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Enrico Solito uno dei massimi esperti su Sherlock Holmes

Enrico Solito rappresenta in Italia uno, se non il maggiore esperto della narrativa che Arthur Conan Doyle ha dedicato al suo controverso personaggio Sherlock Holmes. Su gentile concessione di Sherlock Magazine.












Il saggio di cui parla Enrico Solito (”I 17 scalini”) largamente ampliato e ristampato nel 2004 e acquistabile su www.delosstore.it

Enrico Solito è un punto di riferimento fondamentale per gli sherlockiani italiani e in questo contesto ci sembra corretto presentare una sua intervista che mette in luce il suo modo di vivere questa grande passione. Presidente dell’associazione Uno studio in Holmes di Firenze, Solito non manca di fornire utili consigli e validi commenti al lettore.

Quando è nata questa tua passione per il detective inglese?

Tardi: a 25 anni, mentre preparavo l’esame di medicina legale (sono un medico). L’amico con cui preparavo l’esame, che Iddio lo benedica, mi consigliò di leggerlo. Io, snob, risposi che i gialli non mi interessavano, e lui, con un gelido sguardo, replicò che non erano gialli, ma romanzi gotici sull’epoca vittoriana. E così mi tuffai nella nebbia ad ascoltare carrozze che passano nella notte…

Per chi si avvicina a Sherlock Holmes per la prima volta cosa ti sentiresti di consigliare come lettura iniziale?

Naturalmente le storie originali. Uno studio in rosso, poi Il segno dei quattro: poi The Hound of the Baskervilles (non il mastino! E’ una pessima traduzione) e poi attaccare i racconti brevi, che mi piacciono quasi di più, ma per gustare appieno i quali bisogna già conoscere il personaggio.

Esiste un testo di saggistica che ti sentiresti di consigliare per chi volesse approfondire il Canone e Arthur Conan Doyle (es. Ucciderò Sherlock Holmes)?

Ne esistono migliaia, per i palati più o meno raffinati. Stefano Guerra ed io abbiamo scritto una enciclopedia in italiano, I 17 scalini, ma temo che sia esaurita. Forse ne hanno ancora copie alla Libreria del Giallo di Milano. Oppure il libro di Zatterin scritto per il centenario del primo racconto.

Parlaci dell’associazione “Uno Studio in Holmes”? Da quanto tempo esiste, le iniziative, quanti soci siete, il rapporto con la struttura internazionale…

Esistono centinaia di associazioni nel mondo. Quella italiana è nata nell’87 ed è molto quotata all’estero: nel 2000 abbiamo ricevuto il premio 3 Continents, che è il riconoscimento per la società più attiva in tutto il mondo, istituita dalla prestigiosa FMHC, inglese. Le nostre attività consistono in una rivista cartacea e un sito web e in periodici meeting (in genere uno ogni anno, ma non è obbligatorio parteciparvi): molti di noi scrivono libri e articoli. E’ tutto straordinariamente divertente.

Qualche tempo addietro c’è stata una vostra manifestazione in quel di Firenze. Ci puoi fare un resoconto dell’evento e i suoi punti salienti?

Quanti anni ho a disposizione? La manifestazione si chiamava A week later: e questo perché Holmes il 4 maggio 1891 precipita nelle cascate del Reichenbach in Svizzera. Niente paura: anni dopo ricompare a Londra dove dice che non era morto, ma, fuggito, aveva raggiunto Firenze “a week later”. Così abbiamo ripercorso il viaggio di Holmes, dalla Svizzera a Firenze, ritrovando gli orari dei treni, cercando di capire cosa aveva fatto… e poi abbiamo discusso di chimica e matematica, dei rapporti col Canada e di decine di altre cose: c’erano più di venti relatori da tutta Italia e i presidenti delle società inglese e francese. Poi abbiamo avuto concerti e spettacoli teatrali e tante altre cose che non vi dico. I giornali, la tv e le radio ci si sono buttati come api sul miele: ma come diceva Holmes “la stampa è una istituzione che va saputa sfruttare”. Hai scritto diversi apocrifi, uno ambientato persino a Firenze.

Ci puoi fare una panoramica sulla tua produzione letteraria riferita al personaggio di Doyle?

