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Il Cinema Giallo 1

Pochi connubi si sono rivelati di lunga duratura e prolifici come quello tra il Cinema e la Letteratura Gialla. Praticamente non si contano i Romanzi Gialli che sono stati oggetto di una riduzione cinematografica.

Pochi connubi si sono rivelati di lunga duratura e prolifici come quello tra il Cinema e la Letteratura Gialla. Praticamente non si contano i Romanzi Gialli che sono stati oggetto di una riduzione cinematografica. Con alterni successi, certamente, ma con una continuità praticamente assoluta, al punto da rendere il Cinema Giallo un vero e proprio filone a sé stante.

 

Parliamo di pellicole dagli esordi sconosciuti, o di produzioni che hanno goduto della partecipazione dei più altisonanti nomi del mondo di celluloide. Registi prestigiosi e attori holliwoodiani, grandi nomi dello spettacolo, attori impegnati e sulla cresta dell’onda,  praticamente nessuno ha mai rifiutato di partecipare a una Pellicola Gialla. Perché il successo di pubblico è, sempre e comunque,  assicurato.

 

Tanto che ultimamente si tende a tingere di una connotazione Gialla anche un tipo di produzione che tecnicamente gialla non è, nel tentativo di conferirle un sapore più autentico, più accattivante e stimolante.

 

Il pubblico ama il Giallo, conosce i suoi protagonisti, tifa per l’investigatore o per la vittima di turno, si immedesima nei ruoli, partecipa, si compenetra, ed esce dalla sala cinematografica con la testa libera, consapevole di aver vissuto alcune ore di vero spettacolo, senza coinvolgimenti ossessivi o pretese di chissà quali messaggi più o meno impegnati, sociologici o culturali.

 

Il Giallo piace perché rappresenta uno spaccato della realtà, un flash, un fermo immagine, senza alcun tentativo di razionalizzazione, senza spiegazioni, senza interpretazioni.

 

Il pubblico conosce bene la realtà, ha un’approfondita nozione delle debolezze umane, delle miserie, delle problematiche sociali, non ha bisogno di andare al cinema per farsi coinvolgere nella visione  di una pellicola altisonante con pretese di socializzazione. Non ha bisogno che qualcuno gli spieghi il come e il perché delle umane incertezze. Il cammino degli uomini dai tempi dell’Antico Testamento in poi è cosparso di miserie, di dubbi, di errori, di colpe. Non occorre spiegare nulla a nessuno.

 

Quello che si ricerca nella visione di un film Giallo è semplicemente il confronto con uno spaccato di realtà. La percezione di un singolo momento statico, che ci viene mostrato, spiegato e analizzato. Conoscere le motivazioni, le dinamiche, le strategie, le connotazioni psicologiche di quell’unico breve momento, e la sua soluzione evolutiva. Nient’altro. Vittima, Assassino, Motivazione e Condanna. Nulla di più semplice. Matematica pura.

 

Tutto il resto si racchiude nell’attuazione di un meccanismo rassicurante più volte collaudato. Niente voli pindarici. Movente, Mezzo, Occasione.

 

Si dice da più parti che i Gialli sono ripetitivi, prevedibili, raziocinanti. Ma è proprio questo che il pubblico ricerca. La confortevole certezza, una volta tanto, di sapere già come le cose andranno, con la soddisfazione, di quando in quando, di sentirsi un passo avanti rispetto all’investigatore di turno e di riuscire a indovinare il finale prima dei titoli di coda.

 

Un divertimento innocente in fondo, e pienamente legittimo. Se uno andasse al cinema per riflettere sui mali del mondo, magari se ne starebbe a casa sua, a pensare ai suoi problemi personali o domestici. Già di per sé stessi sufficienti a tenere occupata un’intera schiera di sociologici, psichiatri, economisti e politici a tempo indeterminato.

 

Quella che segue, nel più puro stile cinematografico, è una velocissima carrellata tra pellicole vecchie e nuove, famose o sconosciute, valide e meno valide, riuscite o terribilmente pasticciate, ma tutte dedicate rigorosamente al Giallo, Giallo Classico o d’Indagine.

