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La Diga del Vajont: Le Responsabilità

La verità sta nelle testimonianze, nelle prove, nei fatti, in quelli ammessi e in quelli taciuti, nella documentazione esibita e in quella celata, nelle cose che si dissero e in quelle che si tacquero.

 

Il materiale caduto dal fronte della montagna ad una velocità di oltre 95 chilometri orari riempì l’invaso per una lunghezza di quasi due chilometri portando l’altezza delle acque del bacino a circa 152 metri al di sopra del livello abituale, tanto bastò per causare un’ondata di proporzioni immani, la quale si abbattè sulla diga, che miracolosamente resse al colpo, scavalcandola in una folle corsa verso il fondo valle.

 

Questa la dinamica degli eventi.

 

La catastrofe, che provocò circa 2.000 morti ebbe una logica conseguenza penale, con interi battagloni di esperti che misero in luce tutta una serie di possibili cause, alcune delle quali completamente sconosciute, e che avrebbero concorso al realizzarsi di questa immane tragedia.

 

La conclusione finale fu, al di là delle condanne comunque comminate per incuria professionale e responsabilità civile, che in alcun modo il disastro avrebbe potuto essere previsto ed evitato, poiché in fase di studio tutti i rilievi consigliabili erano stati eseguiti doverosamente e nella maniera prescritta, e che, al limite, una volta messi in moto gli eventi, forse potevano essere attuate, anche se tardivamente, alcune elementari precauzioni tese a ridurre i danni e le perdite umane, che invece si verificarono immani.

La furia popolare degli abitanti della zona, che invece sapevano bene come gli avvisi di un’incombente minaccia ci fossero stati, e come, passò inascoltata, e i fenomeni citati furono interpretati come segnali che a posteriori potevano essere facilmente spiegati, col senno di poi, ma non tali da giustificare particolari azioni preventive o interruzioni dei lavori.

 

Si disse insomma che con le informazioni di cui si disponeva all’epoca tutto era stato fatto a norma e in regola, e che le cause di una simile tragedia erano in fondo da imputarsi a una mera causalità, una sventura che non poteva essere prevista o evitata, ma solo gestita meglio.

 

Ma è proprio così? Le popolazioni locali giurano di no, e se non lo sanno loro, chi può saperlo? Certo non il Ministero dei Lavori Pubblici giù a Roma, né la Prefettura di Belluno, e nemmeno il Governo, o il Tribunale.

 

La verità sta nelle testimonianze, nelle prove, nei fatti, in quelli ammessi e in quelli taciuti, nella documentazione esibita e in quella celata, nelle cose che si dissero e in quelle che si tacquero.

Come qualcuno cerimoniosamente affernò in quei lontanissimi giorni, la diga del Vajont era effettivamente un capolavoro, una delle opere più ardite mai realizzate, una vera sfida, la celebrazione dell’ingegno nazionale, il conseguimento di un ritrovato benessere economico.

Questa opera sofisticata di alta ingegneria però avrebbe dovuto essere abbandonata, in corso d’opera e molto prima del collaudo, non appena il Monte Toc diede chiari e inequivocabili segnali che il serbatoio destinato a contenere il bacino idroelettrico non avrebbe retto a ulteriori sollecitazioni, perchè il terreno era friabile, e cominciava a minacciare un prossimo cedimento già quando furono fatte le prime prove di invaso.

Soltanto che innumerevoli pressioni di natura politica, imprenditoriale ed economica gravitavano intorno alla diga, enormi interessi erano in ballo, intere carriere dipendevano dalla sua realizzazione, ad essa erano stati affidati ingenti investimenti per il futuro benessere della vallata  e di riflesso la gloria e il riscatto di  tutta una nazione.

Ci sarebbe voluto qualcuno all’epoca che fosse stato tanto pazzo, o coraggioso, da rischiare tutto questo per un semplice dubbio, anche se suffragato da prove piuttosto impressionanti.

Qualcuno ci fu che credette di capire, che ritenne di interpretare correttamente quei segnali che stavano giungendo sempre più allarmanti e ravvicinati, ma non seppe come agire, o non fece abbastanza.

Ma vediamo in ordine cronologico quali furono i fatti che anticiparano il disastro, e che accompagnarono la diga del Vajont fin dall’inizio della sua realizzazione, tenendo conto del periodo storico corrispondente in cui va detto, a onor del vero, che le informazioni non viaggiavano con la stessa rapidità di adesso, e le voci di tutti non erano ascoltate parimenti nello stesso modo.

