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L'Avventura Editoriale di Luigi Bernardi

Luigi Bernardi: Talent Scout, Traduttore, Giornalista, Scrittore, Editor, Direttore di Collane Editoriali, ci parla delle sue esperienze e del suo ultimo libro, con una serie di consigli per gli autori esordienti.

Luigi Bernardi: Talent  Scout, Traduttore, Giornalista, Scrittore, Editor, Direttore di Collane Editoriali…in quale veste ti riconosci di piu?

 

In tutte quelle che hai detto, almeno per il momento. Ormai però con una prevalenza del giornalista e dello scrittore.

 

 

Hai lanciato o scoperto autori del calibro di Carlo Lucarelli, Nicoletta Vallorani, Giuseppe Ferrandino, che effetto fa?

 

Solo il piacere di avere lavorato bene. Aumentato dalla consapevolezza di possedere un certo fiuto, che però, in quanto tale, va continuamente messo alla prova. Dieci e passa anni fa era più facile, c’erano meno aspiranti scrittori, trovare quelli buoni non era complicato. Oggi si ha l’impressione che sia come pescare un terno al lotto. E anche di fare qualche torto, visto che non si riesce più a leggere tutto quanto viene scritto. E questo per ragioni obiettive: troppi scrivono, manca il tempo di leggere, soprattutto il tempo da regalare a queste letture. Perché una cosa va detta: leggere costa tempo, un tempo che, anche nel caso sia pagato, non lo è mai abbastanza.

 

 

Cito da una recente intervista “Scrivo storie che in qualche modo mi appartengono, opero spesso ai confini fra il mainstream e la narrativa di genere, a volte persino fra la narrativa e la saggistica.”. E’ vero che per molti scrittori come te oggi è difficile rimanere rinchiusi in una narrativa di genere, o identificarsi con un filone preciso? Prova ne è la tua ultima opera Tutta Quell’Acqua uscita nella collana Tempora di Dario Flaccovio Editore.

 

La narrativa di genere è autoreferenziale. Scrivere genere significa rielaborare all’infinito lo stesso schema. È una sorta di pendolarismo della scrittura che alla lunga sfinisce. In ogni modo, credo di non avere mai scritto narrativa di genere. Anche la cosa che più si avvicina, la trilogia Atlante freddo che ho appena completato, è comunque lontanissima da un approccio di genere. Il genere mi interessa come possibilità di estrarre elementi – come il filo criminale che è un po’ il motore di Tutta quell’acqua – capaci di rafforzare la struttura generale del racconto. Il genere come strumento e non come fine della narrazione: detto così è un po’ banale, ma ha il pregio di spiegare bene il concetto.

 

 

Dice Stephen King che per ogni scrittore esiste un libro con cui si è perduta la verginità, ossia il primo libro che si è posato dopo averlo letto con la precisa sensazione di sentirsi capaci di fare di meglio. Mi pare sostanzialmente che tu sia d’accordo sempre stando alle tue recenti dichiarazioni. “Fino a qualche anno fa leggevo moltissimi gialli, mi piacevano. Ora ne leggo pochissimi, e quasi tutti mi deludono, forse per questo ho cominciato a immaginarne.”

 

In realtà, le storie che immagino e poi scrivo sono storie criminali, ovvero il racconto di un crimine, visto come gesto, come ambiente nel quale nasce, come personaggi che vi ruotano intorno. Dei gialli mi hanno stancato le forzature, il voler ricondurre trame e personaggi a dei clichè. Per questo considero un commento di Valerio Calzolaio contenuto nella recensione di Rosa piccola il migliore dei complimenti: “finisce dove i gialli cominciano”.

 

Parleremo dopo delle tue esperienze di Talent Scout e dei consigli da rivolgere agli scrittori esordienti, intanto affrontiamo il tema delle tue moltissime collaborazioni editoriali. Da Stile Libero di Einaudi alla Dario Flaccovio, tuo ultimissimo impegno, sei soddisfatto del lavoro svolto, dei successi raggiunti, dei risultati ottenuti e ti senti di citare qualche esempio particolarmente felice di impresa condotta a termine con soddisfazione?

