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Un Cuore Così Bianco di Javier Marìas,

"Ascoltare è davvero pericoloso, significa sapere, significa essere informato ed essere al corrente, le orecchie sono prive di palpebre che possano chiudersi istintivamente di fronte a ciò che viene pronunciato, non si possono proteggere da ciò che si presume stia per essere ascoltato, è sempre troppo tardi".

Un segreto confidato spoglia un poco l’uomo che lo ha concesso, e anche, al contempo colui che l’ha ricevuto, perché annulla le distanze. Cndividere la debolezza di un attimo, un’ora difficile, rivivere il passato occulto e remoto rende il nostro confidente l’ingrato garante di verità nascoste, misteri non desiderati, e orrori indicibili.

Come un lampo nella notte la consapevolezza di sapere, destabilizza e confonde, cambia il piano di collocamento delle persone, sfalsa la realtà, devia la prospettiva e accorcia le distanze.

Parlare piuttosto che tacere significa spesso rompere un’abitudine, infrangere le acque quiete di un stagno con il lancio vigoroso di una pesantissima pietra, che genera larghe ondate circolari le cui conseguenze spesso non ci sono note e nemmeno lontanamente immaginabili.

È la frantumazione di un universo rassicurante perché certo, in favore di qualcosa di pericolosamente sconosciuto. Sapere piuttosto che immaginare è cosa ben diversa, non si può più fingere di non capire, non si può tacere, non si può ignorare, confidare un segreto è come aprire una porta che, dopo, non potrà più essere richiusa, per quanto follemente lo si desideri.

Ci si confida per liberarsi di un peso, per collocare sulle spalle altrui la responsabilità di azioni che spesso si suppone malamente interpretate, benefeciare un altro di rivelazioni sconcertanti è spesso l’alibi morale di chi non riesce più a sostenere le conseguenze nel presente di azioni, parole, opere o omissioni, compiute nel passato.

Questo è il sottile meccanismo catartico che sta alla base del romanzo di Javier Marìas, Un Cuore Così Bianco.

In pratica il doloroso resoconto di un lungo viaggio compiuto a ritroso nel tempo e nel ricordo, un pellegrinaggio della memoria, e un omaggio alle emozioni impulsive della giovinezza, quando la passione annebbia la mente e rende vaghi e inconsistenti i contorni di qualcosa, o di qualcuno, che, una volta osservato da vicino, non ci ammalia più.

Un periodare lento, circostanziato, introspettivo, millimetrico fino alle soglie del tedio, per questa retro analisi psicologica alla Italo Svevo, uno Zeno Cosini madrileno che si avvicina con studiata lentezza al cuore del problema, un segreto sigillato nella memoria di una piccola, lacerante e dolorosa saga familiare.

Il protagonista, appena sposato, nel corso della luna di miele, quando già inspiegabilmente inizia a prendere le distanze dall’amato bene, proprio da colei che credeva essere l’unica ragione della sua vita, si ritrova sospettoso a scrutare nel corso di un dormiveglia la giovane sposa, sperando quasi che questa non si svegli, e che non venga a interrompere la perfetta solitudine di un attimo e quei pochi secondi di ritrovata ed insperata libertà.

Nel corso di un pomeriggio ozioso ed accaldato in una camera d’albergo, mentre la moglie dorme, si trova a riflettere su frasi isolate ascoltate nell’infanzia, su particolari insignificanti che riemergono dal limbo della memoria, e a ricomporre un quadro.

Affiora dai ricordi il doppio matrimonio del padre, con due sorelle, la prima delle quali morta suicida, giovanissima, nel momento stesso del ritorno dal viaggio di nozze.

Su questo si innesca un gioco di sottili ricostruzioni, di indagini psicologiche sui ricordi, sull’opportunità o meno di tacere, sul desiderio di conoscenza, sull’ostinazione di sapere a tutti i costi quando invece forse sarebbe meglio continuare a ignorare, sul lacerante tarlo del sospetto.

“Quando avrai un segreto, o se già ce l’hai, non raccontarglielo. Adesso lui stava raccontando il suo, lo stava raccontando proprio a lei, forse per evitare che io potessi raccontarle i miei o che fosse lei a raccontarmi i suoi (che segreti avrà, non posso saperlo, se lo sapessi non sarebbero tali)”.

L’eterno dilemma della conoscenza, che spesso può uccidere, prende vita su carta in uno dei migliori romanzi psicologici dell’era moderna, incisivo come un giallo, mordente come un thriller, graffiante come un noir, un grande Mistery introspettivo per un autore lento ma corrosivo, che lascia un segno indelebile sulle coscienze.

Sabina Marchesi