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Compulsion

Un'inquietante parallelo con la nostra realtà più recente in questa pellicola poco conosciuta del 1959, recensita da Heiko H.Caimi.

LA SUPERIORITA’ DELL’UCCISORE

di Heiko H. Caimi

Frenesia del delitto (Compulsion)
Produzione: USA, 1959, 103 minuti
Regia: Richard Fleischer

Interpreti: Richard Anderson, Bradford Dillman, Dean Stockwell, Orson Welles, E.G. Marshall, Martin Milner, Diane Varsi,

Due studenti universitari, influenzati da un’interpretazione deviata dei testi nietzchiani, uccidono un compagno di scuola per dimostrare la loro superiorità, convinti che si possa commettere il delitto perfetto.

Tratto dal testo teatrale di Meyer Levin, a sua volta ispirato ad un caso reale, quello del celebre delitto di Nathan Leopold e Richard Loeb (che già era stato alla base della strepitosa pellicola di Alfred Hitchcock “Nodo alla gola” e che è stato riciclato da Barbet Schroeder in “Formula per un delitto”), questo film di Richard Fleischer prova ad indagare nella mente dei due criminali, ed a trovare delle ragioni al di là dell’irragionevolezza delle loro azioni.

L’impostazione differisce sostanzialmente da quella del film di Hitchcock, che era basato su un unico, lunghissimo piano-sequenza, che si svolgeva interamente in un appartamento, in tempo reale e che privilegiava l’indagine e la simpatia dell’investigatore (interpretato da James Stewart) rispetto all’analisi delle due menti deviate: Fleischer, come in altre sue pellicole, preferisce avvicinarsi alle menti dei suoi protagonisti, mostrarci tutta l’umanità della loro disumanità, turbandoci con la comprensione di due menti contorte e deviate in deliri di megalomania.

Tutt’altro che spettacolare nell’impostazione, questa pellicola tesa e fredda ci mostra l’agire e l’interagire dei due protagonisti, dei quali uno trascina l’altro nel compimento dell’impresa delittuosa. E, come in altre occasioni (“Lo strangolatore di Boston” e “L’assassino di Rillington Place n°10”), per Fleischer sembra molto più importante l’analisi comportamentale dei criminali, il dramma psicologico, rispetto all’investigazione poliziesca. Nell’arringa finale del loro difensore (interpretato da uno straordinario Orson Welles, nella parte dell’avvocato Clarence Darrow: un monologo che da solo già vale la visione), addirittura, si arriva ad una pretesa d’innocenza tanto più inquietante quanto ragionevole: ragionevole nell’interpretazione che ne dà il personaggio interpretato da Welles, in un estremo appello alla ragione.

Non certo la migliore pellicola di Fleischer, e complessivamente inferiore a “Nodo alla gola”, ma comunque un film che vale la pena di vedere: soprattutto perché ci fa riflettere.

Non mi risulta esista, attualmente, una versione DVD in italiano.

Heiko H. Caimi