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La Diga del Vajont: La Storia

Fu forse l’entusiasmo di una grande sfida ad appannare gli occhi dei tecnici e dei periti geologi, oppure fu colpa degli enormi interessi economici che erano in gioco, e del lassismo dell’Italia governativa del primo dopoguerra?

 

Nel corso dei secoli l’ingegneria italiana si è dimostrata una delle scuole tecniche più all’avanguardia nel mondo, i nostri valenti ingegneri sono stati chiamati sui cantieri delle opere più prestigiose e impegnative, nostri sono gli uomini  e le menti che hanno contribuito alle più valenti costruzioni e progettazioni mondiali. Ponti, dighe, autostrade, viadotti, spostamenti di siti archeologici, progetti di grande rilevanza e di enorme prestigio, come la Diga di Assuan, per citarne uno su tutti.

Ma come tutti sanno la via del successo a volte è costellata da imperfezioni.

Rimane a testimoniarlo in una sperduta valle al confine tra Belluno e Udine, una spettacolare diga a doppio arco, con una grande vela di cemento da 261 metri, che ha resistito agli attacchi del tempo per oltre trentacinque anni.

Trentacinque anni sono infatti trascorsi da una delle più terribili tragedie ingegneristiche a memoria d’uomo, trentacinque anni che hanno fatto di questa muraglia di cemento un monumento ai caduti, eretto a perenne ricordo della incauta sfida dell’uomo verso gli elementi, e del suo incommensurabile peccato di orgoglio.

Le squadre di operai e di ingegneri che contribuirono alla sua costruzione, nei rampanti anni del ritrovato benessere, subito dopo la guerra, erano convinti di partecipare a un capolavoro, il fiore all’occhiello dell’Ingegneria Italiana. Sarebbe stata la diga a doppio arco più grande del mondo, la più alta d’Europa.

Fu forse l’entusiasmo di una grande sfida ad appannare gli occhi dei tecnici e dei periti geologi, oppure fu colpa degli enormi interessi economici che erano in gioco, e del lassismo dell’Italia governativa del primo dopoguerra?

Come sempre, nelle tragedie annunciate, le colpe sono equamente suddivise tra fatalità ed errore umano, ma l’errore umano qui non si verificò nella costruzione e progettazione della diga, che in effetti ancora è in piedi, miracolosamente illesa, ma nella sua sconsiderata gestione, attuazione, e ancora più a monte, nell’individuazione del sito.

Dunque non un errore tecnico, ma un’ errata valutazione scientifica, o meglio geologica.

Quando si decide di chiudere artificialmente una gola, per creare un bacino idrologico, i rilievi geologici sono fondamentali, perché  al di là della resistenza della diga alla pressione enorme della massa d’acqua che sono destinati a contenere, i laghi artificiali devono anche fare i conti con la consistenza dei fianchi della montagna, che rappresentano per così dire i confini naturali di un’opera sintetica, interamente imposta dall’uomo alla natura circostante.

E nel dialetto locale, il monte, il cui lato sinistro franò sul bacino nel 1963, causando un’ondata che  travolse e rase a suolo il sottostante centro abitato di Longarone, provocando oltre 2.000 morti, era chiamato Monte Toc, che significa appunto marcio, pericolante, mentre il torrente del Vajont, in ladino significa letteralmente va giù. Non c’è niente in fondo che i montanari non sappiano sulle loro vallate. Bastava chiedere, informarsi e saper ascoltare. I segnali, in fondo, c’erano tutti e ben visibili.

Ma non c’era nessuno che volesse guardare, sentire o ascoltare.

Una tragedia del genere, di tale portata e rivelatrice di tanta incosciente sicumera, non si spiega addossando la colpa ai singoli, che per quanto colpevoli di incuria, di superficialità o di codardia, non sono mai gli unici imputabili, ma all’intera comunità, perché in realtà tutti sapevano, tutti erano in possesso, chi più chi meno, degli elementi necessari per supporre, sospettare, o quanto meno interrogarsi, dubitando, ma nessuno seppe, o volle, collegare e interpretare i fatti in tempo per prevenire un disastro di proporzioni epiche.

