Giovanna La Pazza

“Ordino che venga fatta luce su un caso che potrebbe essere di comune demenza. O di scandalosa violenza”

 

In una lontana notte di febbraio del 1574 Filippo II di Spagna soddisfa la volontà di suo padre, il Re Carlo V, e riunisce gli otto feretri del ramo spagnolo degli Asburgo per dare loro una sepoltura comune. Tra queste bare quella di sua nonna, Giovanna di Castiglia.

“… Sospetto trattasi di mistificazione, e nel profondo della coscienza mi dilania un dubbio che la fragilità di quella creatura fosse usata per mascherare colpe ben più nefaste che una debolezza della mente ..”

Nella cupa atmosfera, lugubre e tetra, della cappella reale, alla luce incerta delle candele, Filippo II si domanda, non a caso, se la supposta pazzia della nonna, Giovanna di Castiglia, fosse o meno reale, o non piuttosto, frutto di convenienti intrighi di corte.

In terra di Spagna, ai tempi della Santa Inquisizione, tra il XV e il XVI secolo, tre religioni confluiscono in Europa, la religione islamica, quella cristiana e la dottrina ebraica, tre mondi diversi che convivono convulsamente dando luogo a guerre sante, crociate religiose e violenti fenomeni di epurazione razziale.

In quest’epoca burrascosa, due sovrani particolarmente illuminati, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, a capo di due regni separati e indipendenti, sognano l’unificazione del popolo cattolico sotto un’unica insegna regale, al riparo della sacra corona di Spagna.

Isabella di Castiglia, in un periodo storicamente difficile, da donna risoluta e tenace, affronta le avversità dando prova di una rara intuizione politica e sociale, ben consapevole del forte richiamo che sempre la religione esercita sull’animo umano, osservante cattolica, rigida e intollerante, ottiene dal Papa il permesso di nominare personalmente tre inquisitori, dando il via a una delle più feroci crociate di epurazione razziale che la storia ricordi.

Vengono colpiti i mori, colpevoli di un’eccessiva raffinatezza culturale che adombrava la cattolica spagna e i notabili spagnoli, e gli ebrei, che stavano diventando una realtà economica troppo potente.

In un solo colpo viene inferto al paese un arresto culturale ed economico, nel nome dell’intolleranza religiosa Isabella di Castiglia, con l’attribuzione del potente Sigillo Ecclesiastico, conferisce autorevolezza al suo regno, e si fa promotrice di una crociata santa, con l’unico scopo di proteggere un potentato femminile, che in nessun altro modo avrebbe potuto ottenere riconoscimento e validità.

Il clero regna sulla corte di Castiglia, interferisce pesantemente sull’educazione dei principi ereditari, rende fuorilegge innocenti svaghi mondani come la musica e la danza, demonizza il lusso, i fasti, la vita comoda, gli abiti femminili eccessivamente seducenti.

È il 1491 quando l’infanta Giovanna assiste al trionfo dei sovrani di Spagna che entrano vittoriosi nell’ultima roccaforte del dominio Moresco, cade la splendida città di Granada e si dissolve con essa l’intera raffinata cultura di un popolo,infinitamente superiore per ingegno, scoperte scientifiche, e produzione artistica alle ancora rudimentali corti spagnole.

Per Giovanna, figlia di Isabella, la madre vittoriosa che ha saputo primeggiare in un mondo in cui le donne costituivano ancora una minoranza domata e soggiogata, rappresenta un ostacolo praticamente insormontabile, mai potrà pretendere di rivaleggiare con quella figura regale, ammantata di santità, protetta dal Sigillo Ecclesiastico, promulgatrice delle Sante Crociate contro gli orridi “infedeli”, ovunque raffigurata, al pari di San Giorgio, con elmo, corazza, armatura e spada tratta.

