Esercizi di Scrittura con Gianfrancesco Turano

Estrapolando alcuni brani di questo interessante autore dalla sua ultima opera offriamo una serie di esercitazioni utili per affinare lo stile narrativo.

Di seguito tutta una serie di frasi per le quali vi invito in tutta onestà a riflettere su come avreste reso voi il medesimo concetto, leggete il passo come riportato e scrivete poi di getto senza pensarci troppo la vostra stesura, così come vi viene, in preda all’istinto.

Andate avanti fino in fondo e poi rileggete le vostre frasi, paragonate con quelle dell’autore e cercate di analizzare le differenze tra il vostro stile e il suo.

Questa è una cosa che nessuno vi può insegnare e alla quale dovete arrivare da soli.

 

Non si tratta di emulare, o di copiare, e nemmeno di ispirarsi, ma più semplicemente  di cominciare a capire dove si sbaglia,e come e perché.

 

Se le vostre frasi rilette dopo le sue vi sembrano figurine di carta tagliate male che si muovono incerte in controluce, e quelle dell’autore vi sembrano invece corpose marionette tridimensionali vive e animate e poste al servizio della narrazione per ottenere l’effetto desiderato, allora cominciate a domandarvi cosa c’è che non va nel vostro stile, dove è necessario intervenire e cercate di porci rimedio.

 

Se invece pensate di essere perfetti e che non vi occorre migliorare il vostro stile perché siete già bravi così, avrei una sola domanda da farvi, anzi due:

 

-Perché non vi hanno ancora pubblicato?

 

E infine

 

-         Come mai state leggendo questo articolo, allora?

 

Per chi ancora mi sta seguendo, cominciate col riflettere su questa frase che io avrei reso più o meno in questo modo.

 

“Il vento imperioso che soffiava dalla strada faceva volare in mille volteggi di carta i tovagliolini del bar, mentre i tavolini restavano ad aspettare i prossimi avventori del tardo pomeriggio”

 

Ed ecco la versione di Turano.

 

Il tendone del bar Sorelle Polimeni batteva la tela granata nel vento schioccando le frange orlate di velluto. I tovagliolini messi fra il piattino di stagno e il bicchiere della consumazione decollavano dai tavoli verso la montagna. Ma lo scirocco tossiva a scarti e le farfalle di velina bianca non superavano la statale, accumulandosi contro il bordo del marciapiede. Le poche gocce piovute erano state spinte altrove senza scoraggiare il passeggio.

 

Ragionate su questo e proseguite con il vostro lavoro, versione e traduzione, comparatele e rendetevi padroni della lingua.

 

E infine per gli increduli ecco un ulteriore illuminante esercizio.

 

Prendete a noleggio la cassetta o il dvd de Il Nome della Rosa tratto dal romanzo di Umberto Eco, mettete la versione sottotitolata in italiano, e confrontate passo passo le battute recitate dagli attori con le frasi indicate nei sottotitoli, notate come cambi enormemente la potenza espressiva anche solo cambiando l’ordine delle parole, o usando un sinonimo al posto del suo omonimo,e tutto questo anche in enunciati brevissimi, composti di due o tre parole.

 

Infine comparate le battute recitate, e le scritte sottotitolate con la frase originaria usata da Eco nel romanzo e potrete verificari da soli l’enorme differenza e il differente impatto.

 

Ed ora sotto con l’analisi delle frasi di Turano, tanto per fare esercizio, e vedrete che miglioramenti.

 

Sabina Marchesi

 

Ma le domande si fecero aspettare. Airaghi attraversava gli isolati sul margine fra paese e campi in un tessuto di rumori selvatici misti a programmi Tv di tarda serata che evadevano dalle finestre aperte.

 

Si era disabituato all’arretratezza.

 

Sammy proseguì oltre le case nella notte ingrassata dagli odori. Superò un posto di blocco dove un carabiniere li guardò passare a occhi sbarrati come un barbagianni inchiodato dai fari.

 

Le ossa della macchina schioccavano, si lussavano, tornavano in sede sotto i colpi delle buche prese dritte.

 

Poco dopo, la salita si acquietò in un falsopiano circondato da ombre di ulivi.

