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Friedrich Dürrenmatt (1921-1990)

Conosciamo le opere di Durrenmatt attraverso gli incipit di alcune sue opere.

Friedrich Dürrenmatt (1921-1990)

Die Panne (La panne)
Ci sono ancora delle storie possibili, storie per scrittori? Se uno non intende parlare di sé né romanticamente generalizzare, liricizzare il proprio io, se proprio non si sente obbligato a parlare con spietata sincerità delle proprie speranze e delle proprie sconfitte o del proprio modo di fare all’amore, come se l’assoluta veridicità ne facesse un caso universale e non invece, nella migliore delle ipotesi, un caso clinico, psicologico; se invece intende tirarsi da parte con discrezione, difendere cortesemente le proprie faccende private, ponendosi di fronte al proprio tema come uno scultore di fronte alla materia da cui vuole ricavare una statua, lavorandoci e sviluppandosi attraverso di esso, e voglia, come facevano una volta i classici, non lasciarsi prendere subito dalla disperazione, anche se non può certo negare l’assurdo che ovunque viene a galla, allora scrivere diventa un mestiere più difficile, più solitario ed anche più insensato.
(Traduzione: Eugenio Bernardi)

Der Richter und sein Henker (Il giudice e il suo boia)
La mattina del 3 novembre 1948, nel punto in cui la strada di Lamboing (uno dei villaggi del Tassenberg) esce dal bosco che degrada lungo il vallone del Twannbach, il gendarme di Twann, Alphons Clenin, trovò una Mercedes azzurra ferma sul ciglio della strada. C’era nebbia, come spesso accade nei mattini di tardo autunno; Clenin era già andato oltre ma poi si decise a tornare indietro. Passando aveva gettato una rapida occhiata attraverso i cristalli appannati e aveva avuto l’impressione che il conducente se ne stesse abbandonato sul volante. Pensò che l’uomo fosse ubriaco: era una persona normale, Clenin, e ricorreva sempre alle spiegazioni più ovvie. Perciò decise di affrontare lo sconosciuto non in veste professionale, ma così, da semplice amico.
(Traduzione: Enrico Filippini)

Das Sterben der Phythia (La morte della Pizia)
Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro.
(Traduzione: Renata Colorni)

Das Versprechen (La promessa)
Nel marzo scorso dovevo tenere a Coira, presso la Società Andreas Dahinden, una conferenza sull’arte di scrivere romanzi polizieschi.
Vi arrivai in treno che già annottava- nuvole basse e un nevischio deprimente, e gelo dappertutto. La conferenza si tenne nella sala dell’Unione Commercianti. Il pubblico era piuttosto scarso, dato che quella stessa sera Emil Staiger parlava nell’aula magna del Liceo sull’ultimo Goethe.
Non ero in vena quella sera - neanche gli spettatori lo erano del resto - e parecchi del luogo lasciarono la sala prima che la conferenza fosse finita.

(Traduzione: Silvano Daniele)