libro viene pubblicato a Torino dall’editore De Silva in 2500 copie. Accetta un lavoro di chimico presso la Siva, piccola azienda produttrice di vernici. In qualche anno ne diverrà il direttore.


1948


Nasce la figlia Lisa Lorenza.


1956


Ripropone “Se questo è un uomo” all’editore Einaudi, che decide di pubblicarlo nella collana “Saggi”.


1957


Nasce il figlio Renzo.


1959


“Se questo è un uomo” viene tradotto in Inghilterra e negli Stati Uniti.


1961


Traduzioni in francese e in tedesco del libro.


1962


Inizia la stesura de “La tregua”.


1963


In aprile Einaudi pubblica “La tregua”. A settembre il libro ottiene a Venezia il premio Campiello.


1964-67


1964-67 Scrive racconti che verranno pubblicati su “Il Giorno” e altrove.


1966


Assieme a Pieralberto Marchè lavora alla trasposizione teatrale di “Se questo è un uomo”, che verrà messa in scena dallo stabile di Torino nel novembre con la regia di Gianfranco De Bosio. Appare nella collana teatro di Einaudi il testo teatrale di “Se questo è un uomo”.


1967


Raccoglie i racconti nel volume “Storie naturali”, pubblicati sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila.


1971


Appronta un secondo volume di racconti, che firma con il vero nome e intitola “Vizio di forma”.


1975


Lascia la direzione della Siva, di cui rimarrà consulente per altri due anni. Esce il libro di racconti “Il sistema periodico”. Pubblica presso Scheiwiller il volume di poesia “L’osteria di Brema”.


1978


Pubblica “La chiave a stella”, con cui a luglio vince il premio Strega.


1980


Traduzione francese di “La chiave a stella”.


1981


Pubblica “La ricerca delle radici”. A novembre appare “Lilìt e altri racconti”.


1982


Ad aprile esce “Se non ora, quando?”. A giugno il romanzo vince il Viareggio, a settembre il Campiello.


1983


Traduce di Claude Levi-Strauss “La via delle maschere” e “Lo sguardo da lontano”, di Kafka “Il processo”.


1984


Pubblica da Garzanti la raccolta di poesie “Ad ora incerta”. A dicembre appare, edita da Comunità, “Dialogo”, conversazione tra Levi e il fisico Tullio Regge. Esce la traduzione americana de “Il sistema periodico”.


1985


Raccoglie in volume una cinquantina di scritti apparsi principalmente su “La Stampa”, il quotidiano con il quale collabora. Scrive l’introduzione all’edizione tascabile Einaudi di “Comandante ad Auschwitz”: memoriale autobiografico di Rudolf Hoess. Traduzione americana di “Se non ora, quando?”


1986


In aprile pubblica “I sommersi e i salvati”. Escono negli Stati Uniti le traduzioni di “La chiave a stella” e di una scelta di racconti da “Lilìt”.


1987


Escono le traduzioni francese e tedesca del “Sistema periodico”. Subisce un’operazione chirurgica. Accorda i diritti al regista Francesco Rosi per la trasposizione cinematografica da “La tregua”. Si uccide nella sua casa di Torino l’11 aprile.