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I Migliori Incipit di Fëdor Michailovich Dostoevskij

Uno dei più grandi autori della letteratura russa visto attraverso i suoi migliori incipit, tratti da opere intramontabili.

Fëdor Michailovich Dostoevskij (1821-1881)

Besy (I demoni)
Nell’accingermi a descrivere i recenti e tanto strani avvenimenti, svoltisi nella nostra città, in cui finora non è mai accaduto nulla di speciale, sono costretto, per la mia inesperienza, a cominciare un po’ da lontano, e precisamente da certi particolari biografici sul molto rispettabile e dotato di talento Stepan Trofimovich Verchovenskij. Questi particolari serviranno soltanto da introduzione alla presente cronaca; la storia poi, che intendo narrare, seguirà più avanti.
Diciamolo subito: tra di noi Stepan Trofimovich recitava sempre una parte speciale, civile, per così dire, e amava questa parte appassionatamente, tanto che senza di essa, credo non potesse neanche vivere. Non che io lo voglia paragonare a un attore di teatro: Dio me ne guardi, tanto più che anch’io lo stimo.

(Traduzione: Francesca Gori)

Le notti bianche
Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono essere soltanto quando siamo giovani, amabile lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: è mai possibile che sotto un cielo simile possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa? Anche questa è una domanda da giovani, amabile lettore, molto da giovani, ma voglia il Signore mandarvela il più sovente possibile nell’anima! … Parlando d’ogni sorta di signori capricciosi e collerici, non ho potuto fare a meno di rammentare anche la mia saggia condotta in tutta quella giornata.

(Traduzione: Giovanni Faccioli)

Brat’ja Karamazovy (I fratelli Karamàzoff)
Era un bel mattino, chiaro e caldo, verso la fine d’agosto. La riunione della famiglia Karamàzoff in casa dello starets Zossima doveva aver luogo alle undici e mezzo. Come estrema risorsa, s’era ricorso a questa adunanza d’un consiglio di famiglia sotto il patronato del venerabile vegliardo, per risolvere il dissidio sorto tra Fedor Pavlovic Karamàzoff e il suo figlio primogenito Dmitri Fedorovic. La situazione tra il padre e il figlio era estremamente tesa. Dmitri Fedorovic pretendeva l’eredità di sua madre e Fedor Pavlovic sosteneva di aver già dato a suo figlio tutto ciò che gli era dovuto.
(Traduzione: Sergio Balakoucioff)

Dvojnik (Il sosia)
Mancava poco alle otto del mattino allorché il consigliere titolare Jakòv Petrovic Goljadkin si svegliò da un lungo sonno, fece uno sbadiglio, si stiracchiò e aprì finalmente del tutto gli occhi. Per due minuti, però, rimase a giacere immobile nel suo letto come un uomo non completamente sicuro se sia sveglio o se ancora dorma e se tutto ciò che accade intorno a lui sia realtà o non piuttosto la continuazione di un fantastico sognare. Ma ben presto i sensi del signor Goljadkin ripresero ad accogliere, più chiare e più precise, le consuete, abituali impressioni.
(Traduzione: Giacinta de Dominis Jorio)

Idiot (L’idiota)
Alla fine di novembre, durante il disgelo, il treno della linea ferroviaria Pietroburgo-Varsavia si andava avvicinando a tutta velocità, verso le nove del mattino, a Pietroburgo. L’umidità e la nebbia erano tali che s’era fatto giorno a fatica; dai finestrini del vagone era difficile distinguere alcunché a dieci passi a destra e a sinistra. Fra i passeggeri c’era anche chi tornava dall’estero, ma erano affollati soprattutto gli scompartimenti di terza classe, pieni di piccoli uomini d’affari che non venivano da troppo lontano. Tutti, com’è logico, erano stanchi, gli occhi appesantiti per la nottata trascorsa, tutti infreddoliti, i visi pallidi, giallastri, color della nebbia.
(Traduzione: Licia Brustolin)

Il giocatore
Finalmente ero di ritorno dopo un’assenza di due settimane. Già da tre giorni i nostri si trovavano a Roulettenburg. Credevo di essere atteso con chi sa quale ansia, e invece mi sbagliavo. Il generale mi accolse con una disinvoltura eccessiva, mi parlò squadrandomi dall’alto in basso e mi mandò da sua sorella. Era evidente che in qualche luogo erano riusciti a procurarsi del denaro.

