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Ushuaia Antico Presidio dei Recidivi

La costruzione del leggendario presidio di Ushuaia, edificato nel 1902 per alloggiare i recidivi, fu terminata nel 1920.

Fino alla sua chiusura nel 1947, rivestì un ruolo fondamentale per lo sviluppo della città. Lí furono alloggiati condannati famosi, come gli anarchici Simón Radowitsky, il truffatore Juan Dufour, che scappó dall´Isola del Diavolo, Mateo Banks, e il tristemente celebre Cayetano Santo Godino, piú conosciuto come “El Petiso Orejudo”, assassino di bambini.

All’interno del Carcere Storico, a forma stellare e chiuso dal 1947, oggi è posizionato il Museo Marittimo. Il carcere è tutt’ora splendidamente conservato e si può visitare in tutte le sue parti con riproduzioni in statue di cera a grandezza naturale dei principali personaggi che vi furono ospitati.

 

La cittadina di Ushuaia conta circa 50.000 abitanti, ed è posta nell’emisfero australe. Si tratta del centro abitato più a Sud della Terra del Fuoco, il più vicino all’Antartide. Definito la “Fin del Mundo” quest’ultimo avamposto della civilizzazione è di nazionalità argentina, ed etimologicamente il suo nome deriva dalla fusione delle due parole “Ushi” che significa “al fondo” e “Waia” che significa “baia”.

 

Fondata nel 1884 dal commodoro Augusto Laserre e situata sullo Stretto di Beagle che collega l’Oceano Atlantico a quello Pacifico, Ushuaia è costantemente percossa da un vento freddo e violento. Si trova a pochissima distanza da Capo Horn ed è da qui che partono le spedizioni per il continente Antartico. Nei mesi invernali, luglio e agosto, le giornate sono molto corte e si possono avere al massimo cinque o sei ore di luce. Gli edifici sono interamente di legno con grandi vetrate, vivacemente colorati e ricordano molto lo stile architettonico di alcuni cantoni della Svizzera, o le abitazioni tipiche della Lapponia. Ultimamente meta di un flusso di turismo internazionale la cittadina, anticamente abitata solo dai discendenti dei primi coloni, si sta modernizzando e presenta una strada centrale che ospita alberghi, negozi, ristoranti e locali di ritrovo pubblici.

 

A cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta Ushuaia ha visto una serie di insediamenti industrali favoriti dalla politica del governo militare che incoraggiava gli investimenti. Tuttavia questi impianti non hanno avuto un adeguato sviluppo nel tempo. Il maggior numero delle aziende sono cessate, lasciando in memoria del loro passaggio enormi capannoni fatiscenti e abbandonati e notevoli problemi di inquinamento.

 

Una tappa obbligata per gli amanti della ristorazione a base di pesce è gustare la “centolla”, un crostaceo simile alla nostra granseola, piatto tipico locale.

 

A pochi chilometri da Ushuaia si trova il parco naturale cretato nel 1960 di oltre 63.000 ettari, l’unico in Argentina con accesso al mare. Lo si raggiunge percorrendo la famosissima Rute Nr. 3, la strada nazionale che parte da Buenos Aires e attraversa tutta la regione. Lungo il percorso si ammirano diverse visioni panoramiche del canale di Beagle circondato da montagne e boschi dove convivono diverse varietà di faggi e piccoli fiori quali viole, orchidee e anemoni. La strada termina nella Bahia la Pataia, a 3372 km. da Buenos Aires e 17.000 dall’Alaska. In questa zona sono stati ritrovati innumerevoli testimonianze dei primitivi abitanti della zona nei giacimenti archeologici chiamati i “concheros”. Nel parco si possono incontrare castori all’opera nella costruzione delle dighe e non è difficile essere avvicinati da volpi argentate.

 

Una delle attrazioni turistiche di Ushuaia è diventato il treno che anticamente portava gli ergastolani nel carcere situato in questa regione. Come dice un famoso tango, gli ergastolani venivano inviati ad “imbiancarsi nel Sud”, poiché la loro vita nella Terra del Fuoco era durissima e il sole un regalo impossibile. Oggi, quel treno dei disperati permette invece una visita indimenticabile, la locomotiva a vapore traina una serie di carrozze completamente rifatte ed estremamente confortevoli, e l’antico “Tren del Fin du Mundo” è diventato un’attrazione turistica particolarmente suggestiva.  Il percorso attraversa il fiume Pipo passando sul ponte “Quemado” per fare la prima fermata sul punto panoramico della “Cascada de la Macarena“, dove si possono vedere le risostruzioni degli accampamenti aborigeni degli indios Yamanà, antica popolazione patagonica. Il viaggio completo dura circa 2 ore: a bordo del vagone presidenziale è possibile anche cenare.