Oggi chiunque avesse, mettiamo, sentore di un qualche reato, o illecito amministrivo, o danno in corso contro l’ambiente o contro l’ecostistema, potrebbe rivolgersi a un numero relativamente alto di organizzazioni, reperibili anche su internet, più che disposte a interessarsi dell’argomento e a farsi carico del problema, da Amnesty International al Wwf, dalla Protezione Civile alle Associazioni dei Consumatori e di Categoria, dalle Redazioni dei Giornali ai Talk Show Televisivi.

Allora non era così, allora veniva considerata come “illuminata” soltanto la voce delle autorità costituite, il sapere e la conoscenza erano nelle mani esclusivamente di una setta ristretta di menti istituzionali, il parere di tecnici e scienziati che non fossero quelli ufficialmente riconosciuti non aveva alcun peso né il minimo valore.

Perfino la voce dell’opinione pubblica e della stampa non era tenuta in gran conto, come dimostra l’allarme che tentò inutilmente di dare in proposito la giornalista Tina Merlin.

Erano in gioco onorate carriere, titoli accademici, interessi governativi, giunti a un certo punto del progetto il minimo segno di arresto poteva rivelarsi un fallimento totale, si decise di minimizzare, di interpretare i rilievi tecnologici con la più ottimista delle valutazioni possibili, si giunse fino a nascondere alcune informazioni, o a deformarle, nel nome di un interesse che si riteneva comune.

Questo fece di quei tecnici, di quei burocrati, di quegli accademici, ingegneri, politici, e dirigenti, dei potenziali assassini, anzi degli assassini di fatto, ma, come già detto, le colpe furono molteplici, da suddividere sulle spalle di tutta l’intera comunità, rea di connivenza e di ignavia nella migliore delle ipotesi, se non addirittura di complicità. Ci si macchiò insomma di un reato tipicamente italiano, quello di “fingere di non vedere e di sperare in bene”.

Nei primissimi anni del ventesimo secolo in Italia si andava appena affermando, con notevoli sforzi e massiccio impegno, la produzione e la gestione in proprio degli impianti per l’erogazione di energia elettrica.

Negli anni rigogliosi di ricrescita economica che seguirono la prima guerra mondiale, il paese tentò di risollevarsi in vari campi, mettendo in campo ingenti risorse economiche, tecniche, scientifiche e culturali, alcune imprese private si dedicarono alla gestione degli impianti di produzione, di smistasmento e di erogazione dell’elettricità. Tra queste primeggiava la SADE, Società AltoAdriatica di Elettricità, fondata nel 1905 da Giuseppe Volpi, conte di Misurata.

Risale agli anni Venti uno dei primi studi di fattibilità avviati per la realizzazione di centrali idroelettriche nelle valli montane poste tra il Veneto e il Friuli, finchè nel 1928 venne presentata un rapporto che identificava come adatto allo scopo il sito dove scorreva il Vajont, nel fondo di una vallata posta sul confine esatto tra le due regioni. La firma sulla relazione era del Prof. Giorgio Dal Piaz, eminente geologo di integgerima fama, il cui contributo sarà poi fondamentale per la storia della diga.

Dal punto di vista puramente tecnico si trattava della collocazione ideale per un nuovo impianto che avrebbe costituito il fiore all’occhiello non solo della Sade ma di tutta l’economia italiana. La valle del Vajont era stretta, profonda, ripida, il sito perfetto per un serbatoio idrico della capienza di oltre 50 milioni di metri cubi, un impianto che da solo sarebbe stato pari alla portata di tutti gli altri bacini delle Dolomiti messi assieme.

Come per il Titanic si trattava di una realizzazione tecnica estremamente ardita, mai osata prima. Un progetto ambizioso, considerato degno di ogni ragionevole sforzo.

Si arriverà però alle soglie della seconda guerra mondiale prima che, nel 1943, la SADE potesse ottenere le concessioni statali che erano necessarie per dare il via ai lavori, e anche qui è avvolto nel segreto più nero se in questo considerevole lasso di tempo, quasi ventanni, furono effettuati ulteriori rilievi geologici, o perizie, prima di avviare il progetto e di renderlo esecutivo.

C’è da ricordare che all’epoca la relazione di Dal Piaz era solo uno studio in linea di massima sulla fattibilità dell’impianto, effettuata su innumerevoli luoghi ritenuti probabili o possibili, tra cui la valle del Vajont era solo uno dei tanti.

Nessuno ci assicura che tra la prima identificazione di un luogo  “probabile” e la sua scelta successiva come luogo “definitivo” ci siano state ulteriori indagini più approfondite, e probabilmente non ce ne furono. Una dimenticanza? Un errore? Una svista? Qualcosa che si contava di fare dopo e che non fu mai fatto? Non lo sappiamo, fatto sta che non c’è n’è traccia alcuna, né prima né dopo.