 

Molti ritroveranno con piacere vecchie visioni apprezzate nel corso degli anni, o reperti sconosciuti semisepolti dalla polvere dei tempi, nuove interpretazioni e riuscitissimi remake, ma per tutti gli appassionati sarà come una piacevole reimpatriata tra amici vecchi e nuovi, da ricordare con affetto e sempiterno, autentico e rarissimo piacere.

E come gli adepti di una setta religiosa a chi non ci comprende possiamo dire: “Chi non conosce non sa cosa si prova

 

Sabina Marchesi

 

Il Mistero del Falco Usa 1941 Bianco e Nero Con Humprey Bogart Regia di John Houston Titolo Originario The Maltese Falcon

Tratto dal romanzo Il Falcone Maltese di Dashiell Hammet, uno degli autori gialli che meglio hanno saputo indicare una nuova via di sviluppo al filone classico. Storia intrigante di un detective chiamato a indagare su una misteriosa statuetta a forma di falcone che reca con sé una terribile quanto sconosciuta maledizione.Attorno a questa statuetta si sviluppa una caccia senza quartiere, tutti la cercano, tutti la vogliono. Il detective di turno, magistralmente interpretato da un Bogart senza incertezze e imperfezioni, è il tipico eroe burbero, cinico, un po’ depresso, fortemente negativo, male in arnese e pessimo con le donne. Verso la fine della pellicola si riscatta mostrando lati insospettabili di onestà e  di imprevedibile romanticismo. Il falso cattivo in pratica, come il suo omologo e più famoso Philiph Marlowe, inventato dalla penna di Raymond Chandler, ancora interpretato da Bogart, che con la sua personalità e il suo fascino ha saputo renderli entrambi immortali. In questo film appare forse per la prima volta il personaggio della Dark Lady, l’assassina dalle sembianze angeliche, la femme fatale, intensamente impersonata da Mary Astor. Un archetipo che sarebbe poi diventato famoso e ripetuto all’infinito nelle narrazioni di genere. Un Giallo Noir dalle connotazioni romantiche di cui rimase famosa la sequenza finale nella quale Bogart prende in mano la statuetta del falcone, niente affatto preziosa, e nell’esaminarla pronuncia la storica frase “costruito col materiale di cui son fatti i sogni…

 

La Donna Che Visse Due Volte Titolo Originale Vertigo Regia Alfred Hitchcook Con James Stewart e Kim Novak Colore Usa 1958