E i fatti, si sa, hanno la stravagante abitudine di rimanere tali, anche dopo una tragedia terribile come questa, i fatti, restano fatti.

Vediamo dunque allora quali furono i fatti, e quali le conseguenze.

Partendo, come in tutte le catastrofi, a disastro avvenuto, cercheremo di ricostruire, percorrendo la strada a ritroso, quali furono i campanelli d’allarme, gli indizi, le avvisaglie, le precognizioni di un pericolo reale.

Talmente reale, che ancora oggi la storia è qui a ricordarlo, in memoria delle vittime che a causa di esso perirono, od ebbero la vita spezzata, perché, ricordiamolo, in certe tragedie forse il ruolo più duro è di chi sopravvive, per interrogarsi, cercando un perché che a volte non esiste.

Alle 22.39 del 9 Ottobre 1963, un lato intero del monte Toc, sul versante sinistro del bacino, all’interno della diga di contenimento, sprofonda nelle acque sottostanti, in un unico fronte compatto 260 milioni di metri cubi di roccia, con un boato sinistro, precipitano nelle acque calme del lago artificiale.

A causa della frana gli elettrodi della rete elettrica austriaca vengono divelti dai tralicci, l’intera zona, prima di precipitare nel buio, è illuminata da sprazzi di luce grigio e azzurri causati dal corto circuito. L’unico testimone, impotente, della tragedia, è il parroco di Casso, un paesino situato diversi chilometri più in alto del fronte della frana, e sul versante opposto.

Stava lavorando in canonica, quando ode un fragoroso boato, e la notte viene illuminata da lampi bluastri che sembrano preannunciare un temporale, ma non è una burrasca quella che sta per colpire la vallata, bensì una tragedia immane, di proporzioni epiche.

Da una piccola finestra della Canonica, che affaccia verso valle, il Parroco vede tutta la costa del monte Toc precipitare in basso, aprendo nella montagna una ferita a forma di M, lunga più di tre chilometri, all’interno della quale la terra si è aperta verso il basso con una profondità di oltre 100 metri, portando con sé boschi, case, prati coltivati, uomini e animali.

Giù a valle, l’unico segno imminente della tragedia è la caduta di tutte le linee elettriche, ma nessuno ancora immagina la portata del dramma che sta per abbattersi su Erto, miracolosamente indenne, e su Longarone, che invece sarà rasa al suolo completamente.

Salta la luce elettrica, si odono boati verso le montagne, il cielo è squarciato da lampi, tutti credono a un temporale, magari di particolare violenza, ma niente di preoccupante, in fondo si tratta di gente di montagna, abituata alle intemperie e ai rovesci atmosferici.

Il parroco, impotente, è l’unico che ha una visione chiara di quello che sta per accadere, quando osserva gli oltre 260 milioni di metri cubi di roccia del monte Toc precipitare verso le acque del lago, ma non può avvertire nessuno, e anche potendo, chi mai gli avrebbe creduto? Lo scenario a cui assiste è da diluvio universale, apocalittico, incredibile, quasi impossibile a descriversi.

Don Onorini, da quota 930 mt, al sicuro sull’altro versante della montagna, vede la sponda opposta del lago scomparire in una nuvola bianca, mentre una colonna d’acqua alta più di 250 metri si alza in verticale fino alla quota di Casso, 930 metri di altezza, massi del peso di diverse tonnellate vengono scagliati verso il cielo come sassolini di ghiaia, a 800 metri di quota, un centinaio di metri sotto il paesino, la costa sporge verso il lago come uno sperone, con una roccia prominente, aguzza e tagliente. È questo sperone di roccia a risparmiare il paese, la massa d’acqua vi si infrange contro dividendosi in due ondate, mentre la terra è scossa da un tremito terribile, l’acqua colpisce solo i primi edifici dell’abitato, ma ha perduto parte della terribile forza d’inerzia, si infrangono i vetri, crollano alcune pareti, ma le costruzioni reggono, le persone fortunatamente sono in salvo, nelle camere da letto ai piani superiori, in casco contrario non avrebbero avuto alcun modo di scampare alla furia delle acque.

