Benvenuto Cellini, Scultore, Orafo e Avventuriero

"Tutti gli uomini di ogni sorte, che hanno fatto qualche cosa che sia virtuosa,o si veramente che la virtù somigli, doverieno di lor propria mano descriverela loro vita ma non si doverrebbe cominciare una tal bella impresa prima che passato l’età de’ quarant’anni"

 

Benvenuto Cellini fu il più grande orafo del Rinascimento, ebbe una vita avventurosa e drammatica, che descrisse in una sua celebre autobiografica rimasta incompiuta.

Musico, Scrittore, Scultore ed Orafo era un artista dotato di un raro talento, che frequentò le migliori corti d’Europa.

Nato a Fiirenze nel 1500, Benvenuto Cellini dopo un primo apprendistato musicale, suo padre era un musico della banda della Signoria e costruttore di strumenti, fu attratto dai segreti dell’oreficeria, ed andò a bottega presso due orafi della città, dai quali apprese il mestiere.

A diciannove anni si recò a Roma per terminare la propria formazione ed esercitarvi l’arte, compiendo pregevoli lavori svolti su commissione delle famiglie più facoltose e dello stesso papa Clemente VII. Fu nella città pontificia che si distinse durante i combattimenti contro i lanzichenecchi francesi di Carlo V, in occasione del tristemente noto Sacco di Roma nel 1527.

Ma a Roma non ebbe vita facile, dal temperamento facinoroso, focoso per carattere e ribelle, venne coinvolto in frequenti risse, anche a causa dei suoi contrasti con i membri dell’aristocrazia e della rivalità con gli arti artisti che gravitavano attorno alla Curia Romana.

Venne addirittura rinchiuso dentro Castel Santangelo, le cui mura aveva a suo tempo contribuito a difendere contro i lanzichenecchi, e fu protagonista di un rocambolesca fuga. Ripreso e rinchiuso nuovamente, venne alfine liberato su garanzia dei suoi protettori e mecenati. Costretto a partire nel 1540, abbandonò Roma per recarsi in Francia, alla corte del re Francesco I.

Alcuni dei suoi lavori più mirabili appartengono al periodo francese, tra cui la Saliera con le immagini del Mare e della Terra, originariamente conservata al Museum  Kunsthistorisches di Vienna, e poi recentemente rubata ad opera di ignoti ladri, il Giove, oggi perduto, e la Ninfa di Fontainebleau, conservata al Museo del Louvre.

L’opera considerata più mirabile in assoluto di questo raffinato scultore e sapientissimo orafo è senz’altro la famosissima Saliera d’oro di Francesco I re di Francia, rubata nel 2003 dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, un vero e proprio centro tavola monumentale, ideato per abbellire la sala dei banchetti della corte francese.

Fortunosamente preservato dalla distruzione del periodo rivoluzionario e di ben due guerre mondiali, è in assoluto, o meglio era, l’unico oggetto di oreficeria giunto miracolosamente fino a noi, tra tanti capolavori che erano stati creati negli anni del Rinascimento.

La saliera che misura 26×33 cm., è costituita da due figure ornamentali che poggiano su un basamento ovale, in ebano, là siedono le due figure in oro di Nettuno, che impersona il Mare, e della ninfa Gea che rappresenta la Terra.

La posizione delle due divinità è tale che le grandi gambe si incrociano, o meglio come dice lo stesso Cellini: “s’intramettevano le gambe sì come entra certi rami del mare infra la terra, e la terra infra del detto mare”, come a simboleggiare la produzione del sale che per l’appunto si genera dall’incontro simbolico del Mare con la Terra, richiamando così la funzione originaria dell’oggetto che, pur se monumentale, era dopotutto una saliera.

Rientrato a Firenze nel 1545, Benvenuto Cellini fu accolto alla Corte del Duca Cosimo I, dove però non mancarono le occasioni di attrito con gli altri artisti patrocinati dal Duca Mediceo, tra cui in particolare Baccio Bandinelli e Bartolomeo Ammannati.

A questo periodo risalgono la realizzazione del Perseo e del celebre Crocifisso in marmo, scolpito in un unico blocco marmoreo, oggi conservato al Museo Escorial di Madrid.

Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati da procedimenti penali e controversie giudiziarie, morì in miseria e povertà nel 1571, lo stesso anno in cui la flotta cristiana sconfigge definitivamente i turchi a Lepanto, lasciando, oltre alle sue opere immortali, un’autobiografia incompiuta, ferma all’anno 1562, e dei pregevoli trattati sull’oreficeria e la scultura.

Negli anni del Rinascimento la vita degli artisti, orafi, cesellatori, architetti, musici, scultori, e pittori era dura. Costretti per vivere a frequentare le corti dei grandi mecenati dell’epoca spesso venivano a scontrarsi fra di loro, in una lotta senza esclusioni di colpi, dove erano protagoniste non solo le fini arti diplomatiche, ma anche risse, combattimenti e duelli.