L’imminente scoppio della seconda guerra mondiale, che tenne il paese impegnato in un sanguinoso conflitto tra il 1945 e il 1948, non consentì probabilmente al Governo di eseguire il controllo preventivo sul progetto così come sarebbe stato auspicabile. Da una parte lo Stato, impegnato in ben altre faccende, tendeva ad essere lassista, dall’altra la SADE sapeva muoversi con un estremo tempismo e un grande spirito d’iniziativa che in alcuni casi rasentava pericolosamente l’illegalità.

Fatto sta che la società privata procedette a tempo di record ad eseguire gli espropri necessari per l’inizio dei lavori, a volte in maniera dichiaratamente forzosa, promettendo agli abitanti della valle tempi di prosperità e di grande benessere economico. Negli anni tra il 1956 e il 1960 la diga era già fattivamente eretta e completata insieme al resto dell’impianto, i lavori erano in uno stato di avanzamento così inoltrato che oramai, anche volendo, non sarebbe più stato possibile fermarli o imporre ulteriori rilievi geologi e toponomastici sulla morfologia del territorio, si trattava a questo punto di cosa fatta.

Nel frattempo il progetto originario, quello regolarmente approvato dal Governo, che prevedeva una quota massima di 677 metri sul livello del mare, era stato ampliato, senza alcuna autorizzazione. Da lì in poi le autorità governative, dalla lontana Roma, operarono alla cieca, esaminando e approvando stadi di avanzamento dei lavori che non corrispondevano più ai disegni presentati a suo tempo.

La parete in calcestruzzo progettata dall’Ingegner Carlo Semenza sarebbe stata la diga a doppio arco più grande del mondo, e l’invaso massimo raggiungibile con le nuove modifiche avrebbero portato il bacino idrico a una capienza che era circa il triplo di quella inizialmente prevista, oltre 150 milioni di metri cubi, un vero record. Ma non autorizzato. Nessuno aveva visionato i progetti, nessuno li aveva sottoposti al vaglio degli esperti, nessuno si era mai sognato di approvarli, e il Governo, che supervisionava da lontano, continuava a far fede ai disegni originali.

A questo punto giunse a far precipitare gli eventi la nuova normativa che prevedeva la nazionalizzazione di tutti gli enti di produzione dell’energia entro la data limite dell’anno 1963, per non perdere gli investimenti fatti la SADE avrebbe dovuto consegnare allo Stato per quella data un’impianto a regola d’arte, attivo, perfettamente funzionante, e collaudato a norma di legge.

Si diede così corso ai primi esperimenti di invaso, il bacino in pratica andava progressivamente riempito per poterne verificare la tenuta, e anche qui le tabelle utilizzate per effettuare questa delicatissima operazione, di fatto la prima sollecitazione vera dell’impianto, erano tabelle interne della SADE, preparate in base a calcoli non autorizzati e non verificati.

Il livello originariamente previsto per la struttura, nel suo stato di capienza massima era di 677 metri, ma secondo il progetto ritoccato doveva giungere a ben 715. Di fatto però, già a quota 680, poco di sopra al limite massimo indicato come soglia di sicurezza dalle autorizzazione governative, che in fondo avevano visto giusto, si verificarono dei movimenti anomali sulla sponda sinistra del monte Toc, proprio là dove nel 1963 si staccò la frana, foriera di tanta sventura.

Già questo segnale, peraltro chiarissimo, di assoluta indisponibilità delle falde montuose a ricevere e contenere altra acqua, non era da prendersi alla leggera, ed avrebbe dovuto allarmare i tecnici ed indurli a ben più miti consigli, anche a fermare tutto se necessario, o al limite a rientrare nel progetto originale e fermarsi a quella quota, magari svasando fino alla soglia di sicurezza prima che fosse troppo tardi.

Il fenomeno non era di poca entità e non era certo tale da essere sottovalutato, e infatti furono commissionati tutta una serie di rilievi e di accertamenti per saggiare la consistenza delle falde del monte Toc, sopra le quali poggiava il lato sinistro della massa d’acqua, che non davano segni definitivi di assestamento.