L’infanzia di questa bimba regale, in eterno pellegrinaggio al seguito della Santa Guerriera, grande donna battagliera e amatissima sovrana, è senza radici,  cresce priva di affetti familiari e del tutto carente di luoghi o persone di riferimento costanti in grado di garantirle quelle certezze di cui tutti i bambini hanno bisogno.

Vive praticamente all’ombra di un prodigio, di una leggenda, di una presenza ingombrante. Eppure risulta vivace, precoce nell’apprendimento, ricca di ingegno, pronta nell’intelletto.

A solo dieci anni effettua studi biblici, araldici, storici e filosofici, si esprime correntemente in castigliano e in francese, si rivela abile musicista e sa suonare diversi strumenti con perizia.

Tra tutti i principini è la preferita degli insegnanti, i suoi istitutori la definiscono testarda e volitiva, ma molto intelligente.  Tuttavia la regina la sottopone a continui rimproveri perché la vorrebbe più arrendevole, maggiormente orientata alla modestia, alla tolleranza, alla docilità, come si conviene a una donna di potere, che se un giorno regina, dovrà comunque sottomettersi ai voleri del marito, accontentandosi, semmai, di pilotare le sue scelte politiche in maniera occulta, anche raggirandolo se occorre, ma mantenendo comunque un’ apparenza mansueta così come richiesto dalle consuetudini sociali.

Giovanna nutre un vero orrore per i roghi, le esecuzioni pubbliche, i processi della Santa Inquisizione, guarda con sospetto ai rappresentanti del clero che si aggirano per la corte spagnola, spadroneggiando e dettando dogmi, divieti e proibizioni.

Tuttavia sa che otterrà i favori di sua Maestà la Regina solo se si avvicinerà alla religione, per cui si dedica a un’appassionata lettura delle vite dei santi, trae esempio dal pensiero di alcune martiri e predicatrici, ed arriva anche al punto di infliggersi punizioni e mortificazioni corporali, convinta che, meritando l’amore di Dio, avrebbe forse finito per guadagnare almeno un minimo di compiacimento da parte di sua madre.

Il rapporto con il padre, Ferdinando di Aragona, è migliore, più sereno e privo di quella sottile corrente di competizione e di sfida, ma il compito di educare i figli e di disporre del loro destino spetta alla terribile Isabella, riconosciuta tacitamente tra i due la più abile. Con indubitabili doti di statista e di stratega,  è quindi a lei che viene demandata tutta quella fitta rete di accordi e manovre tese a consolidare il nuovo regno spagnolo attraverso la stipula di patti matrimoniali politici, che sacrificano alla ragion di Stato i sentimenti personali per aggiudicarsi alleanze e parentele con tutti i Sovrani che contano in Europa.

Isabella sceglie per lei Filippo di Borgogna, un giovane sanguigno, vitale, non molto istruito ma ambizioso, arrogante e vanesio. A soli sedici anni Giovanna va in sposa, abbandona la corte, e per la prima volta gravita fuori dalla soffocante e opprimente orbita materna.

Inebriata dal sapore di questa insperata libertà cade subito, come un uccellino spaventato, da un tipo di  prigionia in un’altra, ben più terribile. Complici la giovanissima età, l’insicurezza e il sottile compiacimento dei sensi, Giovanna è preda per il suo bel marito di una passione divorante, si innamora anima  e corpo, lo venera e lo idolatra, giungendo a provare sensazioni violente mai immaginate prima, ben lontane dalle vite virtuose di quelle sante e martiri di cui tanto aveva letto. Niente a che vedere con Santa Francesca Romana che, come ci riportano le cronache, “vomitava  e sputava sangue” non appena veniva sfiorata dal suo legittimo consorte.

Alla nuova corte di cui è indiscussa protagonista, partecipa a banchetti, giochi, competizioni, balli, può vestirsi come le pare, decidere di se stessa, lasciarsi andare a vorticosi giri di danza, abbigliarsi sontuosamente, con ricche vesti di seta e di broccato, adornarsi di profonde scollature, esibire la sua bellezza procace senza aver timore delle osservazione e dei dogmi dei prelati.