In assoluto uno dei film più controversi del Maestro del Brivido. Trasposizione cinematografica di un romanzo di Boileau e Narcejac, questa pellicola presenta rispetto al testo originario parecchie digressioni e varianti. La Parigi amara e maliconica anni quaranta viene trasporta in una San Francisco anni Cinquanta la cui atmosfera soffusa e tetra nulla sottrae all’ambientazione originaria. Quello che viene invece completamente stravolto è lo scorrimento sequenziale degli eventi e l’impostazione dei piani narrativi. Mentre nel romanzo, secondo il più puro stile giallo, il lettore scopriva la verità praticamente nell’ultissima pagina insieme al protagonista, nella versione cinematografica si gioca d’anticipo e la verità viene rivelata con un forzato flashback che annulla ogni meccanismo di suspense, rivelando troppo presto al lettore ogni retroscena. Inoltre il film focalizza molto la narrazione sulla personalità di Judy, peraltro magistralmente interpretata da una magnifica Kim Novak, dimenticando che il fulcro del romanzo era il tentativo del protagonista di far rivivere forzatamente una donna morta, mosso dai sensi di colpa e dal rimorso. A causa di questa diversa trasposizione il finale del film non risulta così trascinante come quello del romanzo, ma ogni cosa viene perdonata di fronte alla perizia tecnica del Maestro che con questa pellicola sperimenta alcune ardite inquadrature poi passate alla storia. Per rendere lo straordinario effetto della vertigine e della paura del vuoto che inchioda il protagonista nella scena madre del film, il regista ricorre a una innovativa quanto rischiosa combinazione di carrello indietro e zoom ravvicinato della telecamera, realizzando una delle migliori sequenze cinematografiche mai realizzate con gli strumenti allora a disposizione, e forse anche più persuasiva di tanti effetti speciali che oggi si approntano con l’ausilio delle moderne tecnologie informatiche.La storia è intrigante  e presenta tante delle tematiche che furono care al grande regista. Lla paura morbosa dell’altezza, un trauma insanabile nascosto nella storia personale del protagonista, la forte ambiguità morale dei personaggi, la contrapposizione tra la compagine maschile e quella femminile. Il Poliziotto John “Scottie” Ferguson dopo un incidente in servizio soffre di gravi vertigini e lascia il corpo di Polizia, accettando di indagare per conto di un amico e sorvegliando sua moglie Madeleine, convinta di essere posseduta dallo spirito di un’antenata, Carlotta Valdes, morta suicida circa un secolo prima. Una trama accattivante, una partenza suggestiva che non si smentisce nel suo proseguimento. Scottie resta stregato dalla figura inquieta e sofferente di Madeleine, e sviluppa nei suoi confronti un’ossessione quasi morbosa. Tra i due nasce una storia d’amore quando la donna tenta di buttarsi in mare e Scottie la trae in salvo. Tuttavia è in serbo un grande colpo di scena, la sfortunata Madeleine si arrampica sul campanile di una missione spagnola e tenta di buttarsi nel vuoto, Scottie paralizzato dall’altezza, si trova impotente ad intervenire ed è costretto a guardarla cadere e schiantarsi al suolo. Dopo una lunga cura psichiatrica Scottie incontra casualmente una donna bruna, Judy, perfettamente identica alla bionda Madeleine. Se ne infatua morbosamente e tenta in varie riprese di renderla il più simile possibile alla donna defunta, facendole cambiare il colore dei capelli e la foggia degli abiti. A questo punto emerge un intrigo diabolico intessuto alle spalle dell’ignaro protagonista che si concluderà in uno dei più drammatici finali della storia del Cinema. Ancora oggi il film è oggetto di venerazione, di citazioni e remake, diventando uno dei lavori più emblematici e rappresentativi del grande Hitchcock.

 

La Finestra sul Cortile Titolo Originale Rear Window Con Raymond Burr, James Stewart e Grace Kelly Regia di Alfred Hitchcock Colore Usa 1954

Chi non ha mai sentito parlare di qualche innocua vecchina che con la scusa delle osservazioni ornitologiche spia il vicinato armata di un binocolo? Qui ad essere dedito al voyuerismo cittadino è un abile fotoreporter, bloccato a casa da una gamba ingessata, che per diletto osserva il mondo prospiciente alle sue finestre attraverso il potente teleobiettivo della sua macchina fotografica. Un campionario variegato di umana normalità si offre al suo sguardo curioso e annoiato, vizi, litigi, virtù e piccole manie comuni a tutti i nostri vicini di casa in qualunque parte del mondo. Ma a un tratto cogliendo alcuni particolari e collegandoli tra loro il nostro Jeff (James Stewart) crede di intravedere addirittura le tracce di un delitto, ma la polizia, sentendo parlare solo di un cagnolino soppresso e della supposta sparizione della moglie del vicino, la Sig.a Throvald, non ritiene opportuno procedere ad ulteriori accertamenti. Così Jeff con l’aiuto della elegantissima fidanzata Lisa (Grace Kelly) decide di indagare per conto suo nel tentativo di produrre delle prove convincenti. Lisa rischia di essere scoperta in casa del vicino, proprio mentre sta effettuando una perquisizione e  Jeff è costretto a intervenire per salvarla. Ci riesce attirando l’attenzione del truce Sig. Thorvald (Raymond Burr) dalla finestra. Ma ora l’oscuro uxoricida sa di essere ossservato, capisce che il suo segreto non  è più tale,  e decide di passare al contrattacco. Jeff si salva solo grazie alla sua prediletta attrezzatura fotografica il cui flash provvidenziale confonde l’assassino giusto in tempo per far intervenire le forze dell’ordine, giunte in tardivo soccorso. La visione cinematografica di Hitchcock di questo voyeurismo cittadino è passata alla storia in una serie di sequenze parallele in cui i vari membri del vicinato si muovono dietro le loro finestre come tante televisioni simultanee tutte accese su un canale diverso. Un’insolito connubio tra suspense ed humour tipicamente britannico. Un film corale basato su microtrame parallele che esplodono alla fine in un compendio unico verso il gran finale  a carattere drammatico. Tratto da un romanzo breve di Cornell Wollrich il film rispetta sostanzialmente l’andamento della storia ma si sofferma come tipico di Hitchcock ad amplificare alcuni aspetti sempre particolarmente enfatizzati dal regista in tutte le sue produzioni. L’ambivalenza dei protagonisti che qui vede il “buono” sotto le vesti inedite di un voyuer, la tensione di alcuni momenti particolarmente drammatici tra cui quello indimenticabile dove il protagonista non vede subito che Lisa sta per essere scoperta, perché distratto da un’altra donna che presso una delle tante finestre del vicinato sta per togliersi la vita,  la confusione di tante umanità che si fondono assieme con i loro contrasti e le loro debolezze, e l’occhio dello spettatore che segue quello che accade in perfetta simultanea con il protagonista, ma in maniera più diretta e partecipe, focalizzando subito,  al contrario di Jeff, il momento cruciale, mentre questi viene distratto da altro. Ne scaturisce uno dei Film più perfetti di Hitchcoock che risulta il più citato, amato ed imitato assieme a Vertigo e a Pshyco.