Spesso le grandi famiglie reali, pontificie e nobiliari commissionavano oggetti di rara fattura, e di inestimabile pregio, per poi repentinamente cambiare idea, e congelare il progetto a tempo indefinito, costringendo gli artisti a un costante stato d’ansia, e spesso riducendoli sul lastrico.

Nel caso di Cellini, per la realizzazione del Perseo, passarono ben dieci anni tra la prima commissione di questa celebre statua in bronzo e la sua effettiva realizzazione, che sancì definitivamente il trionfo e l’affermazione del Cellini come scultore. Peccato però che la scultura, trionfalmente esposta nella Loggia dei Lanzi, non venga pagata dal Duca, come era costume dell’epoca, che moltissimi anni più tardi.

In questi alti e bassi della carriera artistica, tra affermazioni e persecuzioni, Benvenuto Cellini, artista e uomo dal carattere focoso e dall’indole ribelle, fu protagonista di incredibili peripezie, così come riportato dalla sua autobiografia, che costituì essa stessa un vero e proprio punto di riferimento letterario per gli scrittori contemporanei e successivi, al punto da richiamare l’interesse di Goethe, che la tradusse in lingua tedesca nel 1807.

Dal punto di vista letterario questa opera rappresenta un must della letteratura italiana per la potenza narrativa, e le superbe iperboli autoreferenziali e descrittive, elevando una semplice autobiografia, genere letterario per lo più statico e noioso, ai fasti e alle celebrità di un poema epico, a differenza delle altre opere letterarie dell’artista, che hanno invece la struttura di un trattato didattico vero e proprio e che in quanto tali godono di uno stile molto più cristallino, tecnico e didascalico.

Ma a ben guardare la vita del Cellini fu, al di là dell’evidente autoreferenzialità della sua biografia, veramente avventurosa, e costellata di eventi ai limiti dell’illegalità, in quell’alternarsi continuo tra rispettabilità e infrazione delle regole sociali che in fondo caratterizzarono tutto il XVI Secolo.

Uomo violento e impulsivo, costretto per necessità artistiche a frequentare gli ambienti artefatti e selezionati delle corti nobiliari, Benvenuto Cellini soggiornò in molte città italiana, la natia Firenze, Bologna, Pisa, Siena, Venezia e Roma, per giungere alfine in terra di Francia.

 

Coinvolto in risse, ferimenti e uccisioni, parte del suo vagabondaggio fu dovuto anche alla necessità di sfuggire alla giustizia. Negli anni della gioventù l’artista si dedicò alle avventure galanti senza distinguere tra dame e popolane, e si impegnò in numerosi duelli, sfide, risse ed agguati. Durante il sacco di Roma, nel 1527  partecipò coraggiosamente alla difesa contro gli invasori, e uccise fortunosamente con un colpo d’archibugio il Connestabile di Borbone, comandante delle truppe che attaccavano Castel S. Angelo.

 

In quello stesso Castel S.Angelo sarà poi imprigionato dal successore di Clemente VII, Papa Paolo III, che lo sospettò di furto. Qui l’artista ebbe modo di frequentare strane compagnie, e divenne amico di un personaggio bislacco, il Castellano, che era convinto di poter volare come un pipistrello. Cellini fu l’unico prigioniero nella Storia ad essere evaso da Castel S.Angelo, con una fuga rocambolesca, nel corso della quale, calandosi dalle mura, cadde e si ruppe una gamba, dopo essere stato nuovamente rinchiuso venne salvato dal suo nuovo mecenate, il re Francesco I, che lo condusse con sè in Francia, e in questo periodo vide la luce la famosissima Saliera.

 

Dopo aver assistito al suicidio dell’amico Rosso Fiorentino, Benvenuto tornò a Firenze, alla corte di Cosimo, dove rimase a lungo in attesa di realizzare il suo Perseo.

 

Precedentemente durante il suo soggiorno romano alla corte papale di Clemente VII, fu a capo della bottega pontificia e realizzò delle opere di rara bellezza di cui ci sono rimaste solo le descrizioni dell’epoca, come i candelabri per il vescovo di Salamanca e un prestigioso gioiello di raffinata fatturata per la famiglia Chigi.

 

Acquisita la protezione del Cardinale Ippolito d’Este, che lo preservò dal carcere a vita quando venne accusato di aver aggredito tre persone, ucciso l’assassino di suo fratello, Cecchino, mercenario di Giovanni delle Bande Nere, e subìto una condanna per sodomia, nel 1535 fuggì a Venezia, dove conobbe Jacopo Sansovino ed ebbe modo di apprendere la tecnica della fusione, che gli tornerà utile per realizzare Il Perseo, la scultura del suo trionfo.

 

Raggiunta la maturità l’artista si sposò con Piera de’ Parigi, ebbe una figlia illegittima da una sua modella, e infine morì nel 1571 a Firenze, lasciando incompiuta la sua celebre biografia, per riposare in pace nella chiesa di Santa Maria Novella.

 

Sabina Marchesi

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