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Enzo Fileno Carabba Si Racconta

Risposte senza Domanda per Enzo Fileno Carabba, uno degli autori più affermati del momento, che dimostra nelle sue risposte arguzia e intelligenza: due caratteristiche entrambe rare e preziose, soprattutto in uno scrittore.

Enzo Fileno Carabba
Risposte senza domanda

ü 1. Romanzi ambientati nella suggestiva campagna toscana: una scelta coraggiosa. Ce ne vuoi parlare?

Fino a qualche anno fa, non avrei mai immaginato di scrivere sulla suggestiva campagna toscana. Eppure ci camminavo continuamente dentro (mi piace vagabondare) e alla fine, come ho detto da un’ altra parte, questi luoghi mi hanno raggiunto.

La campagna toscana è un luogo reale e immaginario. Reale perché indubbiamente esiste, immaginario perché viene raccontato in modi falsissimi. A volte è una falsità bella, quasi sempre brutta: una falsità standard. Come ha detto un mio amico, la vera campagna toscana è quella di Tozzi, mica quella di Tony Blair.

La cosa bella è che è un luogo gorgo: attira gente da tutte le parti del mondo. Gente molto diversa. Una specie di buco nero, di incrocio dimensionale da cui ti colleghi a tanti universi. In questo senso è un osservatorio eccezionale, da cui puoi osservare anche gli osservatori. Gli osservatori, per lo più, nonostante le diverse origini, quando sono qui vanno tutti negli stessi luoghi, è una cosa incredibile. Addirittura si fermano negli stessi punti panoramici (nonostante i punti panoramici non manchino). Come se esistesse una guida segreta a cui obbediscono. Questo mi sembra la metafora di qualcosa e forse vale, in modi diversi, per ognuno di noi.

Ho cercato di raccontare la verità sulla campagna toscana, ritraendola col massimo scrupolo. In molti mi dicono che ho scritto invece una storia visionaria. O è colpa mia, o è colpa della verità, o è colpa della campagna toscana.

ü 2 Vincitore del Premio Calvino nel 1991: quanto aiuta un risultato del genere nell’attuale panorama dell’editoria italiana?

Per me il Premio Calvino è stato decisivo. Jakob Pesciolini, il mio primo romanzo, non lo avevo neanche mandato alle grandi case editrici, pensando che fosse fatica sprecata. Poi sono stato molto fortunato con il Premio Calvino, anche perché quell’anno c’erano giurati, come Vincenzo Consolo, con un’idea della letteratura libera e gioconda, non aziendale.

ü 3 Pessimi Segnali ha riscosso ovunque grandi consensi di pubblico e acclamazioni della critica, ma inizialmente è stato rifiutato dal mercato editoriale italano, nonostante tu fossi un autore già “affermato”. Quali sono stati i motivi?

Mi hanno detto: “se fosse un primo romanzo lo pubblicheremmo di corsa, ma è troppo diverso dai tuoi libri precedenti”.

Questa valutazione è talmente grottesca (e aziendale), eppure allo stesso tempo così eloquente circa il modo dominante di pensare la letteratura oggi, che non aggiungo altro, per dar modo al lettore di raccogliersi in meditazione. E magari in preghiera.

ü 4 Cito testualmente “’la scrittura elegantissima, colta e ironica di Carabba, le sue storie tra il poetico e il delirante, sfidano e vincono in originalità tutta la nostra produzione letteraria corrente”. Che effetto fa? E tu ti senti davvero così?

Questa frase è uscita dalla mente di Valerio Evangelisti, uno dei miei autori preferiti in assoluto. Non è solo che i suoi libri sono belli. I personaggi che lui ha creato ormai fanno parte del mio immaginario come Don Chisciotte o Moby Dick, li sento totalmente miei. Al punto che forse potrei pretendere una percentuale sui diritti.

Quindi sono molto onorato e amo pensare che sia tutto vero. L’unico aggettivo in cui non mi riconosco è il “delirante”, ma questa è una cosa che mi accompagna fin dall’infanzia. Cerco di raccontare una cosa col massimo scrupolo realistico, con maniacale attenzione autobiografica, e il risultato invece risulta appartenere alla letteratura fantastica.

Per quanto riguarda il resto, non nego di sentirmi poetico.