Ben cinque geologi e tecnici furono consultati, Dal Piaz, che aveva effettuato i rilievi originari, il Prof. Mùller, il Dott. Edoardo Semenza, figlio del progettista della diga, Franco Giudici e Francesco Penta.  Le perizie furono contrastanti e discordi, ma tutte identificavano un problema di fondo, il monte Toc dava segno di cedimenti progressivi, c’erano tutti i presupposti per identificare il fronte di una frana, i pareri divergevano solo sulla gravità, sulla profondità, e sull’imminenza del fenomeno freatico. Poteva essere un movimento superficiale, il residuo di una frana precedente e antica, un assestamento momentaneo non destinato a trascendere, oppure il segnale chiaro di un crollo imminente dell’intera pendice laterale del monte Toc, che non a caso era soprannominato in dialetto, Marcio  e Pericoloso.

Semenza e Giudici furono quelli che più si avvicinarono alla dura realtà presagendo il sentore di un grande crollo strutturale nel corso del quale sarebbero venuti giù 200 milioni di metri cubi di roccia lungo un fronte compatto di due chilometri, mentre Muller, che aveva ritenuto il problema meno grave di quello che poi si rivelò essere, identificò perfettamente il fronte della frana, che quando si distaccò mostrò poi l’identico profilo a M che egli aveva disegnato nei suoi rilievi.

In ogni caso, quali che fossero le corrette interpretazioni delle perizie effettuate, anche per i tecnici della SADE fu presto chiaro che qualcosa andava fatto.

Era ovvio che per avere dal Monte Toc un responso definitivo, al di là dei rilievi e delle ipotesi, andava effettuato un programma di sollecitazioni dinamiche. L’illusione era quella di poter controllare l’andamento della frana, e di poterne garantire il distacco in fronti separati, in modo da contenere il danno, sperando nel contempo che il fenomeno interessasse solo il livello superficiale.

Senza la preventiva autorizzazione degli organi centrali, il livello dell’invaso fu fatto salire e scendere a più riprese, per saggiare la compattezza delle falde montuose e verificare la loro reazione alle sollecitazioni. Si notarono movimenti apparenti solo in superficie, e questo sembrò riconfermare le interpretazioni più ottimistiche rese dai geologi.

Proprio quando l’atmosfera sembrava alleggerirsi, si verificò il 4 novembre del 1960 un episodio che sembrò l’anticipazione in miniatura dell’epico disastro che sarebbe seguito. Un piccolo promontorio sulla sponda sinistra del bacino si staccò improvvisamente, inabissandosi nelle acque, e causò una grande ondata d’acqua. Con tre anni di preavviso il Monte Toc stava dando chiari segnali di allarme su quel che sarebbe potuto accadere, e che poi effettivamente accadde.

Non era più il momento di ignorare la situazione, la frattura che apparve evidentissima sul monte Toc dopo la frana aveva il segno preciso di una M, così come diagnosticato da Muller, era lunga 2500 metri, partendo da dietro la diga e raggiungendo quasi il lato opposto della vallata, ma nessuno sapeva quanto fosse profonda. Se aveva ragione Semenza avrebbe potuto spingersi fino a una profondità compresa tra i 100 e i 250 metri e se fosse venuta giù totalmente avrebbe potuto generare una catastrofe dalle proporzioni epiche.

Naturalmente Semenza aveva visto giusto, se fosse stato ascoltato le sue intuizioni avrebbero potuto salvare sia la diga che le popolazioni colpite dal disastro, e anche Muller non aveva sbagliato identificando il fronte corretto della frana, e intuendo che il fenomeno una volta innestato non era più reversibile, come fece rilevare nella sua relazione del 3 febbraio 1961.

Nel frattempo le popolazioni interessate di Erto, Casso e Longarone erano in subbuglio, le manovre sul monte Toc, i picchettamenti che racchiudevano il fronte della frana, e i rilievi geologici non erano passati inosservati, per i responsabili della SADE era giunto il momento di fare qualcosa.

Ma non era facile prendere una decisione appropriata, poteva anche darsi che dando inizio ad accelerate operazioni di svaso del bacino, magari in preda al panico e alla confusione, si sarebbe finito semplicemente per accelerare un processo di cedimento che magari invece si era già stabilizzato con il piccolo crollo superficiale del 4 novembre 1960.

La SADE optò per il minore dei mali, decise di accettare, anche se a malincuore, l’esistenza di un rischio fondato di ulteriori movimenti franosi, ma ritenne di poter considerare come validi i calcoli meno impattanti, forse la frana sarebbe stata di soli 20 o 40 milioni di metri cubi, non di 200 come ipotizzato da Semenza, e in fondo nessuno diceva che sarebbe giunta in acqua compatta, ma avrebbe anche potuto sgretolarsi nella caduta, generando un fenomeno minore, inoltre sarebbe potuta scendere anche qualche centimetro alla volta e non necessariamente in un colpo solo.