 

La popolazione di Ushuaia è tipicamente fuegina, dedita soprattutto alla pesca, sono uomini e donne dalla pelle scura con i tratti caratteristici degli indios.

 

Si usa cucinare il pesce appena pescato e i grandi granchi rossi all’aperto, direttamente davanti ai capanni di legno. Una delle specialità del posto è l’agnello fueghino che viene cotto intero ed aperto direttamente sopra un mucchio di legna accesa, e poi portato in tavola sopra uno scaldino colmo di braci ardenti.

 

Al museo navale si possono ammirare ricostruzioni di antichi battelli rompighiaccio, e fotografie che documentano imprese marine al limite dell’impossibile, vascelli intrappolati nei ghiacci, le storiche spedizioni polari partite da Ushuaia alla volta della banchisa antartica, le gloriose esplorazioni di Amundsen, antiquati strumenti di navigazione, e la documentazione sui viaggi di Darwin inerenti il suo incontro con le popolazioni locali. Da un estratto del suo diario di bordo leggiamo che si trattava di “esseri subumani che si nutrivano di grasso di balena putrefatto e che praticavano il cannibalismo, in questo ammasso confuso di rocce selvagge, di alte colline e di inutili foreste, il tutto avvolto da nebbie e tempeste senza fine.”

 

Nel corso della sua navigazione lungo il Canale Beagle Darwin racconta anche l’origine del nome dato alla Terra del Fuoco, descrivendo il suo primo impatto con gli indigeni “Furono accesi dei fuochi in ogni punto, sia per attirare la nostra attenzione, sia per diffondere la notizia. Alcuni uomini corsero per chilometri lungo la spiaggia. Non dimenticherò mai l’aspetto selvaggio di un gruppo: improvvisamente quattro o cinque uomini apparvero sull’orlo di un’altura sovrastante; erano completamente nudi e le loro lunghe capigliature ondeggiavano intorno al loro viso; tenevano in mano rozzi bastoni e saltando facevano roteare le braccia intorno al capo, mandando le grida più spaventose.”

 

 

Il penitenziario è l’edificio più grande e più antico della città. Costruito dagli stessi detenuti, che hanno costruito anche la linea ferroviaria e le prime abitazioni della città, è stato eretto all’inizio del Novecento, ed è rimasto in attività fino al 1947, la città è sorta attorno ad esso, in epoca recente, quando i secondini cominciarono a portare qui le famiglie, avviando di fatto la colonizzazione di questa remota zona di frontiera. Ideato come carcere di massima sicurezza, questa “Alcatraz” argentina era considerata a prova di evasione, data l’asperità delle condizioni geografiche e climatiche circostanti. A meno di 500 Km dalla gelida Antartide, era praticamente impossibile e impensabile organizzare un’evasione, i pochi che hanno tentato sono stati presto catturati e riportati indietro, o hanno trovato la morte nelle foreste gelate.

 

Il carcere veniva usato per la reclusione a vita dei detenuti più irriducibili, come l’anarchico russo Simon Radowitzki, autore dell’attentato al colonnello Falcon del 1909, oppositori e facinorosi politici, o criminali comuni considerati altamente pericolosi. Nella cella di Radowitzki c’è una sua statua in cera a grandezza naturale, che lo ritrae seduto alla scrivania, nell’atto di scrivere un memoriale. Uccise il capo delle forze dell’ordine di Buenos Aires, dopo che questi avva ordinato il massacro della folla che dimostrava nella pubblica piazza durante le celebrazioni del 1° Maggio, la festa dei lavoratori.

 

Uno degli ospiti più noti  era colui che viene considerato come il primo serial killer dell’Argentina, denominato “il nano orecchiuto”, che ammazzava bambini conficcando loro un chiodo nella testa, e strangolandoli.

 

La costruzione del carcere è a pianta stellare, a due piani, un grande salone centrale, e numerosi bracci, scale di ferro, minuscole celle, piccolissime stufe lungo i corridoi.

 

Le celle sono state conservate intatte, e ancora percorrendo i corridoi si ha vividissima l’impressione di ascoltare al secondo piano i passi del secondino rimbombare sul pavimento di ferro.