 

Sono soddisfatto, certo, non potrebbe essere altrimenti. Ho un buon curriculum, come si dice. Recentemente ho dovuto rifiutare la direzione di una casa editrice senza neppure conoscerne il nome. Mi hanno contattato da un’agenzia di “cacciatori di teste”, offerto questa direzione con un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, e un buono stipendio. Ho rifiutato perché non amo il lavoro dipendente, e anche perché non avevo nessuna voglia di trasferirmi in un’altra città. Di fronte al rifiuto, non mi hanno neppure detto di quale casa editrice si trattasse, credo comunque abbastanza importante, almeno dal punto di vista finanziario, visto che si era rivolta a un’agenzia di quel tipo. Con Dario Flaccovio è un po’ un ritorno al passato, a un lavoro di costruzione. È presto per dire come andrà, però ci sto mettendo un bel po’ di entusiasmo.

 

 

Molti autori oggi, non ultimo Lucarelli con la sua ultimissa pubblicazione Senza Titolo, si sono cimentati con il romanzo storico, o la ricostruzione di fatti di cronaca presentati in opere a mezza strada tra la narrativa e la saggistica. Cito tanto per fare qualche esempio Cinzia Tani, con i suoi numerosi testi sui delitti del passato,  Dacia Maraini con la ricostruzione del feroce assassinio di una ragazza di inizio secolo nel suo Isolina, e moltissimi altri, compreso te. E’ una tendenza molto attuale, ma si corre il rischio tangibile, alla fine, di fare solo della cronaca romanzata. Il tuo parere in proposito?

 

A proposito di Isolina, mi piace qui ricordare che la storia raccontata da Dacia Maraini fu preceduta diversi anni prima da un romanzo a fumetti di Cinzia Ghigliano e Marco Tomatis, Il mistero dell’Isolina, pubblicato a puntate sulla rivista Alterlinus e mai più ristampato. Siccome nessuno lo dice mai, ecco una buona occasione per farlo. Per rispondere alla tua domanda, ti dico che non vedo nessun rischio nella cronaca romanzata, quello che manca a gran parte della narrativa contemporanea è la storia, ovvero il condurre i personaggi a muoversi dentro una situazione eccezionale, che li metta alla prova. La cronaca offre situazioni di questo tipo, fuori della norma. Raccontarle, oltre che un piacere, è una necessità letteraria. Farlo bene, è un’altra questione.  

 

 

Mi ha colpito molto un’affermazione del suo ultimo libro “La realtà e la fantasia spesso si copiano le relative finzioni”, che rispecchia sensazioni precise che a volte si percepiscono sentendo raccontare episodi, come dire, di vita vissuta, che assumono talmente le connotazioni del fantastico da non apparire reali, mentre invece lo sono. Un paradosso dei nostri tempi o una caratteristica sempiterna dell’essere umano con tutte le sue contraddizioni tra apparente civilizzazione ed impulsi atavici?

 

L’uomo contemporaneo, postmoderno, è un ricettore di emozioni non sue, un portatore di personalità multiple. Sappiamo tutto di tutti, ci interessa saperlo, ci viene dato modo di esaudire la nostra curiosità. A volte, questo nostro essere portatori più o meno sani degenera nella patologia. Ci immedesimiamo così tanto in Rambo, tanto per fare un esempio, o nel Giustiziere della notte, per farne un altro, che lo diventiamo. Ma gli stessi Rambo e Giustiziere della notte erano stati modellati a partire da persone reali. È un circolo vizioso prodotto dal rumore di fondo che soffoca le intelligenze individuali, le stordisce. Difficile uscirne.

 

 

Diceva Oscar Wilde che l’unica distinzione che si può operare sui libri è quella di identificare i libri scritti bene, da quelli scritti male, indipendentemente dalle connotazioni di genere. A questo proposito oggi si assiste a un momento di reale confusione in cui i generi o i filoni si ibridano e si contaminano tra loro. Ad esempio tu, in veste di responsabile editoriale, come identificheresti il tuo ultimo romanzo Tutta Quell’Acqua?