 

Scodando, la macchina s’infilò dentro una stradina stretta fra due margini di pietre che limavano i mozzi delle ruote. Alla fine del sentiero, la masseria sorse sfolgorante. L’aia era abbagliata dai faretti come un campo di calcio in notturna.

 

La donna lo guardava senza muovere un dito, continuando a perdere colpi come un mantice da forgia.

 

Entrò in soggiorno dove l’oscurità si andava sciogliendo. Riconobbe una qualità di luce diversa dalla solita alba serena. Era il colore delle mattine coperte di Milano, uguale a se stesso fino al tramonto, tessuto di tinta grigia in ogni punto.

 

Dall’interno del Bar Polimeni sgorgò un urlo femminile.

 

Mariano studiò bene la mira. Tirò lo schiaffo a mano piena provocando un rumore di zuppiera che si rompe.

 

Airaghi uscì dove il vento poteva pulirlo.

 

La vecchia lo guardò con occhi di un liquido chiarissimo. La pelle le era sprofondata nelle fosse sotto gli zigomi.

“Per favore”, chiese con la voce compressa dalla pena. “Abbiamo già i nostri guai. Andatevene, per favore”.

Il Milanese alzò la testa nella desolazione del corso mezzo vuoto. Se ne sarebbe andato, non prima di terminare.

 

Il cielo prometteva aiuto. Scorreva grigio con sprazzi di nero, andando di gran carriera con lo scirocco piovigginoso.

 

Parlò in tono da perito, misurando gli acri e gli ettari, accatastando i fatti.

 

Enzino rimuginò di sì con la testa verso monte, dove il verde sfidava le nuvole a chi diventava nero per primo. Voltò il fianco e prese la via del felceto rizzato dal vento come il pelo di un cinghiale assalito.

 

Si svestì tranquillo, padrone delle contrarietà.

 

(…) disturbato dagli schizzi di pioggia che finivano prima di incominciare senza decidersi a finire.

 

Ansioso di aria, seppure di un’aria liquida di scirocco.

 

La sua stessa voce gli giunse estranea, deformata da una vibrazione sconosciuta dei polmoni.

 

Lo mordeva lo stesso terrore selvatico che vedeva riflesso negli occhi del compare scarcerato.

 

Si sentì con chiarezza il tonfo compatto di uno, poi dell’altro sportello della Mercedes che si incastravano nel telaio.

 

Il fuoco gli salì dalle budella a pugno chiuso, portandosi come aria sgranata nell’aria.

 

(…) la vetrata grande del pub, dove era seduto fino a poco prima, si tendeva come la pancia di un bevitore di birra prima di schizzare in uno spruzzo d’onda contro il muro opposto.

 

Dopo venne il boato. L’urlo selvaggio dell’esplosione lo buttò  a terra piatto, senza difesa dalla caduta.

 

Gli penetrò nel naso un odore orribile. Tanto concentrato da sembrare corposo, era denso di materie diverse bruciate in uno stesso istante.

 

Con la massima delicatezza, girandogli più volte intorno, raddrizzò Enzino lungo un asse sensato. Oltre quello, non si poteva ricostruire.

 

Al risveglio, gli si incollò addosso un crepuscolo monotono. Fino a metà spiaggia si allungava il mare vecchio che al largo ruminava una striscia marrone di detriti strappati alla costa.

 

Non conservò sogni, ma rimase più vigile che nel pomeriggio, tanto da potere calcolare la cadenza degli intervalli fra le onde e l’alternarsi dei colpi di risacca con l’effervescenza dell’acqua sulla sabbia. Si svegliò all’alba, allegerito dal riposo e dal digiuno. Davanti a lui c’era il sole. Lo scirocco era finito al quinto giorno, contro le previsioni.

 

Il sereno lo invase di forze integre.

 

Scese fino alla riva del mare che si scapestrava in un gonfiore adolescenziale e respirò a lungo la salime.

 

Airaghi fece un passo indietro e corresse quelle righe del bilancio in cui si era assunto responsabilità di altri amministratori.

 

Tenne il cacciavite fermo con la punta rivolta in alto come una candela in processione. Nell’altra mano aveva una carcassa di apparecchio con gli intestini in vista.

 

Sul marciapiede stava piantata come un fungo fossile una fontanella di cemento che singhiozzava in pieno sole.