L’onda rimbalza così sul versante opposto al fronte della frana, si spezza e perde parzialmente di energia nell’impatto contro Casso, si rivolta verso la diga, ora, e corre verso ovest, scivolando giù, strappa via la passatoia superiore, il camminatoio, la strada asfaltata, travolge gli alloggi dei tecnici, degli operai, dei sorveglianti, che saranno le prime vittime, poi scavalca la diga, e precipita a piombo in caduta libera per 261 metri di baratro perfettamente verticale.

Intanto a Casso volano macigni, un masso sfonda il tetto della chiesa, altre abitazioni vengono sventrate, ma sono fortunati, nessun ferito, non sarà così  a valle.

Subito al di là del muro di cemento, oltre la diga, la gola è profonda, stretta e tortuosa, la massa d’acqua che precipita da quell’altezza viene compressa contro i fianchi della montagna, acquista potenza, corre verso valle schiumosa e roboante alla velocità di oltre 100 chilometri orari, acquistando un fronte compatto alto ben 70 metri.

Appena un minuto dopo il cedimento del Monte Toc, alle 22.40, giù a Longarone comincia l’effetto metropolitana, un leggero vento proveniente dalla gola del Vajont inizia a spirare, dopo un attimo si cominciano a percepire le goccioline d’acqua, il vento rinforza, spinto avanti dalla gigantesca ondata e già non c’è più il tempo per far niente.

Il brusio diventa un rombo, la terra inizia a tremare sotto i piedi degli abitanti che si riversano in strada, qualcuno comincia a capire ed è tutto un urlo “E’ casca’ la diga!”.

Quelli che sono fuori cercano scampo, verso la statale, qualcuno incongruamente scappa verso i monti, proprio in braccio all’ondata che arriva, altri si fermano per portare in salvo amici, parenti e famiglia, per avvisare gli altri.

Moriranno tutti, saranno salvi solo coloro che si sono arrischiati verso i monti, perché l’onda, passando, li solleverà ancora più in alto, e riusciranno a aggrapparsi agli sterpi, agli alberi, ai cespugli, perfino all’erba, pur di non ricadere in basso quando le acque si ritirano schiumeggiando.

Prima che l’onda sommerga Longarone dal greto del fiume migliaia di ciottoli sono proiettati in avanti con la violenza di proiettili, il vento strappa le tegole dai tetti delle case, l’aria stessa, compressa dalla enorme massa dell’acqua che sopravanza, diventa una temibile arma mortale, l’onda d’urto scaglia persone e cose in ogni direzione, è come un tornado.

Non c’è salvezza, chi viene risparmiato dalle pietre, dalla prima ondata del tifone, e dai crolli degli edifici, viene poi travolto dall’immane ondata che sopraggiunge.

Esaurita la sua furia distruttiva, dopo aver travolto Longarone, radendola al suolo, l’onda si allarga, si placa, risale il corso del Piave, abbatte alcuni edifici dei paesi successivi, sono colpiti Pirago, Rivalta, Faè, Villanova, il fiume si alza di livello per decine e decine di metri, causando piene e straripamenti, ma fortunamente riesce ad assorbire e a stemperare il flusso della massa acquea in movimento, occorrerrano decine di ore prima che il flusso torni ai livelli normali.

Intanto indietro di Longarone non c’è più traccia, nessun edificio, nessuna strada, nessun segno di un centro abitato se non per le persone, le cose, le case, i mobili e le macchine che sono state scaraventate sugli alberi, tutto il resto è una piana sconfinata di fango e di desolazione.

Resteranno i calcinacci, la polvere, l’acqua, il fango e le lacrime a ricordare un paese intero, e le traversine della ferrovia con i binari divelti per decine e decine di metri, piegati e contorti come un monumento funebre d’arte postmoderna.

È stato calcolato che l’onda d’urto che precedette la massa d’acqua in movimento ebbe un impatto pari o superiore a quella causata dalla bomba atomica di Hiroshima, coloro che si trovavano all’aperto furono smembrati dall’impatto ancora prima di essere colpiti dall’acqua, 50 milioni di metri cubi in movimento alla velocità di 100 chilometri orari, un’ecatombe.