ü 5 Nel tuo ultimo romanzo Pessimi Segnali muovi sapientemente i fili di una costruzione apparentemente logica di una realtà strutturata a più livelli. Con un effetto molto simile a un gioco di prestigio riesci a condurre il lettore attraverso molteplici dimensioni, non tutte visibili e forse non tutte reali. Sei soddisfatto del risultato? Ed era questo l’effetto che ti eri ripromesso di ottenere?

Era anche questo. Il primo effetto che volevo raggiungere era più modesto, o magari più ambizioso, chissà: rendere la vera voce di una persona, di un essere vivente, e non di un manichino nelle mani dell’autore e della trama e della suspanse.

Travasare un’anima sulla carta.

Dato che l’anima (qualsiasi cosa sia) è all’incrocio di molteplici dimensioni, non tutte visibili e forse non tutte reali, ecco che i due effetti (o i due desideri) coincidono.

ü 6 Scrittore o Cantastorie? Quale di queste due vesti senti più tua?

A questa domanda non so rispondere. Però voglio dire una cosa.

Anni fa, preoccuparsi troppo della storia era considerata una cosa rozza, antiquata. Oggi giustamente il valore delle storie è stato rivalutato. Questa è una cosa sacrosanta, sono le storie il motore della letteratura.

Però oggi, per via dei famosi corsi e ricorsi (concetto che forse vuole dire che l’umanità è fatta di imbecilli ripetitivi e ripetenti) si cade nell’eccesso opposto. Come se il linguaggio letterario fosse una peste, e non una forma di memoria.

E come se lo storie fossero scatolette con una forma precisa.

Tempo fa ho avuto una esperienza da incubo lavorando (cercando di lavorare) per la Disney. Avevano senso della storia instabile ma dogmatico.

L’altro giorno ho letto le obiezioni che la censura sovietica faceva a Solaris di Tarkovsky. Ebbene, erano esattamente le stesse che la Disney faceva a me (anche se non pretendo di essere Tarkosky). E’ una coincidenza emozionante.

Peraltro la censura sovietica notava anche che il finale di Solaris non è abbastanza chiaro e, soprattutto, “esplicativo”.

Ma è la stessa cosa che hanno detto a me all’Einaudi circa Pessimi segnali! Con ciò, non voglio criticare nessuno. Semplicemente, è questo il tempo in cui ci è stato dato di vivere.

Più le nostre esistenze si fanno sbiadite e incerte, più si producono storie inscatolate in cui tutto, ottusamente, torna.

In verità, il finale delle nostre esistenze non è quasi mai esplicativo. Forse il postscriptum sì. Ma quello lo leggeremo più tardi.

ü 7 Angelo, il protagonista di Pessimi Segnali ha il vantaggio di essere un personaggio normalissimo. Un ragazzo qualsiasi che si imbatte in una serie di misteri apparentemente inspiegabili e oscuri. Questo aiuta il lettore ad immedesimarsi nel protagonista, e a compenetrarsi con esso in questa nuova realtà parallela. Una scelta vincente per un buon risultato. E’ frutto di un’impostazione precisa o di una rapida intuizione?

E’ un’impostazione precisa nata da una rapida intuizione.

Angelo è un ragazzo normalissimo ma è molto aggressivo, non tanto nei comportamenti (è anzi abbastanza pacato) quanto nelle valutazioni. All’inizio gli sembrano tutti terribili, dei mostri, dei cretini (poi comincia a sospettare che non sia così).

Angelo è una parte di me, ma è un tipo con cui non andrei mai in vacanza. In realtà sono molto più buono. Comunque mi è piaciuto liberarlo. A lui il Valdarno sembra il Congo di Cuore di tenebra, non è detto che abbia completamente torto.

Mi sento alquanto sollevato dal fatto tu dica che è un ragazzo normalissimo. Infatti in occasione di alcuni incontri pubblici in pratica mi hanno detto: sei stato bravissimo a creare un personaggio così demente, crudele, fuori dalla realtà. Come ci sei riuscito?

E io sudando freddo: eh, è stata davvero dura calarsi nei panni di un simile cretino mentecatto distorto.

Mica potevo confessargli che i pensieri di Angelo erano (in parte) i miei pensieri e che a me sembravano sensati!