Forse per la prima volta si guarda allo specchio e scopre di se stessa un’immagine solare, accecante, splendente di amore e di passione, Filippo e Giovanna sono giovanissimi, innamorati e ardenti, nulla può fermarli se non forse il ricordo di quello sguardo sottilmente indagatore, di quella mesta aria di rimprovero, di quel tacito ammonimento della potente Isabella di Castiglia che, seppure da lontano, ancora domina la figlia.

Presto i pressanti insegnamenti materni, che per anni l’hanno soffocata, tornano a galla. Giovanna sembra ripiegarsi su se stessa, stordita dai troppi balli e divertimenti, cerca di recitare quel ruolo di moglie sottomessa e modesta a cui sempre le era stato richiesto di aderire.

In un momento di confusione totale, troppo a lunga oppressa, redarguita, pervicacemente addestrata e istruita, smarrisce ogni senso di autonomia, di decisione, di personalità, diventa un fuscello in balia delle correnti, vive all’ombra di Filippo, diventa un’ombra essa stessa, non come Isabella, che pur dalle retrovie sapeva come comandare e manovrare il suo sposo.

Arriva fino al punto di rifiutare le ardenti devozioni amorose del marito, temendo di incorrere in qualche inconfessabile peccato, fino a quando un confessore le fa notare che proprio con quell’atteggiamento potrebbe alfine spingere il vanesio e bel Filippo nelle braccia di qualche compiacente cortigiana.

Il germe del sospetto di un possibile tradimento coniugale, assieme all’ombra sempre incombente della Madre Santa e Guerriera, contribuiscono a destabilizzare totalmente la mente già provata di Giovanna.

Non bastano nemmeno le frequenti gravidanze, sempre più ravvicinate, a riguadagnarle l’antico amore e la dedizione del marito che anzi non esita a picchiarla pur di ottenere da lei prestazioni sessuali, e che abbandona senza esitare il talamo nuziale una volta ottenuto il suo scopo, lasciando la giovane sovrana sola e abbandonata, per correre nelle braccia compiacenti delle  sue numerosi amanti.

Quella che era passione amorosa diventa ora solo sterile esercizio di forza brutale, un sistema per sottomere e piegare una sposa che si rivela essere ogni giorno più strana.

Manca totalmente anche l’alone superficiale di stima e di rispetto che comunemente il sovrano regnante ostentatava in pubblico nei confronti della consorte, madre dei suoi eredi, e ufficialmente regina, non solo per matrimonio ma anche per nascita.

Ormai la vita a corte per Giovanna è diventata impossibile, il fisico prostrato dalle gravidanze, la mente scossa dai continui tradimenti del marito, la consapevolezza di non aver mai realmente aderito alle aspettative materne, le continue offese pubbliche del Re Filippo, suscitano ormai nella giovane Regina frequenti crisi isteriche in cui si abbandona apertamente a scene deliranti al limite della follia.

La fama di squilibrata di Giovanna è ormai tale da varcare i confini del regno e da giungere fino alle orecchie di Isabella, nel lontano regno di Castiglia. Qui il trono reso vacante dalla morte in rapida successione del fratello e della sorella maggiori, spetta di diritto a Giovanna, che viene nominata erede designata alla corona di Spagna, e convocata da Isabella.

Giovanna parte controvoglia, tenta di opporsi alla volontà materna, ma come sempre non può. Trattenuta a forza dalla madre in terra di Spagna, vorrebbe tornare dal marito, e privata di ogni mezzo minaccia persino di intraprendere un viaggio a piedi pur di ricongiungersi a lui. Il suo stato di prostrazione è totale, anche Isabella riconosce che ormai sua figlia ha smarrito il senno, ma non può far altro, per una volta, che arrendersi all’evidenza, e acconsentire alla sua partenza.

Ma è troppo tardi. Il ritorno di Giovanna, in viaggio disperato verso casa, coincide crudelmente con la morte improvvisa di Filippo il Bello, che aveva appena ventotto anni.