 

Si meravigliò della panchina. Identica a quando l’aveva lasciata per lavarsi, sembrava diversa. Eppure non c’erano altri sedili. Comprese infine che la differenza non apparteneva alla panchina ma al fatto che, accanto al piede di metallo, valigia e scarpe non c’erano più.

 

Scalzo di fronte a quella circostanza, percepì il deserto che incombeva sulla stazione.

 

Il ferroviere, un uomo di bassa statura annerito dai ritardi, allargò le braccia all’insondabile.

 

Rinunciò a cercare un negozio aperto nella controra jonica e andò a guardare il tabellone giallo e bianco con gli orari.

 

Sopra la pensilina il sole batteva a mano piena, ma un grecale fresco lo diluiva nel cicalio pomeridiano.

 

Le pietre della massicciata erano sferiche e taglienti.

 

L’edicolante si dispiacque in silenzio.

 

La brezza puliva la potenza del sole che gli scendeva a onde lungo la schiena e tagliava ad angolo retto il piano della strada.

 

Nella piazzetta c’erano un paio di anziani seduti su una panchina l’uno accanto all’altro.Tacevano e sembravano severamente impegnati a disconoscersi.

 

A sinistra del palazzo comunale c’era il palo azzurro dove fermava il pullman.

 

Intorno alle sei, una voce scese su di lui per annunciare, da una distanza siderale, l’Intecity Taranto-Reggio.

 

Dopo due minuti Airaghi vide il convoglio affiorare dall’aria tremante, snodarsi su uno scambio e puntarlo con gli occhi tondi del locomotore. La voce superna lo pregò di allontanarsi dai binari. Il treno passò picchiando le rotaie in combinazione destro-sinistro, destro-sinistro, fino a svanire.

 

L’ombra si era sparsa lungo la pensilina.

 

Il sole avviato verso la montagna si rifletteva sul parabrezza oscurandolo in modo impenetrabile.

 

Mentre aspettava, il buio maturò.

 

Il primo soffio di vento di terra spense l’odore acuto della fasciatura.

 

Fu presto sull’orlo dei giardini nel profumo materiale della terra.

 

Procedevano in armonia con gli scatti degli animaletti fra gli sterpi coperti dal volo degli uccelli notturni in caccia.

 

Luna e metallo rispondevano con un riflesso identico.

 

I passi dei tre uomini compressero i sassolini con rumore di mandibola che mastica torrone. In fondo al rettilineo affiorava una luce diversa da quella lunare, spuria di un alone itterico.

 

Di lì  a poco sbucarono dall’ombrello di olivi nell’aia.

 

Mariano il Pazzo gli stava offrendo un sorriso sconfinato.

 

Airaghi rimase nell’abbalgio del cortile.

 

Alzò lo sguardo per cercare la fonte della luce e la vide, così accecante da cancellare le forme dei riflettori da cui veniva.

 

Il tepore lo fulminò. Un benessere cieco si sparse in ogni zona del cervello privandolo della gravità.

 

In quella beatitudine, aveva un solo desiderio, bello come un’amante in ritardo. Gli sarebbe piaciuto essere nella stessa posizione, con la stessa luce pomeridiana, però dentro un mare sottile, in un fazzoletto di onde sonnecchianti.

 

Gli vennero in mente le felci di Natile, fruscianti sotto la spazzola dello scirocco.

 

Nessuno che avesse visto quel verde aveva mai concepito di farne a meno.

 

Airaghi prese a ridere, in tono basso, per i fatti suoi, quasi l’avesse inventata lui quella barzelletta.

 

Airaghi restò a scrutare il soffitto dove ondeggiavano in qua e in là le lance delle felci al vento.

 

Fu il turno della madre di ridere, trasformando le lacrime in una serie di singulti indecisi. La donna si fermò sentendo che quel riso fasullo la trascinava verso un pianto disperato. Lo frenò prima che la infiocinasse.

 

Airaghi distolse lo sguardo dal felceto che spumava nel vento del sud (…)

 

Le felci muggivano all’avvicinarsi del temporale che caricava il sangue di elettricità portando ovunque semi profumati.

 

Brani tratti da Ragù di Capra di Gianfrancesco Turano edito da Dario Flaccovio Editore per la collana Gialloteca curata da Raffaella Catalano

 

 

 Sabina Marchesi

 

 

 

 

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