 

Sulle pareti rimangono incisi i nomi dei detenuti, le loro fotografie, e i pupazzi di cera che li raffigurano, e tabelloni che recano la loro storia, intatti i lettini di ferro e le strutture circostanti. Oltre 380 celle microscopiche ospitavano detenuti considerati pericolosi ed irrecuperabili, da tenere rigorosamente isolati.

 

Le fotografie d’epoca sono impressionanti. Ceppi, catene, la grossa palla di ferro che mettevano al piede, i detenuti coi loro leggeri pigiami a strisce in fila con la gamella del rancio, mentre cercavano di scaldarsi ammassati attorno a una stufa, mentre lavoravano o mangiavano in questa spaventosa solitudine australe. Le tabelle con le suddivisioni in caratteri dei detenuti e i grafici delle morti per malattie e stenti.

 

Altre fotografie rappresentano i detenuti  mentre sono intenti al lavoro forzato. Andavano a tagliare gli alberi nella foresta e con quel legname costruivano le  nuove ali del penitenziario e le prime case della città, persino le rotaie del treno che partiva dal cortile del carcere e arrivava fino alle zone di lavoro.

 

Difficile pensare che da queste immagini ci separano appena cinquant’anni. Chiusa nel 1947, questa fortezza carceraria isolava i prigionieri, circondati da un enorme mare gelato, da impressionanti montagne a picco sull’oceano, e da secolari foreste innevate, ghiacciai e alberi immensi tormentati dal vento che soffiava ininterrottamente notte e giorno.

 

Una zona di frontiera, al confine con il termine del mondo conosciuto, dove mare, boschi, ghiacci e montagne alte fino a 1.500 sul livello del mare, si contendono la supremazia su quello che è l’ultimo presidio dell’umanità.

 

Regione abitata dagli aborigeni, oggi completamente estinti, decimati in buona parte dalle malattie importate dai conquistatori, come accadde alle popolazioni incaiche ed atzeche.

 

Gli Onas e gli Yamanas erano gli occupanti incontrastati di queste terre fino al 1520, epoca della spedizione di Hernando de Magellano che scoprì il passaggio di collegamento interoceanico che oggi porta il suo nome, lo Stretto di Magellano.

Il villaggio di Ushuaia così come lo conosciamo oggi, quindi è praticamente nato intorno al presidio penale. La prigione ha avuto numerosi ospiti famosi, ribelli, anarchici, e sovversivi, ma anche delinquenti comuni, di cui il più famoso è senzaltro il detenuto numero 40, Cayetano Santos Godino, denominato il Petiso Orejudo, ossia il piccoletto dalle grandi orecchie. Godino, che a giudicare dalle fotografie che ci sono giunte, avrebbe fatto felice Cesare Lombroso, è il primo serial killer della storia argentina.

Nel 1912 Buenos Aires fu sconvolta da una serie di  omicidi, vittime bambini di pochi mesi o pochi anni. L’ondata di terrore si interruppe quando Godino venne identificato ed arrestato, grazie alla sua abitudine di partecipare ai funerali delle vittime. Era un ragazzetto sedicenne dalle orecchie estremamente sviluppate che stonavano sulla sua faccia scarna e sul fisico allampanato.

Questa è la dichiarazione che rilasciò per spiegare i suoi crimini: “Al mattino, dopo che mio padre e i miei fratelli mi sgridavano, uscivo di casa per cercare lavoro e, siccome non riuscivo a trovarlo, mi veniva voglia di uccidere qualcuno. Per cui mi mettevo a cercare una vittima da ammazzare”.

Il Petiso Orejudo morì dopo alcuni decenni di carcere nel presidio di massima sicurezza di Ushuia, nel corso di un linciaggio, per le botte ricevute dai suoi stessi compagni di prigionia. Sembra che avesse ucciso il gatto, la mascotte del carcere, gettandolo vivo nella stufa accesa, dopo averlo seviziato.

Figlio di immigrati italiani, provenienti presumilbilmente da Genova, comandava una banda di bambini da strada e  fu protagonista di una catena di omicidi così violenta ed insensata, le cui vittime erano bambini innocenti a volte ancora in fasce, da spingere i giornali argentini a una vera e propria campagna anti-italiana, facendo vivere tempi duri a tutti i nostri connazionali emigrati in Argentina. Negli articoli del tempo il Professor Cornelio Moyano Gacita, riprendendo Cesare Lombroso, teorizzava: «La scienza ci insegna che insieme col carattere intraprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico degli italiani c’è il residuo della sua alta criminalità di sangue»

 

Sabina Marchesi