Sì, ho scritto quattordici racconti brevi (I casi proibiti di Sherlock Holmes, 7 Misteri per Sherlock Holmes - Hobby & Work e The Sherlock Holmes Christmas Carol in Delitti sotto l’albero, Todaro ed.) oltre che numerosi articoli di saggistica. Ora sto preparando un romanzo a quattro mani su Sherlock Holmes e il caso Parnell.

A proposito di apocrifi: qual è la tua personale opinione sugli autori che si propongono con nuove storie basate su Sherlock Holmes? Condividi l’atteggiamento di dame Jean Conan Doyle, o pensi sia giusto che chiunque possa intervenire nel narrare le avventure di Sherlock e del buon dottore?

La questione è grossa. Come sai ci sono centinaia di apocrifi e un buon apocrifo è sempre una gioia per un holmesiano: è il segno che questa è una never-ending story. Ma deve essere buono! E purtroppo il panorama è sconfortante. Vedi, un buon apocrifo deve muoversi nel mondo di Holmes: deve essere scritto con lo stesso stile dell’originale, la stessa lunghezza delle frasi: non ci deve essere nessuna contraddizione con le storie originali, anzi, se possibile deve spiegare particolari oscuri di quelle: i personaggi devono essere gli stessi insomma. In più occorre uno studio approfondito dal punto di vista storico: ai suoi tempi ACD guardava fuori della finestra e scriveva quello che vedeva: oggi un buon apocrifista deve documentarsi se all’epoca esisteva o no il telefono, o l’elettricità nelle case: per il romanzo sul caso Parnell mi sono procurato gli atti del processo originario, gli orari dei treni per l’Irlanda, tutti i documenti sul terrorismo irlandese all’epoca… Un lavoraccio insomma, e non sempre chi scrive lo fa. Così capita di leggere cose immonde: mi fanno lo stesso effetto di un caffè col sale.

Passiamo al grande e piccolo schermo: cosa pensi dello spazio che il cinema e la televisione hanno dedicato finora al detective di Doyle, Italia inclusa?

Anche qui sono stati scritti libri e libri. Una delle discussioni infinite tra noi è chi sia stato il miglior attore… Comunque: di sicuro la maggior parte dei film è paccottiglia. Sono stati loro ad inventare le battute saccenti tipo “elementare Watson”, che non c’è nei racconti, o lo Watson stupido che non capisce niente. Si trovano anche cose splendide: il film di Wilder, la splendida e garbata presa in giro di “Without a clue”, il grande Jeremy Brett… personalmente amo molto il vecchio Peter Cushing. In italia abbiamo avuto due telefilm con Nando Gazzolo. Era attorniato dai migliori attori dell’epoca e si vede: tutto fu fatto con molto rispetto dei racconti originali. Erano davvero buoni: la notizia cattiva è che non si trovano in giro, quella buona che forse ne otterremo una copia dalla RAI.

Pensi che ai giorni nostri possa esistere ancora, narrativamente parlando, un personaggio alla Holmes, in grado di risolvere con grande acume casi analoghi, ma immersi nel mondo tecnologico e caotico che ben conosciamo, assai diverso da Baker Street della Londra vittoriana? Lo stesso Holmes come si sarebbe comportato in quest’epoca così sempre più “virtuale”?

Quello che amiamo di Holmes è sopratutto il suo mondo: la pipa, la nebbia. Portato nell’oggi non è più la stessa cosa. Te lo immagini alle prese non con il cane dei Baskerville, ma con le organizzazioni di pedofili? Ma il suo modo di pensare, i valori che incarna, beh, certo, è un’altra cosa: solo che se metti Holmes nel 2000 che guida la macchina, usa il Pc… non so, tanto vale chiamarlo in un altro modo, ti pare? C’è chi lo ha fatto comunque, e a volte con garbo. Cosa pensi degli altri detective che sono succeduti a Holmes nelle pagine dei libri? Dilettanti. Nessuno ha non dico la bravura o il metodo, ma la forza, lo spessore di personaggio di Holmes e del dottor Watson. Il mio è un credo inossidabile. Tuttavia amo anche qualcuno di loro: una debolezza su cui ti prego di glissare…

28 febbraio 2001 - AUTORE: Luigi Pachì