 

Phsyco Con Janet Leigh, Anthony Perkins Bianco e Nero Regia Alfred Hitchcock Usa 1960

Tratto dal Romanzo omonimo di Robert Bloch, questo film è passato alla storia come uno dei pilastri della nuova cinematografia, realizzato con un budget ridottissimo e con l’impiego di autori sconosciuti, senza alcun nome di richiamo, ha battuto ogni record in assoluto quanto a tentativi di imitazioni, richiami e citazioni.La storia è semplice ma narrata in maniera superba, cinematograficamente parlando. Una giovane segretaria fugge con una cifra considerevole che avrebbe invece dovuto depositare in banca per conto del suo principale. Colta da un temporale si ferma a dormire  in macchina lungo la statale, e dopo un banale controllo di polizia si risolve a fermarsi presso un Motel. Un piano di fuga non troppo organizzato la porta così a pernottare presso un alloggio di fortuna, scelto a casaccio. Gestore del Motel è Norman Bates, cui Anthony Perkins ha saputo conferire una connotazione davvero inquietante con la sua magistrale interpretazione. Dedito all’impagliatura degli uccelli il giovane Norman sembrerebbe inoffensivo ma presto le cose si complicano. Il Motel fatiscente è praticamente abbandonato, a pochi metri di distanza campeggia funesta la sagoma in controluce del cottage dei Bates (interamente ricostruito negli Studios e ancora oggi meta di pellegrinaggi turistici) dove alloggia il giovane Norman con la sua anziana madre, psicolabile e violenta. La giovane segretaria si rifugia sotto la doccia, mentre ascolta le urla della anziana signora provenire dal cottage in una dura reprimenda contro Norman colpevole di dare troppa confidenza alle giovani donne. Sotto la doccia si consuma inopinatamente senza alcun preavviso la macabra sequenza del delitto, dove Janet viene uccisa a colpi di coltello da una mano assassina non identificabile, in parte celata dalla tenda della doccia, ma che sembra tanto appartenere alla vecchia signora. Questa scena è rimasta famosa negli annali della cinematografia per le metodologie di ripresa particolarmente innovative per l’epoca, non a caso la scelta del Bianco e Nero per una pellicola relativamente recente. Il giovane e interdetto Norman scopre il corpo, ripulisce il luogo del delitto e si disfa del cadavere. Quando giunge sul luogo un investigatore privato alla ricerca della ragazza la situazione precipita, al punto che l’investigatore stesso viene ucciso colto sul fatto nel tentativo di penetrare nel cottage per parlare con la madre di Norman. Solo alla fine veniamo a scoprire che la madre di Norman vive ormai solo di vita apparente, impagliata come un uccello sopra la sua sedia a dondolo in soffitta e che il povero ragazzo, colpevole di tutti gli omicidi, è affetto da una doppia personalità. Colto dai rimorsi per averla uccisa si è identificato con lei al punto da rivestire i suoi stessi panni e da uccidere per sua mano tutti coloro che incautamente si intromettevano nel loro maniacale isolamento.  Non doveva essere il miglior film di Hitchcock e nemmeno lui ne era molto convinto, ma di fatto è stato quello che lo ha definitivamente consacrato alla leggenda. Interesserà sapere che la critica e la censura si accanirono a lungo su questa pellicola, a causa della eccessiva crudezza di determinate scene, che poi di fatto sono quelle che hanno reso immortale questo film nella storia del cinema. Non era certo il primo tentativo della cinematografia di esplorare le vie misteriose dell’inconscio freudiano, ma sicuramente è, e rimane, a distanza di anni l’esperimento più riuscito, al punto da consacrare per sempre il povero giovane attore Anthony Perkins al miglior ruolo di “pazzo” mai interpretato sul grande schermo