(Traduzione: Elsa Mastrocicco)

Krotkaja (La mite)
… D’accordo, fintanto che lei è ancora qui va tutto bene: vado lì e la guardo in ogni momento; ma domani la porteranno via, e io come farò a restare solo? Per il momento lei è lì nella sala, sulla tavola - due tavoli da gioco fatti combaciare; la bara è per domani, una bara tutta bianca con gros de Naples bianco; ma no, ma cosa sto…? Cammino e cammino cercando di chiarirmi la cosa. Sono già sei ore che cerco di chiarirmi, ma non riesco a riordinare i pensieri in un punto.
(Traduzione: Pier Luigi Zoccatelli)

Podrostok (L’adolescente)
Non ho resistito e mi sono messo a scrivere questa storia dei miei primi passi nell’arena della vita, anche se avrei potuto farne a meno. Di certo so una cosa sola: non mi metterò mai più a scrivere la mia autobiografia, nemmeno dovessi campare cent’anni. Bisogna essere troppo bassamente innamorati di sé per scrivere senza vergogna della propria persona. La mia sola scusante è che non scrivo per il motivo per cui tutti di solito lo fanno, cioè per le lodi del lettore. Se a un tratto mi è saltato in mente di scrivere parola per parola tutto ciò che mi è accaduto dall’anno scorso a questa parte è stato a causa di un’esigenza interiore: a tal punto mi ha colpito tutto ciò che è avvenuto.
(Traduzione: Luigi Vittorio Nadai)

Delitto e castigo
All’inizio di un luglio straordinariamente caldo, verso sera, un giovane scese per strada dallo stanzino che aveva preso in affitto in vicolo S., e lentamente, come indeciso, si diresse verso il ponte K.
Sulle scale riuscì a evitare l’incontro con la padrona di casa. Il suo stanzino era situato proprio sotto il tetto di un’alta casa a cinque piani, e ricordava più un armadio che un alloggio vero e proprio. La padrona dell’appartamento, invece, dalla quale egli aveva preso in affitto quello stambugio, vitto e servizi compresi, viveva al piano inferiore, in un appartamento separato, e ogni volta che egli scendeva in strada gli toccava immancabilmente di passare accanto alla cucina della padrona, che quasi sempre teneva la porta spalancata sulle scale. E ogni volta, passandole accanto, il giovane provava una sensazione dolorosa e vile, della quale si vergognava e che lo portava a storcere il viso in una smorfia. Doveva dei soldi alla padrona, e temeva d’incontrarla.

(Traduzione: Serena Prina)

Son smesnogo celoveka (Il sogno di un uomo ridicolo)
Io sono un uomo ridicolo. Adesso loro mi chiamano pazzo. Sarebbe un avanzamento di grado se non mi trovassero sempre lo stesso uomo ridicolo. Ma adesso non mi arrabbio più, adesso li amo tutti, e persino quando se la ridono di me, anche allora, mi sono particolarmente cari. Io stesso riderei con loro, non di me stesso, ma per l’amore che gli porto, se non fossi così triste nel vederli. Così triste per loro perché non conoscono la verità, mentre io, io conosco la verità. Oh, com’è duro essere il solo a conoscere la verità! Ma questo loro non lo comprenderanno. No, non lo comprenderanno.
(Traduzione: Pier Luigi Zoccatelli)

Umiliati e offesi
La sera del ventidue marzo dell’anno scorso mi è accaduta un’avventura assai strana. Avevo passato la giornata a girare per la città in cerca d’un alloggio. Quello nel quale abitavo era molto umido, ed io fin da allora cominciavo ad avere una tosse preoccupante. Già dall’autunno prima mi ero proposto di cambiar casa, ma ad onta di questo divisamento ero arrivato fino alla primavera senza farne nulla.
Avevo girato tutto il giorno senza riuscire a trovare qualcosa di adatto. Il mio desiderio era di avere un appartamento libero, non in subaffitto; mi sarei accontentato anche di una stanza sola, purché fosse molto grande, e, nello stesso tempo, costasse poco.

(Traduzione: O. Felyne, L. Neanova e C. Giardini)

Zapiski iz mertvogo doma (Memorie di una casa morta)
Il nostro reclusorio era situato all’estremità della fortezza, proprio accanto al bastione del forte. Se mai ti capitava di guardare il creato attraverso le fessure della palizzata, - chi sa che non si potesse scorgere qualcosa? - non vedevi se non un piccolo lembo di cielo e l’alto bastione di terra coperto di erbacce, mentre su e giù per il bastione, giorno e notte, passeggiavano le sentinelle; e subito pensavi che sarebbero trascorsi interi anni, e tu proprio così ti saresti ancora avvicinato a guardare per le fessure della palizzata e avresti veduto quello stesso bastione, le stesse sentinelle e lo stesso piccolo lembo di cielo, non di quel cielo che sovrastava al reclusorio, ma di un altro, lontano, libero cielo.
(Traduzione: Alfredo Polledro)

Memorie dal sottosuolo
Sono un uomo malato… Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole. Credo di avere mal di fegato. Del resto, non capisco un accidente del mio male e probabilmente non so di cosa soffro. Non mi curo e non mi sono mai curato, anche se rispetto la medicina e i dottori. Oltretutto sono anche estremamente superstizioso; be’, almeno abbastanza da rispettare la medicina. (Sono abbastanza colto per non essere superstizioso, ma lo sono.) Nossignori, non voglio curarmi per cattiveria. Ecco, probabilmente voi questo non lo capirete. Be’, io invece lo capisco.

(Traduzione: Emanuela Guercetti)