 

Tutta quell’acqua prima di approdare da Flaccovio ha ricevuto una bocciatura la cui motivazione mi è apparsa bizzarra: non è un noir, non è un thriller, non è un romanzo di guerra. È proprio necessario, mi chiedo, giudicare un testo da quello che è o che non è rispetto a una etichettatura predefinita? Ben oltre la metà della narrativa universale soccomberebbe di fronte a un criterio del genere. Oggi qualcuno sarebbe capace di rifiutare Delitto e castigo per il motivo che non c’è abbastanza azione, o La certosa di Parma perché avrebbe bisogno di un robusto editing che ne compattasse la narrazione, o certi romanzi di Céline perché ci sono troppi puntini di sospensione. Sono scelte sciocche, dovute a responsabili editoriali che fanno male il loro mestiere, influenzati da chissà quale idea di letteratura. Il risultato è che si vendono sempre più libri commerciali e sempre meno libri di qualità. Anche perché i cosiddetti libri di qualità che si pubblicano spesso sono solo dei buoni esercizi di scrittura, liofilizzati da un editing che tende ad appiattirli.

 

 

Assistiamo oggi al grande ritorno del giallo con tutte le sue derivazioni specifiche, il Legal Thriller, il Medical Thriller, il Giallo Suspense, il Giallo Classico o ad Enigma, Il Procedural, il Giallo Noir o Hard Boiled,  il Giallo Giudiziaro o Assicurativo. Dall’altra parte poi ci sono i generi collegati del Thriller, Noir, Horror e Splatter. Particolarmente sul noir spesso si assiste a una vera e propria lotta interpretativa, una delle definizioni migliori che ho sentito finora è che il Noir è un genere dove i personaggi mostrano in assoluto il peggio di se stessi. Subito dopo viene la tua definizione, sempre tratta da recenti dichiarazioni “Il Noir è il racconto della deriva umana e sociale di un uomo, raccontata dal punto di vista della vittima: niente di più, niente di meno”. Nessun critico letterario avrebbe potuto sintetizzarlo meglio. Al di là dei grandi pilastri di riferimento del passato, cosa sta succedendo oggi nel mondo del Noir? Qual è la tua opinione delle nuovi correnti letterarie in pieno fermento, come quella del Neo Noir?

 

Di fronte a certa ansia di classificazione, sarebbe proprio necessario tornare a quello che diceva Oscar Wilde. Nel mondo del noir non succede assolutamente nulla, non vedo nuove correnti letterarie, vedo lo stanco ripetersi di formule ormai svuotate di qualsiasi elemento propulsivo. Il noir, come tutte le narrative di genere, avevano senso quando erano una letteratura antagonista al mainstream. Oggi la situazione si è capovolta, basta guardare le classifiche di vendita per capire che è il mainstream a giocare ormai il ruolo di antagonista. È evidente che una narrativa antagonista diventa “ufficiale” soltanto se si ripulisce degli elementi che la facevano tale. Per conquistare il banco principale delle librerie bisogna diventare il più possibile innocui, e questo è diventato la narrativa di genere, puro trastullo narrativo, intrattenimento.

 

 

Il Giallo invece essendo una categoria molto schematizzata, come giustamente diceva Borges, estremamente legata a dei canoni narrativi ben precisi, collegati ad elementi inamovibili, difficilmente può essere rinnovato, al di là  della modernizzazione del contesto. Ma ai lettori sembra piacere così, immutabile ed eterno. Tu cosa ne pensi?

 

Se uno vuole leggersi un giallo, gli basta che questo risponda a determinate caratteristiche, oltre è difficile andare. E comunque non viene richiesto. Per questo il giallo ha sempre meno senso, è assimilabile al mondo delle fiabe, dove le storie finiscono necessariamente bene. Il giallo nasce come traduzione letteraria dello spirito positivista. Prima del giallo, i crimini si raccontavano, non si aveva altra pretesa che non fosse il racconto dei fatti. Il giallo, così come la cultura positivista, crede nella soluzione. Oggi, quando la cultura positivista ha dimostrato tutti i suoi limiti, e i crimini quasi sempre sfuggono alle classificazioni codificate dal mystery letterario, il giallo è finto dall’inizio alla fine, pura convenzione, spettacolo per un pubblico dalle esigenze limitate.