 

Ascensore per il Patibolo Regia di Louis Malle Con Jeanne Moreau  Bianco e Nero Francia,1958                                                                                                 Interessante trama gialla in cui l’assassino riesce a compiere il delitto perfetto ma, ironia della sorte, viene incriminato per un altro che non ha commesso. Julien uccide il marito dell’amante con la connivenza di lei. Nel lasciare il luogo del delitto rimane intrappolato nell’ascensore dando luogo alla scena celeberrima in cui tenta in ogni modo di uscire dalla trappola. Riesce nell’intento solo all’alba in tempo per scoprire che due teppisti hanno rubato la sua automobile investendo alcuni turisti. L’uomo viene incriminato per questo delitto e non avrebbe altro modo di discolparsi che condurre gli agenti sul luogo del vero crimine da lui perpretato. Con un colpo di scena magistrale la sua amante all’ultimo momento riesce a salvarlo, ma alla fine la verità nonostante tutto viene a galla e i due amanti diabolici vengono finalmente incriminati e condannati al patibolo. Un gran bel film con validi attori, che ripropone in chiave nuova il classico tema del delitto perfetto.

Assassinio sull’Orient Express  Regia di Sidney Lumet  Con Sean Connery, Jacqueline Bisset, Lauren Bacall, Anthony Perkins, Albert Finney, Ingrid Bergman Colore Gran Bretagna,1974                                                                                                         Storia curiosa di uno dei romanzi più acclamati della Christie, che lei però dichiarava di aver buttato giù in tutta fretta e che non era certo in testa alla lista dei suoi preferiti. Il film tratto da questo romanzo anche se  non brilla certo per maestria di realizzazione è diventato anch’esso un film-cult per tutti gli appassionati del genere, grazie anche a un Cast di tutto rispetto. Recitano insieme spalla a spalla attori del calibro di Ingrid Bergman e Lauren Bacall, Jacqueline Bisset e Sean Connnery, Anthony Perkins ed Albert Finney, nei panni di un soffertissimo quanto magistrale Hercule Poirot. Trama intrigante in cui viene assassinato su un treno in corsa un losco personaggio dal passato poco limpido. Tipica ambientazione ristretta, tanto cara alla Christie, dove il colpevole deve essere necessariamente identificato in una cerchia limitata di putativi sospetti. Ma attenzione, meraviglia delle meraviglie, quando il nostro brillante Poirot parte alla carica in cerca del vero colpevole, trova che tutti, ma proprio tutti, i sospettati hanno un movente. Ma tutti, e proprio tutti hanno anche un alibi, fornito loro giocoforza da questo o quello degli altri indiziati. Sembrerebbe una situazione di stallo. Potrebbero essere stati tutti sotto il profilo del movente, ma non potrebbe essere stato nessuno esaminando le cose sotto la luce della reale possibilità di esecuzione del delitto. E allora? Allora finale a sorpresa in cui in una sorta di esecuzione pubblica tutte le vittime si sono unite per vendicarsi del loro aguzzino dando la morte con un coltello impugnato da molteplici mani. Film Cult di rara bellezza che farà forse storcere il naso ai non affiliati, ma in grado di mandare in estasi i veri appassionati del genere.