Insomma le ipotesi erano variabili, nessuno infatti poteva attestare con matematica sicurezza quale tra i vari geologi avesse fornito il parere più attendibile, e si trattava solo di utilizzare gli strumenti a disposizione per effettuare la migliore interpretazione possibile.

Fu così che nell’estate del 1961 vennero commissionati, lontano dal Vajont per non generare il panico, esperimenti riservatissimi per studiare l’impatto di una frana da 40 milioni di metri cubi sul bacino idrico, realizzando a Padova, presso il Centro Modelli Idraulici della SADE, un modellino in scala 1 a 200 della diga.

Ma la compagnia idrica intanto era alla prese con un altro problema, la data del collaudo si stava avvicinando e il bacino a causa delle frane si era parzialmente riempito, riducendo le capacità di esercizio dell’impianto, occorreva eseguire dei lavori e per questo fu abbassato di nuovo il livello delle acque fino a quota 600 metri, cosa che probabilmente contribuì a destabilizzare ulteriormente la già precaria situazione dinamica.

Non priva di un certo buon senso però la compagnia aveva fatto installare sul fronte della frana dei piezometri, che come dei carotaggi, dovevano far rilevare gli spostamenti del terreno, e la profondità della frattura, il monte continuava a muoversi, ma solo uno dei piezometri si ruppe, il che stava a significare due cose soltanto, o la massa era rimasta immobile e si era mossa solo in punto, là dove si era rotto il dispositivo, o si era mossa compatta, dato che i rilevatori erano immersi nella roccia per centinaia di metri. Anche qui era solo questione di interpretazioni, che furono però tali da suggerire all’Ing. Carlo Semenza, il costruttore dell’impianto, di far applicare sulla sommità della diga dei sofisticatissimi sismografi, per meglio valutare la situazione.

Poi successero due cose, il 10 Maggio 1961 la SADE chiese autorizzazione a Roma per raggiungere la quota limite di 660 metri, e alla fine di Ottobre moriva l’Ingegner Semenza, il costruttore della Diga, lasciando a capo della struttura l’Ingegner Alberico Biadene, che più che un ingegnere era un burocrate.

Fu lui a eliminare dai rapporti quindicinali che venivano inviati alle autorità governative le note riguardanti la crescente attività sismica che andava di pari passo con le operazioni di riempimento del bacino, se il Ministero dei Lavori Pubblici ne fosse stato avvertito in tempo avrebbe bloccato ogni tipo di attività salvando gli abitanti di Longarone dalla strage.

Il 20 Luglio del 1962 scompariva dalla scena anche il geologo Giorgio Dal Piaz, l’unico esperto che aveva un’idea chiara della situazione, colui che aveva effettuato i primissimi rilievi nel dopoguerra, e che aveva assistito l’Ing. Semenza durante tutta la progettazione, la costruzione e la gestione dell’impianto.

Sparendo dal panorama della SADE le figure dei padri fondatori della diga, nessuno fu più interessato a commissionare ulteriori perizie o rilievi, e l’attenzione rimase totalmente concentrata sulle operazioni di invaso, sulle autorizzazioni ministeriali, e sul raggiungimento della quota limite stabilita per il collaudo finale, che avrebbe finalmente trasformato decenni di sforzi e di impegni in denaro sonante.

A giugno mentre il Ministero autorizzava il raggiungimento d quota 700 metri, arrivò contemporaneamente anche il parere da Padova della commissione responsabile della simulazione sul modellino, quota 700 era da considerarsi sicura anche in concorrenza di un evento franoso sulle pendici del monte Toc.

Nessun ostacolo si frapponeva ormai tra la SADE e il collaudo finale, salvo il fatto che il Prof.Ghetti aveva condotto le simulazioni con una frana di soli 40 milioni di metri cubi, e che nonostante ciò, nel rapporto finale consigliava di effettuare una serie di esperimenti per valutare l’effetto di una possibile onda di scavalcamento, che superando la sommità della diga, nella più malaugurata delle ipotesi, avrebbe raggiunto i centri abitati del fondo valle. E così salivano a tre le persone che in un certo senso avevano visto giusto.

A Dicembre del 1962, un anno prima del disastro, quando si era ancora in tempo per fermare ogni cosa, si giunse alla sospirata quota di 700 metri di invaso. Ma questa volta un assistente governativo era presente ed esternò le sue perplessità davanti all’insistente movimento dei sismografi che indicavano sensibili movimenti critici della massa franosa.

Partì l’ordine di svaso, lentamente per non pregiudicare le già instabili condizioni geodetiche, mentre nel Marzo del 1963 l’impianto passava di mano e diventava ufficialmente proprietà del nuovo Ente Nazionale per l’Energia Elettrica, l’odierna ENEL.