 

 

Tutta Quell’Acqua, un romanzo singolare, fuori da ogni connotazione. Validissimo dal punto di vista psicologico, terribilmente doloroso come certe canzoni nostalgiche che si cantano la sera davanti ai falò sulla spiaggia. Perché lo sfondo di un evento bellico, forse dopotutto non indispensabile per la comprensione degli avvenimenti? Forse perché l’uomo in uno stato di emergenza abbandona per istinto le convenzioni sociali e tende a scoprire quella parte di se stessi che normalmente non è accessibile?

 

Mi interessava raccontare la guerra, una di quelle guerre moderne senza eserciti e senza combattenti, fatte di aeroplani che arrivano la sera e bombardano. Guerre del genere ce ne sono state parecchie negli ultimi anni, noi le abbiamo viste dall’alto, io ho voluto provare ad andare sotto, dove le bombe cadono, per vedere cosa succede.

 

 

Mi sbaglierò ma mi sembra che persone così, come Vanni e Bianca, persone a metà, a ben guardare se ne incontrano tutti i giorni, indipendentemente dalla guerra. Oggi il numero dei traumi che ci troviamo ad affrontare quotidianamente è talmente elevato da venire praticamente minimizzato ed ignorato in una statistica che tende allo zero. Credo che si viva già in una zona a rischio, tutti i giorni, e che ognuno di noi, in qualche modo, impari a cavarsela come può e come sa. Basti pensare alla filosofia della sottrazione di Vanni, così squisitamente riportata nel tuo romanzo, che in fondo tutti noi applichiamo, anche senza saperlo.

 

Ognuno di noi si difende come può, ha sviluppato i propri anticorpi per provare a cavarsela. Ovviamente non ci riesce, perché è illusorio sperare di farcela da soli. Se vuoi, il “messaggio”, come si diceva una volta, del mio romanzo è proprio questo: il malessere individuale, se non risolto in chiave sociale, collettiva, genera risposte che conducono a un peggioramento della situazione iniziale.

 

Vanni e Bianca si incontrano dunque a mezz’aria come due bolle di sapone, che temporaneamente si uniscono, ma poi fatalmente scoppiano. Una delle cose che ho trovato più toccanti è stata la metamorfosi di Vanni a scuola, i colleghi che gli strizzavano l’occhio, quell’aria frizzante e primaverile che sentiva attorno, il commovente gesto di comprare un vassoio di dolci in pasticceria … pennellate delicate che descrivono gesti comuni con particolare poesia, anticipando di poco lo struggente finale. E come poteva essercene un altro? Tutto conduceva a quel punto, come una serie di rette convergenti, eppure il lettore ne resta sconvolto. Come te lo spieghi? Necessità del lieto fine?

 

In effetti, i lettori non si aspettavano quel finale, alcuni hanno anche protestato. È però evidente che non poteva essercene un altro. E non solo perché il finale è la prima cosa che ho scritto di quel romanzo…

 

 

Dunque al di là  della guerra, che in fondo si limita ad enfatizzare sensazioni e pensieri, questo libro narra di paure ataviche, attuali, reali, condivise e tangibili. Ma quanto autobiografiche?

 

Io non sono Vanni, né Bianca. Ci sono delle cose che appartengono al mio privato, in quel libro, come per esempio il biliardo, un certo modo di prepararsi il caffè o il fatto che non ho la patente. Per il resto, ho proceduto come sempre si elabora una narrazione: ho una storia, ho dei personaggi. I personaggi devono dare quella storia, la storia deve muovere quei personaggi.

 

 

Sappiamo tutti che l’idea di un romanzo scaturisce da due spunti che si fondono insieme, dando luogo alla vitale scintilla dell’ispirazione. In questo caso quali sono stati gli eventi catalizzatori?