Delitto in Bianco Gran Bretagna  1946 Regia di Sidney GilliatCon Leo Genn, Trevor Howard  B/n                                                                                                Appartiene alla schiera degli sconosciuti ma è un esempio interessante di trama e canovaccio di Giallo Inglese della più pura interpretazione. In tempo di guerra durante un bombardamento un postino rimane gravemente ferito, ricoverato in ospedale versa in gravi condizioni e operato d’urgenza. Segue una lunga degenza con evidenti segni di ripresa al punto che l’uomo presto viene dichiarato fuori pericolo. Ambientazione ospedaliera, uno dei veri classici del genere, dove l’infermiera, che spesso riveste i panni dell’investigatrice, tra pillole e veleni è chiamata a ricostruire la pista e a inchiodare l’assassino. Non in questo caso dove veniamo sorpresi da un’interessante variante. Il postino muore improvvisamente, senza un apparente motivo medico. Un’infermiera avanza l’ipotesi di un delitto e inopinatamente il giorno dopo viene trovata uccisa anch’essa.  Sarà poi un classico ispettore di polizia a ricongiungere le fila del mistero scovando in un sol colpo colpevole, mezzo e movente.

Giovane e Innocente Regia Alfred Hitchcock Con Mary Clare, Derrick De Marney Bianco e Nero Gran Bretagna 1937………………………………………………………………………………… Gioca su due dei temi preferiti dal grande regista Hitchcockiano, questo ultimo film del periodo inglese. Autori sconosciuti per uno dei  film forse meno noti di tutta la sua produzione,  ma molto accattivante.  La narrazione è incentrata sul terrore dell’ignoto e sull’orrore di accadimenti imprevisti che in qualsiasi momento possono intervenire a sconvolgere il normale svolgimento della nostra vita. In questo caso si tratta del famoso scambio di persona tanto caro alle tematiche gialle. Un giovane scrittore viene ingiustamente accusato dell’omicidio della sua amica, ma il delitto è stato compiuto da un altro. Costretto  a fuggire e braccato dalla polizia il nostro eroe si ritrova impegnato in prima persona nella caccia al vero assassino. A  lui solo spetta il compito di identificare le tracce e i segnali che lo condurrano alla soluzione del mistero, sempre accompagnato dal pathos sospensivo di una cattura costantemente in agguato. Non potrebbe esserci eroe senza una spalla e in questo caso chi lo aiuta in questa impresa disperata è una giovane ed avvenente donna che crede fermamente in lui e nella sua innocenza. Ricco di virtuosismi tecnici e di panoramiche carrellate, come quella famosissima della sala da ballo, è una pellicola tipicamente Hitchcockiana, assolutamente da non perdere per chi non l’avesse vista.

La Congiura degli Innocenti The Trouble with Harry Regia di Alfred Hitchcock. Con Shirley MacLaine, Mildred Natwick, John Forsythe, Edmund Gwenn.Colore USA 1955   Commedia tipicamente inglese, molto, molto godibile. Quasi un piccolo scherzo a tematica gialla. In un prato di un ridente villino un bel giorno viene scoperto il cadavere di un uomo, marito non del tutto encomiabile e certo non troppo amato di una bella, avvenente e conturbante signora. Gli ingredienti classici ci sono tutti: clima campestre, scoperta improvvisa del corpo, rosa degi indiziati, partenza delle indagini. La consorte, un vecchietto e una zitella dopo essersi sospettati reciprocamente a vicenda alla fine decidono di occultare il cadavere per non correre rischi inutili, in una serie di scene consecutive veramente squisite in cui vicendevolmente sotterrano e disotterrano il cadavere più volte. Alla fine si viene a sapere che non esisteva nè colpa nè delitto, l’uomo era semplicemente morto di infarto. Ma allora perchè il terzetto si è dato tanto da fare? Magari le colpe c’erano tutte, è solo l’occasione che è venuta a mancare. Intrigante e leggera come un pezzo di musica classica, tipicamente Hitchockiana.

Sabina Marchesi

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