ü 8 L’Interland Italiano è letteralmente impregnato di miti, leggende, tradizioni contadine e favole oscure, che narrano di antiche maledizioni, riti e sortilegi arcani. Storie che venivano narrate la sera davanti al focolare. Quanto di questo è rimasto nella tua coscienza e nei tuoi ricordi dall’infanzia?

Mentirei se raccontassi un’infanzia contadina. Anche se, questo è vero, con mia nonna camminavamo a giornate intere nella campagna, e questo non posso dimenticarlo. Solo che mentre camminavamo sognavo mondi fantastici, o i fondali marini (molti anni dopo, per qualche tempo ho fatto la guida subacquea). A un certo punto mi sono accorto che non c’era contraddizione tra i mondi fantastici, i fondali marini e questa campagna.

Quando vedo un museo della cultura contadina tendo alla fuga.

E neanche posso atteggiarmi a custode delle vecchie tradizioni (“Avanza il personaggio più pericoloso: il custode delle vecchie tradizioni” Dard).

Però credo che la cancellazione del passato dalle nostre coscienze sia stata troppo veloce, quindi falsa. Le favole oscure (o anche luminose, per fortuna) covano ancora sotto la cenere, e torneranno. Anzi non se ne sono mai andate, basta andare in giro e ascoltare. E poi non sono solo favole.

Per dire: i morti un tempo potevano essere minacciosi, ma davano anche i numeri del lotto. Oggi invece se vado al cinema vedo solo morti vendicativi o sofferenti, è una visione del mondo più povera.

L’uomo è andato molto più a cavallo che in macchina. E qualcosa di tutto questo rimane nel nostro cervello.

Le astronavi vanno benissimo, hanno tutto il mio affetto. Ma se vai a caccia di alieni, non dimenticarti la sella.

ü 9 Il tuo successo editoriale farebbe pensare che per una volta tanto essere diversi paga. E’ davvero così o è una scelta per certi versi “difficile” nell’attuale contesto editoriale?

E’ stata una scelta difficile nel senso che questo libro ha atteso anni, prima di essere pubblicato in Italia. Ora però non posso lamentarmi, perché tante persone che non avevano letto i miei libri precedenti mi dicono che questo gli è piaciuto. Il che dimostra, penso, che c’è uno scollamento tra gli “esperti in ciò che piace alla gente” e quello che poi davvero tante persone vogliono leggere.

ü 10 Quanto è vero che la cosiddetta “omogeinazzione” delle nuove leve italiane sta livellando gli autori esordienti a tal punto da rendere impossibile o quasi la prossima emersione di un nuovo talento letterario?

Per quanto i tempi siano bui (“Si era, come sempre, alla fine del mondo” Borges) l’emersione di un nuovo talento è sempre possibile. Infatti avviene.

Intendo qui per nuovo talento qualcuno che sfugga al livellamento (e lascio perdere il fatto che in realtà ci vuole talento anche per fare un buon prodotto “livellato”).

Il fatto è che il livellamento è nelle nostre vite, prima ancora che nell’editoria. La degenerazione dell’editoria è solo una conseguenza naturale.

Le nostre vite (le vite della maggior parte di noi) sembrano concepite apposta per non leggere, per impedire la concentrazione. Sono attività proibite dalla vita, non c’è bisogno di leggi. L’umanità (almeno in questa parte di mondo) affonda nlla dimenticanza e nella patologia mentale.

Quindi emergono testi standard e se uno vede solo quelli gli sembra che la letteratura sia diventata un ramo della pubblicità.

Se posso azzardare una profezia non richiesta (d’altra parte: chi ha mai chiesto profezie?) sento arrivare un nuovo medioevo. Presto sarà qui Odoacre, e non è detto che sia una persona. Chiunque sia, qualunque cosa sia, siamo noi che lo chiamiamo a gran voce, col nostro modo di vivere.

Ma i nuovi talenti emergeranno sempre, fino alla fin del mondo. Resta da vedere se andranno come agnelli tra i lupi, o se invece alzeranno il ponte levatoio, o cercheranno rifugio nelle catacombe.

Personalmente opterei per il ponte levatoio. Anche perché le catacombe mi danno l’idea di essere umide. Per quanto riguarda l’agnello tra i lupi, poi, non se ne parla proprio.

ü 11 Conta più la sostanza o la forma? In breve colpisce più una buona storia, o come la si sa raccontare?

Le due cose devono coincidere fino a essere une e trine (infatti c’è anche un terzo elemento che preferisco lasciare misterioso).