 

Due? I miei sono stati tre. La lettura di una notizia di cronaca nera, banale e insolita nello stesso tempo, che è diventata l’ultimo capitolo del romanzo. L’aver assistito a uno scippo mentre aspettavo l’autobus, ho visto lo scippo e l’espressione di chi l’ha subito: è diventato il primo capitolo. E la storia di quell’aereo della Nato che, partito da Aviano per andare a bombardare Belgrado, dovette precipitosamente tornare indietro e, non potendo atterrare con le bombe nella stiva, le scaricò sul lago di Garda, dopo averle disinnescate. Questi tre elementi non costituiscono una storia, il mio compito, il mio piacere, è stato quello di forzarli in modo tale da diventarlo.

 

 

Due persone che si incontrano, che sperano di completarsi a vicenda con tutti i loro difetti e le loro virtù, e poi scoprono, dolorosamente, che non bastano due metà per fare un intero. E’ la storia di ogni amore, in cui ciascuno si illude di vedere cose che non ci sono, di costruire certezze che non esistono, di intravedere paesaggi idilliaci che invece sono solo miraggi. Storia quotidiana appunto, anche se qui molto estremizzata per il tipo di traumi subiti da Bianca, mentre Vanni è un qualunquissimo uomo come ce ne sono molti, che chiudono porte e finestre in faccia al mondo per preservarsi un piccolo angolo di paradiso interiore. Tu come li hai vissuti questi due personaggi?

 

Come personaggi della mia narrazione. In certi momenti li ho sentiti vicini, in altri lontanissimi. Ma è normale che sia così: come personaggi non sono una mia proiezione, devono possedere una loro autonomia, anche quando questa autonomia fa a pugni con la mia concezione del mondo e della vita.

 

 

La scena finale è particolarmente bene inserita per la ricerca vitale con cui Vanni si sforza di identificare il luogo adatto per compiere il suo gesto. Particolarmente romantico da un certo punto di vista, ma può un autore uomo essere romantico?

 

Non mi pare che, storicamente parlando, il romanticismo sia un prodotto della sensibilità femminile, quindi i conti tornano.

 

 

Recentemente l’evento traumatico legato all’acqua che ha sconvolto per sempre la vita di Bianca è stato portato alla nostra viva attenzione dai fatti disastrosi dello Tsunami. Tra i tanti eventi che avrebbero potuto determinare un trauma del genere, perché hai scelto proprio qualcosa collegato all’Acqua?

 

Mi serviva un trauma che si potesse ripresentare con grande facilità, anche in ambiente domestico. L’acqua era l’elemento perfetto perché rispondeva a entrambe le esigenze.

 

 

In fondo è il dramma dei sopravvissuti, di coloro che sono scampati a una tragedia, ma non riescono a sopravvivere al trauma subito.

 

Non solo. È il dramma di chi si sente inadeguato al futuro, ovvero alla ricostruzione che bisognerà operare una volta terminata la guerra.

 

 

Parliamo ora del tuo ingresso alla Flaccovio, in che veste sei stato chiamato, quali saranno  i tuoi compiti, di cosa ti occuperai, quali sono i progetti che hai in mente di sviluppare e infine che cosa pensi di questa dinamica casa editrice che improvvisamente passa dai manuali tecnici al Giallo e al Noir?

 

Il mio ruolo è quello di una consulenza generale ai programmi di narrativa, una consulenza globale che va dalla scelta dei titoli alle tecniche di promozione. Metterò tutta la mia esperienza a vantaggio di una casa editrice che già aveva dimostrato coraggio, grinta e capacità. 

 

 

Tu hai esordito nel mondo del fumetto, poi sei passato alla Granata Press, alla fine di questa esperienza risalgono i tuoi primi esperimenti nel mondo della letteratura. Oggi non sei solo un autore affermato ma un vero e proprio punto di riferimento, consulente editoriale, presidente del Concorso Letterario Lama e Trama, giornalista, traduttore, editor, talent scout, saggista. Ci vuoi fare un riassunto di quello che queste esperienze hanno significato per te?

 

Mi chiedi un riassunto di qualcosa che di fatto non è riassumibile. Essenzialmente sono uno che non ama stare con le mani in mano, e a cui piace mettersi continuamente in discussione.

 

 A cura di Sabina Marchesi

 

Leggi il seguito dell’Intervista con i consigli agli autori esordienti