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Serial killer e cronaca nera nella Cinematografia

Gli episodi di cronaca nera e i personaggi pluriomicidi, psicopatici e non, si ritrovano nella maggior parte dei polizieschi e dei thriller. Dal Sito Linguaggio Globale.




Freddie Krueger, il protagonista dalla saga di Nightmare




Gli episodi di cronaca nera e i personaggi pluriomicidi, psicopatici e non, si ritrovano nella maggior parte dei polizieschi e dei thriller. Il tema del mostro riecheggia negli episodi in cui gli omicidi avvengono sistematicamente, in modo cruento, spesso a sfondo sessuale o con il coinvolgimento di bambini.

Nel 1931 Fritz Lang gira “M” il mostro di Dusseldorf, in cui un inafferrabile assassino uccide numerose bambine senza lasciare traccia. Nella città viene allora organizzata una fitta rete di vigilantes a cui partecipano anche i mendicanti e i criminali. Così si scopre il primo indizio: l’assassino quando avvicina le vittime fischietta un macabro motivo. Presto il mostro viene individuato da uno dei vigilanti che riesce con un gesso a segnargli sulle spalle una grande “M”. L’uomo è braccato e si barrica in una fabbrica. Viene stanato dalla banda dei criminali che lo conduce in un sotterraneo e lo condanna a morte. E’ infine “salvato” in extremis dalla polizia che lo consegna alla giustizia ufficiale.

Il tema dell’omicida seriale percorre tutta la storia del cinema, si ritrova nel personaggio di Norman Bates, interpretato da Anthony Perkins nel film Psyco (1960) di Alfred Hitchcock, ma anche nell’umoristica e paradossale commedia di Frank Capra Arsenico e vecchi merletti (1944). Qui Cary Grant, unico savio della famiglia, mentre si sta per sposare, scopre che le due care e morigerate anziane ziette sono solite seppellire in cantina i cadaveri degli attempati signori che invitano a prendere un tè, avvelenato nella convinzione di fare loro del bene. Sulla scena irrompe anche il fratellastro che manca da casa da anni, un altro pericoloso pazzo criminale che cerca di occultare un cadavere di uno dei suoi tanti omicidi.

Le pellicole del genere sono spesso ispirate a reali episodi di cronaca: Jack lo squartatore (1958) di Baker e Berman, L’occhio che uccide di Michael Powell (1960), Landru di Claude Chabrol (1963), Lo strangolatore di Boston (1968) di Richard O. Fleisher (ma c’è anche quello di Baltimora, di Londra, di Brighton, di Vienna…).

In tempi più recenti gli psicopatici omicidi divengono macellai, le scene si tingono di rosso in un’orgia di spruzzi di sangue e di scene splatter. E’ la saga di Non aprite quella porta negli anni ‘70, con il macellaio che uccide con la motosega; di Haloween. La notte delle streghe (1978) di John Carpenter, con lo psicopatico Michael che fugge dal manicomio lasciando dietro la sua strada una lunga scia di cadaveri; negli anni ‘80, la saga continua con Freddie Krueger, protagonista di Nightmare, con Venerdì 13, o ancora con Henry pioggia di sangue (1986).

Negli anni ‘90 il tema del serial killer, vero e proprio mostro più che “semplice” pluriomicida diventa di moda. Il silenzio degli innocenti (1990) di Johnatan Demme, lo rilancia con successo. Per riuscire a fermare lo psicopatico assassino che circola uccidendo e scuoiando giovani donne, solo la consulenza dello scienziato-psichiatra Hannibal Lecter - interpetato da Anthony Hopkins - può essere risolutiva. Infatti, il celebre dottore è stato a sua volta un pericoloso serial killer, soprannominato the Cannibal perché era solito mangiare le sue vittime. Così, la giovane agente dell’FBI Clarice Straling - Jodie Foster -, si reca al manicomio criminale per farsi aiutare. Peccato che mentre il mostro viene in breve identificato, Hannibal riesca invece a fuggire.

Nel 1994 è la volta di Oliver Stone che gira Assassini nati - Natural born killers, in cui il tema del killer seriale è affrontato in un modo esasperato e ironico. Il motivo di riflessione è quello dei mass media, sempre alla caccia di notizie sensazionali, che riprendono le stragi in diretta e fanno dell’assassino un eroe positivo che il pubblico segue con ammirazione.

Da un altro punto di vista una riflessione sul rapporto tra mostri e media era già stato affrontato da Marco Bellocchio con Sbatti il mostro in prima pagina (1972). Qui la denuncia sulla spregiudicatezza dell’informazione è incentrata sull’uso propagandistico e strumentale delle notizie. In un clima politico arroventato, in vista delle elezioni politiche, un giovane della sinistra extraparlamentare viene ingiustamente accusato di essere il mostro che ha violentato e ucciso la quindicenne Maria Grazia. Un giovane giornalista, Roveda, scopre che il vero mostro è il bidello della scuola, ma il caporedattore invece di scagionare l’accusato licenzia il giornalista e conserva la notizia per sfruttarla secondo l’esito delle elezioni.

Anche su questa tipologia di mostro non mancano le rivisitazioni comiche. Nel 1992, per esempio, Woody Allen gira Ombre e nebbia, ambientato in una città europea degli anni ‘20 nella quale, di notte, si aggira un mostro omicida che ricorda Jack lo Squartatore. Questo scenario, ripreso in un bianco e nero che rende tutto un po’ irreale, è solo uno sfondo in cui si svolge la storia del pavido impiegato ebreo Kleinman (Woody Allen).
E ancora, il tema dell’innocente personaggio che i media trasformano in mostro si ritrova, con tutti gli equivoci e i fraintendimenti della commedia farsesca, ne Il mostro (1994) interpretato da Roberto Benigni.