ü 12 Nel tuo romanzo sembra quasi che i personaggi a tratti scompaiono, cannibalizzati dal paesaggio inquietante che li circonda e risucchiati nei vortici delle mutevoli condizioni atmosferiche, che operano da contrappasso nei momenti più drammatici della narrazione. Anche qui frutto di una scelta consapevole o mera casualità?

Questa attrazione per il paesaggio è sicuramente frutto di una scelta, o comunque di un sentimento. Da ragazzo, se dovevo fare una fotografia, preferivo non ci fossero persone (da allora nessuno mi ha più lasciato fare una fotografia). Mi piace andare in luoghi dove sono l’unico essere umano nel raggio di più spazio possibile. Naturalmente la cosa sarebbe ancora più perfetta se io non ci fossi. Ma non i può esagerare con la perfezione.

Penso che l’umanità per molti versi abbia rotto le scatole e che questa sia una sensazione diffusa, più o meno manifesta o latente. (A questo proposito, mi è piaciuto molto il libro di Wu Ming 2 Guerra agli umani, rispetto a cui ho scoperto soprendenti sintonie). Solo che noi siamo esseri umani, chi più chi meno, e questo genera sensazioni contraddittorie.

Ecco a voi una delle mie frasi preferite:

“Gli esseri umani formano una strana fauna, una strana flora. Da lontano appaiono insignificanti, da vicino possono sembrare brutti e cattivi. Ma soprattutto occorre che abbiano bisogno di aria, spazio – spazio, anche più che tempo” (Henry Miller).

ü 13 Il ritorno alla campagna e agli antichi valori culturali potrebbe forse salvare l’umanità dal suo irreversibile processo di standardizzazione, riportando ciascuno di noi alla sua realtà squisitamente personale e restituendogli, per così dire, lo spessore tridimensionale che ci dovrebbe essere proprio?

Non credo sia possibile. Noi protestiamo contro un sacco di cose, solo che abbiamo la bistecca che ci penzola dalla bocca e le nostre potreste vengono male.

Ogni volta che pigi il telecomando o l’apricancello elettrico voti per la guerra, dice sempre un mio amico.

La campagna e gli antichi valori presuppongono una vita a cui non siamo più abituati: presuppongono di rinunciare a qualcosa. Noi torneremo alla “campagna” (o alla palude, o al deserto, o alla steppa, o alle gole montane) e agli antichi valori (che poi erano molto variabili) solo se ci trascinerà verso di loro qualche trauma epocale, solo se costretti da un crollo planetario. E anche allora non saranno gli antichi valori, ma qualcosa che gli assomiglia, qualcosa di nuovo.

Allo stesso modo, i lupi che sono tornati sulle nostre montagne non sono proprio gli antichi lupi. Si adattano alle nuove condizioni e si comportano diversamente.

Altro discorso totalmente opposto è quello del “ritorno alla campagna” falso e ridicolo. Quello che fa della campagna un’estensione della città. Se per esempio tutti quelli che da tanti angoli del mondo dicono di voler venire a vivere nel Chianti arrivassero davvero portando con sé i loro mulini bianchi fortificati sarebbe un inferno.

ü 14 I lettori sbaglierebbero se credessero di immaginare, o meglio di “indovinare” nella tua prossima opera delle connotazioni “apocalittiche” da ultimo giorno del giudizio?

Non sbaglierebbero affatto. Sembra di vivere in bilico su un abisso. D’altra parte sono convinto che all’apocalisse segua sempre un qualche tipo di genesi. Fatto un mondo se ne fa un altro. Resta solo da vedere quale sarà il ruolo dell’uomo nel prossimo, e dal nostro punto di vista non è un particolare di poco conto.

L’uomo non sta uccidendo il pianeta, ma solo se stesso.Non è omicidio, è suicidio.

Con le prime brezze primaverili, si levano ovunque dalla campagna, non senza una qualche orrenda bellezza, buste di plastica bianca. Ma sarebbe un errore pensare che stanno soffocando la terra. Alla terra non fanno nulla, sono roba sua. Soffocheranno l’uomo, o la vita come l’uomo l’ha conosciuta.

Limitandoci al nostro tempo, grava su di noi questo senso di minaccia e stupidità. Però è ancora un mondo pieno di bellezza, di cose per cui val la pena di vivere.