Il primo comunicato Ansa che informò la nazione dell’accaduto fu diramato poco dopo mezzanotte, per il resto del mondo la zona del Vajont sembrava un microcosmo isolato e distante, la prima telefonata ai vigili del fuoco di Belluno parlava di un grosso guaio alla diga «Non so bene che cosa sia successo: sono tutti fuori. Ma se è caduta la diga, i morti sono migliaia».

La diga non era caduta, aveva retto, e regge ancora, ma qualcosa di terribile era successo, e i morti si contavano davvero a migliaia.

Lo spettacolo che si offrì alla vista dei primi soccorritori giunti alle incerte luci dell’alba fu da tregenda, un’immensa compatta piana di fango che andava solidificandosi, sulla quale si aggiravano smarriti i pochi sopravvissuti. 1917 morti di cui 1450 su fondo valle, che equivale a dire l’80% dei presenti.

Come a Pompei dopo l’eruzione del vesuvio, dove tutto era cenere e lapilli, di Longarone rimaneva solo una distesa sconfinata, un paesaggio irreale appiattito, senza alcuna traccia di macerie, sembrava che lì prima non ci fosse mai stato niente.

E i morti si pescavano dal Piave, che continuava a sospingere quei poveri resti verso il mare, non ci fu modo nemmeno di contare le perdite, non fu possibile identificare quei poveri corpi che venivano faticosamente tratti a secco sulle rive fangose del fiume.

Una linea sconfinata di cadaveri da cima a fondo valle, allineati sulle sponde senza soluzione di continuità, in una lunga  e ossessiva processione, come le stazioni di una via crucis. Per contarli fu necessario risalire all’ultimo censimento del 1960, sottrarre i sopravvissuti, e dolorosamente constatare il decesso di tutti gli altri, che furono inumati in lunghe fosse profonde, dentro casse di pino costruite di fresco, dove l’odore del legno appena tagliato si confondeva con l’amaro sentore della morte.

La domenica seguente a Fortogna si tenne una grande messa funebre, per dare degna sepoltura ai morti, e le fabbriche di mobili di tutta la zona furono allertate dalla Prefettura per costruire le bare giorno e notte, tutta l’Italia era lì, con il cuore e col pensiero, e il commosso saluto ai defunti durante il messaggio alla nazione del Presidente della Repubblica Antonio Segni il 31 dicembre 1963 commemorò definitivamente quella perdita con toccanti parole di cordoglio.

L’anima della Nazione, nel corso del 1963, doveva essere crudelmente percossa da una terribile sciagura, nella quale migliaia di nostri fratelli persero la vita e i beni.
Alle vittime ed ai superstiti del disastro del Vajont vada, oggi, ancora il nostro commosso ed affettuoso pensiero; ai superstiti, in particolare, il rinnovato impegno che non saranno tralasciati gli sforzi per aiutarli a ricostruire la loro vita. La immediata solidarietà dimostrata in quei tristi giorni dagli italiani, con indimenticabile slancio, ha dato la misura precisa di quanto affidamento si possa sempre fare sui sentimenti più nobili del nostro popolo, che si trova saldamente unito, soprattutto quando la sventura bussa alla porta
.”

Ma al di là di questo dovuto e comprensibile omaggio, ancora oggi l’Italia e i parenti delle vittime si chiedono quali furono le colpe, le implicazioni e le responsabilità oggettive di un tragedia annunciata in cui la fatalità e la furia della natura c’entrano ben poco.

Di chi furono le responsabilità della tragedia del Vajont, di chi furono le colpe, contro chi puntare il lungo dito accusatore della legge? Dopo trentacinque anni di inchieste, a seguito di alcune poco rappresentative condanne, ancora non è stata data una risposta, e a tutt’oggi l’unica entità che potrebbe dare un responso certo, troneggia oltre la strage, fiera e maestosa, monito silenzioso sulla gola del Vajont.

La diga è ancora in piedi.

Sabina Marchesi