È la fine. Il suo intelletto già gravemente compromesso cede del tutto davanti a questo fiero colpo, dilaniata per tutta la vita tra un amore sordo ed accecante per le due persone che per  lei hanno contato di più, la madre e lo sposo, Giovanna sente di averli traditi e delusi entrambi, e non si riprende mai più.

Smarrita definitivamente la via per dodici lunghi anni vive come una folle, rifiutandosi perfino di dare una cristiana sepoltura alle spoglie del suo amato sposo, in un ultimo disperato tentativo di ritenerlo ancora in vita.

Ormai fuori controllo si aggira per la corte discinta e scarmigliata, mentre i figli uno ad uno le vengono strappati via, intrighi e congiure vengono tramati per usurparle il potere, completamente all’oscuro di ogni avvenimento, incapace di qualsiasi decisione, Giovanna è totalmente in balia degli eventi, preda di ogni avventuriero e rapace di corte.

Ma il colpo estremo le viene inferto proprio da suo padre, l’unico che negli anni giovanili le era stato in un certo modo di conforto. Quando la recente morte di Isabella conferisce di diritto a Giovanna il pieno controllo sul vasto regno materno, Ferdinando di Aragona, forse per la prima volta in vita sua, spera di poter finalmente governare incontrastato, contando su un’immediata rinuncia della figlia, psichicamente instabile, ai diritti al trono che le spetttavano per nascita .

Ma Giovanna, in un ultimo pervicace ed estremo rigurgito dell’antica testardiggine e della proverbiale fierezza materna, rifiuta categoricamente di farsi da parte.

Ferdinando non ha alternative, deve delegittimarla, e nelle sue condizioni la cosa non è affatto difficile, anche perché alla corte di Borgogna un branco di lupi sta attendendo da anni che Giovanna cada, pronto a sostituirla con il legittimo erede al trono, in giovanissima età e quindi facilmente governabile dagli intrighi di corte.

Così, alla fine, pur di ottenere il dominio del regno di Spagna, è proprio il padre, Re Ferdinando, a dichiarare ufficialmente la pazzia di Giovanna, dando nel contempo carta bianca al famelico stuolo di cortigiani corrotti che era in attesa di usurpare il trono di Filippo il Bello. Spodestata Giovanna, viene investito Re il figlio appena sedicenne, Carlo V, che, sostenuto da infidi consiglieri e fomentato dai notabili di corte, si rende complice e responsabile dell’esilio della Regina, confinata sotto dispotica sorveglianza nelle gelide stanze del castello di Toedesillas.

Giovanna “la Pazza” trascorrerà qui ben 46 anni della sua sfortunata vita. Per due volte regina, lucida di mente e in pieno possesso delle sue facoltà mentali, rimane sola, prigioniera e reclusa, padrona unicamente del suo corpo, sul quale infliggerà selvaggiamente i segni dei tradimenti subiti e del suo amaro destino.

Tornata alle antiche pratiche religiose della sua adolescenza Giovanna morirà con le carni piagate, dedicandosi alle punizioni e alle privazion corporali, nell’estremo tentativo di preservarsi l’anima, già segnata dai terribili colpi infertigli dal destino.

Solo in punto di morte accetterà i sacramenti che aveva sdegnosamente rifiutato per anni e anni.

Vittima della ragion di Stato e di una estrema fragilità di carattere, Giovanna di Castiglia, sposa di Filippo di Borgogna, madre di Carlo V, figlia di Isabella di Castiglia, la Santa Guerriera, e di Ferdinando d’Aragona, lascia questo mondo come figlia di Re, madre di Re e Regina essa stessa, lanciando ai posteri un monito estremo.

“Io sono una delle due o tre regine sovrane del mondo; ma il solo fatto che sono figlia di re e di regina sarebbe dovuto bastare  perché non fossi maltrattata”.

 

Sabina Marchesi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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