Ma nei documenti ufficiali di acquisizione l’impianto era censito come perfettamente funzionante, mentre in realtà non aveva ancora raggiunto la quota di collaudo prevista sui 715 metri. Doveva essere perfezionato in fretta questo passaggio prima che le operazioni burocratiche fossero concluse, pena la perdita economica delle risorse impiegate e il declassamento dell’impianto.

Paradossalemente, giunta al livello di svaso di 647.5 metri, la frana continuava a dare segni preoccupanti di criticità sempre crescente, movimenti tellurici, intonaci delle case che si staccavano, porte e finestre che uscivano dalle intelaiature, i pozzi si svuotavano, la scuola di Pineda, che solo l’anno prima era stata donata dai burocrati della SADE alle popolazioni locali, dopo neanche un mese di funzionamento fu dichiarata inagibile e gravemente lesionata, la strada di collegamento della vallata era dissestata e sconnessa, e alcuni tratti andavano fuori asse anche per mezzo metro al punto che i camion avevano difficoltà a passarvi.

I segnali di allarme c’erano tutti.

Nonostante lo svaso, o forse proprio a causa di questo, la situazione stava precipitando rapidamente. Presto i contrasti tra le autorità locali dei paesi circostanti e la SADE si fecero gravissimi, il Sindaco di Erto telegrafò alla Prefettura di Udine, allertò l’ENEL di Venezia, fece tutto quello che era in suo potere per richiedere l’attenzione delle strutture governative.

Intanto l’acqua del bacino diventava torbida, e dal lato del Monte Toc comparivano inquietanti chiazze di pulviscolo, il Sindaco nel suo telegramma parlava di “continui boati e tremiti del terreno comunale”.

Si giunse così al 20 marzo 1963, data in cui la ENEL-SADE inoltrò domanda per raggiungere il livello di collaudo alla sospirata quota di 715 metri cubi, l’autorizzazione ufficiale arrivò 10 giorni dopo. Nessuno aveva dato ascolto all’allarme inviato dal Sindaco di Erto. La sua protesta si unì al coro delle voci inascoltate.

L’acqua riprese a scorrere nel bacino, e il 1° Settembre si raggiunse il livello di 709,40 metri cubici, quasi dieci metri oltre il livello di massima sicurezza identificato a suo tempo dagli esperti che avevano eseguito le simulazioni sul modellino plastico nel centro ricerche di Padova.

Per la SADE la sitruazione si faceva critica, Biadene era giunto a soli 5 metri dalla sospirata quota di collaudo, bastava ancora poco, poi avrebbe svasato e sarebbe rientrato il più rapidamente possibile alla quota di sicurezza.

Ma la frana continuava a muoversi, presto fu chiaro per tutti che non si poteva rischiare oltre, Biadene fece fermare tutto, con l’idea che alcuni giorni di stabilità avrebbero reso possibile continuare le operazioni con un ragionevole margine di cautela, del resto anche svasare e rinvasare continuamente presentava i suoi rischi, si era già dimostrato che la frana diventava instabile se sottoposta a sollecitazionii continue.

Un ulteriore avviso di pericolo giunse il mattino dopo con una forte scossa di terremoto stimata intorno al 7° grado della scala Mercalli, crollarono alcune case, altre furono gravemente lesionate. Il Sindaco di Erto mandò ulteriori avvisi, diramò allarmi, pretese risposte, certezze e rassicurazioni. Non ebbe risposta.

Alla diga invece cominciavano ad avere un’esatta percezione del pericolo, ma non sapevano che fare, il bacino era a quota 710,00 metri, ma la scossa di terremoto aveva dato un ulteriore impulso alla frana, che era scesa ancora e continuava a scivolare verso il lago, senza accennare a fermarsi, presi dal panico bloccarono tutto.

Su di loro continuavano a  pesare le ammonizioni di Ghetti che esortava a NON superare quota 700 metri, erano già 10 metri sopra il livello di sicurezza, se fosse accaduto l’irreparabile, cosa ne sarebbe stato dei paesi di Erto, Longarone e Casso?

I tecnici cercarono disperatamente di tornare a quota 700, tentando di mettersi al riparo rispettando il livello di sicurezza, ma era un’operazione che andava compiuta con cautela, visto che la frana tendeva ad assestarsi quando il livello dell’acqua rimaneva fermo, ed invece precipitava quando la si sottoponeva a sollecitazioni continue. Si decise di aspettare.

Nel frattempo tutte le autorità della Diga erano in consultazione tra di loro per decidere il da farsi, si tentava di tranquillizzare la popolazione, si affermava che ogni cosa era sotto controllo.