Ci deve essere un punto di equilibrio tra queste forze opposte.

ü 15 Pessimi Segnali, che come già detto, è stato apparentemente scritto per essere letto in molti modi, potrebbe essere interpretato come il diario di viaggio di un viandante smarrito, finito suo malgrado in terre sconosciute, e che torna a casa portando con sé un pezzo di realtà, serbando nel suo cuore un angolo di quel mondo così diverso? Con molte domande e poche risposte. Ma comunque arricchito?

Angelo, il protagonista, scopre che a pochi chilometri da casa sua c’è un mondo diversissimo dal suo, un mondo che gli appare alieno. Questo argomento mi attrae molto: mondi diversi che convivono senza saperlo, perché ognuno vive nel suo recinto.

C’è gente che torna entusiasta da un viaggio in cui sostiene di aver conosciuto bene i Tuareg (in quindici giorni!… devono avere ben poco da dire) ma non sa nulla dei cacciatori di cinghiali che si aggirano da una vita dietro casa sua. Magari alcuni di quei cacciatori perpetuano tecniche antichissime, amplificate dalla tecnologia, nel bene o nel male, vale la pena di saperne qualcosa. Altrimenti sarebbe come un pescatore eschimse che si eccita solo parlando della Borsa di Milano.

ü 16 Perché in Italia esiste questo frenetico desiderio di emergere ad ogni costo, di arrivare ad essere qualcuno? Come per la sedicente poetessa Emma che si rifiuta di riconoscere che possa esistere qualsiasi altra cosa al di fuori del suo universo rigorosamente individualistico. Una malattia molto diffusa in questo momento.

Immagino non sia una cosa solo italiana. Però qui accade di sicuro. Le persone sono sempre più chiuse in qualche “universo rigorosamente individualistico”. Certi strati sociali (o comunque insiemi di persone) desiderano fortemente pubblicare un romanzo o un libro di poesie come altri strati sociali vogliono un certo tipo di macchina o di barca o di casa o di vacanza e così via. E’ la stessa cosa.

Detto questo, Angelo è spietato, nei confronti di Emma e di quelli come lei. In realtà abbiamo diritto alla nostra dose di narcisismo, altrimenti saremmo tutti santi, che sarebbe eccessivo. In un mondo così difficile, è leggitimo costruire una qualche mitologia di se stessi (mi sembra l’abbia detto Ballard). Il problema è quando il narcisismo, la voglia di realizzarsi, di essere qualcuno, finisce per divorarti la vita, ti svuota dall’interno e ti trasforma in un simulacro. E’ un problema pratico, prima ancora che morale.

ü 17 Una lezione di vita dunque?

Sì, io comunque dò lezioni perché sono ripetente.

ü 18 Alla fine la risposta non c’è. Il mistero continua ad essere oscuro. E i conigli continuano ad ammantarsi delle più inquietanti connotazioni, per chi le vuole vedere. Non è un po’ la naturale evoluzione di ogni mistero? Da quelli sovrannaturali, a quelli religiosi o scientifici, tutti i misteri in fondo restano tali, perché la parte fondamentale non è la risposta, ma la domanda.

Di sicuro è tutto molto misterioso, quello che ci succede. Oggi viviamo nel mito della Tutela Totale.Vorremmo essere protetti da tutto. Per esempio vorremmo essere protetti rispetto alle forze della Natura, ma poi vorremo anche proteggere la Natura. E questo vale per ogni altro aspetto della vita. I due falsi miti contemporanei sono la Protezione e la Velocità.

Invece siamo circondati dal mistero. Che non è solo malvagio, può essere anche benigno. Ci sono le tenebe ma c’è anche la luce. E se a volte è difficile diradare le tenebre, può essere impossibile fare chiarezza nella luce.

ü 19 Dunque il grande fascino della storia evolutiva è tutto insito in questa straordinaria capacità che l’uomo a dispetto di tutta la tecnologia ancora conserva intatta, di meravigliarsi e di stupire. E’ questo il messaggio?

Senza stupore, senza meraviglia, la vita è un inferno. Probabilmente l’Inferno è proprio l’assenza di stupore. Mentre in Paradiso uno è sempre lì a bocca aperta a dire: caspita, hai visto?

A cura di Sabina Marchesi

Guida Giallo Noir