La velocità di caduta del fronte della frana era raddoppiata negli ultimi giorni, i rischi aumentavano col passare delle ore, nella frenesia di tornare alla quota di sicurezza e di porsi al riparo da possibili critiche, si decise di affrettare le operazioni di svaso, del resto a questo punto forse ogni decisione presa sarebbe stata sbagliata, era già troppo tardi per correre ai ripari.

70 cm al giorno sembrò la velocità di svaso più ragionevole, procedere troppo in fretta avrebbe compromesso la stabilità del fronte franoso, andare avanti più lentamente avrebbe significato provocare una sempre più profonda imbibizione della roccia, e del resto 70 cm al giorno avrebbero ugualmente garantito un utile economico mantenendo la diga a regime di esercizio, mettendo in funzione la nuova centrale elettrica appena progettata.

Mentre si cercavano, tardivamente e in tutta fretta, periti che potessero emettere un parere geologico governativo a sostegno delle decisioni intraprese, nessuno pensò di allertare la popolazione, di diffondere un preallarme, o di studiare un piano di emergenza.

Ufficialmente la situazione era sotto controllo e le operazioni eseguite venivano fatte rientrare sotto la categoria di manovre di ordinaria amministrazione.

Il 2 ottobre la frana scese ancora, Biadene era a Roma in frenetiche consultazioni con la direzione della Enel Sade, il suo sostituto alla diga intanto di propria iniziativa, resosi conto della gravità della situazione, tentò di entrare in contatto con il Genio Civile di Belluno, ma inutilmente, e non osò ancora diramare un allarme ufficiale. Intanto la frana continuava a scivolare.

Ancora si sarebbe stati in tempo a salvare le vite umane anche se a costo di infangare per sempre la reputazione di architetti, tecnici e ingegneri, che a quel progetto avevano dedicato l’intera esistenza.

La natura il 7 ottobre del 1963 diede il suo ultimo avvertimento, impossibile a non cogliersi. A questo punto tutti sapevano, e anche se non capivano, avrebbero dovuto forse fare qualcosa di più di quello che fu fatto.

La strada di circonvallazione che collegava la valle al lago era praticamente fuori sede, i piezometri continuavano implacabili a registrare la discesa della massa franosa, da pochi mm di spostamento iniziale si era arrivati a un movimento continuo di diversi cm al giorno, sulle pendici del Monte Toc si aprivano  fessurazioni visibili a occhio nudo, si udivano scricchioli e tremori provenire da sottoterra, gli alberi si piegavano e raggiungevano una posizione quasi orizzontale rispetto al terreno.

Finalmente fu ordinato lo sgombero, ma solo dei piccoli centri abitati sul monte Toc, si tralasciò di evacuare Pineda, Liron e Prada, che pure erano adiacenti. Biadene, che era tornato alla diga senza aver ottenuto da Roma il sostegno che sperava, allertò anche il Sindaco di Erto tramite un comunicato ufficiale che fece partire dalla Direzione Centrale di Venezia.

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Era ormai chiaro che la situazione, totalmente fuori controllo, era sfuggita di mano ai tecnici in maniera irreversebile, si tentò così di allertare la popolazione, ma quello che ci si aspettava in fondo era una specie di mareggiata interna al bacino, nessuno arrivò a pensare che la massa d’acqua avrebbe scavalcato la diga e sarebbe precipitata a valle.

Infatti l’ordinanza del Sindaco di Erto recitava:

Un errore di valutazione dunque e un allerta tardivo furono alla base del disastro.

Le autorità della SADE intanto,  che fino ad allora avevano agito in completa autonomia, incuranti delle conseguenze, falsificando i rapporti e commissionando studi geologici privati, si rivolsero a Roma quando ormai era già troppo tardi.

Il giorno prima del disastro partì un rapporto per la capitale a firma dell’Ispettore Governativo che denunciava la situazione, chiedendo istruzioni urgenti al Servizio Dighe, ma la burocrazia rallenta ogni cosa, e il rapporto, spedito per posta ordinaria, arriverà solo a ecatombe compiuta.

Nello stesso giorno, alla vigilia del dramma, anche Biadene telefonava a Roma sollecitando di nuovo un intervento e un sopralluogo geologico, ottenendo la promessa di un’ispezione programmata per l’11 di Ottobre, ma per quella data ogni cosa sarà finita.

Si aumenta il ritmo di svaso, si arriva  a 1 Mt al giorno, si spera di fermare il movimento innestato del fronte della frana, si tenta con ogni mezzo di arrivare almeno a quota 695, ma nessuno immagina ancora la portata di quello che sarebbe potuto accadere.

Vengono fatti sgomberare solo i centri abitati posti sulla montagna sotto quota 730, quelli che avrebbero potuto essere raggiunti dalla mareggiata, non si pensa che l’onda invece scavalcherà la diga.

Oramai però non servono più nemmeno i sofisticati strumenti per tenere sotto controllo la falda del monte Toc, lo smottamento si vede a occhio nudo, lo vedono perfino gli operai che lavorano sulla diga, una fessura si apre dietro le baracche e si allarga a vista d’occhio, larga mezzo metro, lunga almeno cinque, la terra si muove.

Verso sera un altro operaio che risale a piedi la zona del Monte Toc osserva alcuni alberi sradicarsi e cadere, la fessura dietro le baracche si allarga ancora di mezzo metro, la frana è scesa di ulteriori 20 cm, la strada di collegamento viene dichiarata inagibile.

Ormai è la fine.

Si fa bloccare il traffico sulla statale, si pensa al peggio, ma Biadene torna a casa sua, a Venezia, nessuno fa evacuare i paesi della valle, i tecnici che sorvegliano la diga accendono le fotoelettriche e staccano il pannello della finestra, dovrebbe essere quella la loro via di fuga in caso di disastro, non sanno ancora che moriranno travolti dall’onda e che non avranno il tempo materiale di far niente.

Tuttavia alle 22.00 viene ancora lanciato un ultimo allarme, l’Ingegnere capo che è a guardia della diga, Rittmeyer, chiama al telefono Biadene nella sua residenza di Venezia, si è accorto che la montagna cede a vista d’occhio, presente il pericolo, chiede freneticamente istruzioni.

C’erano ancora 39 minuti per evacuare la valle, il tempo sufficiente per salvare 2.000 persone, ma anche l’ultima occasione va persa.

Biadene, al sicuro a Venezia, minimizza, l’Ingegnere Capo, lasciato solo con quella tremenda responsabilità, non ha l’autorità necessaria per intraprendere azioni autonome, e del resto chi gli crederebbe? Una centralinista di Longarone però intercetta la telefonata, capisce che qualcosa sta per accadere, ma anche lei, da sola, cosa può fare?

Era un’epoca in cui si aveva una fede totale nelle autorità costituite, se il Comando dei Carabinieri diceva che era tutto a posto, era tutto a posto, se la massima dirigenza dell’Enel diceva che tutto era sotto controllo, tutto era sotto controllo.

Dunque nessuno fa niente, a Longarone la gente si riversa per le strade, in quella bella serata di Ottobre, ci si affolla nei bar per la visione della partita Real Madrid-Ranger Glasgow, che si preannuncia esaltante.

L’onda li sommergerà alle 22.39 del 9 ottobre 1963 lasciando un’impronta indelebile nella storia.

La diga resterà al suo posto per trentacinque anni a eterno monito contro l’eccessiva sicumera dell’uomo, e il processo non contribuirà mai a fare piena luce sulla vicenda né a onorare la memoria dei morti.

Questo è il rapporto della catastrofe che rilasciò l’apposita Commissione di inchiesta nominata dal Ministro dei Lavori Pubblici:

Alle ore 22,39 del 9 ottobre 1963 il movimento franoso delle pendici del Toc, già in atto, assumeva un andamento percipite, irruento, irresistibile. L’acqua del lago artificiale subiva una formidabile spinta: con andamento di 50 Km all’ora la frana avanzava, raggiungeva la sponda destra della diga, urtava contro questa e vi scorreva sopra.

La tremenda pressione della massa spostava un volume di 50 milioni di metri cubi d’acqua.

Un’ondata spaventosa si sollevava fino a 200 metri, per ricadere in parte verso la diga, superandola, per proiettarsi, poi, tumultuosa, verso la valle del Piave. Irrompeva, così, sventagliandosi, flagellando, violenta, rapida - 1600 metri in quattro minuti circa - sull’ampio scenario che si chiude di sotto. Le luci, palpiti di vita di Longarone, di Pirago, delle sponde di Fornace, di Villanova, di Faè, dei borghi di Castellavazzo, dalla cartiera allo sbocco della gola, improvvisamente si spengono: con esse migliaia di vite umane. Il fiume improvvisamente ingrossato, assume aspetto di piena mai vista; danneggia Soverzene, Belluno…”

Poche lapidarie parole su un rapporto ufficiale per commemorare 2.000 morti, per descrivere cinque minuti di apocalisse che rasero al suolo  un intero centro abitato, lasciando solo morte e desolazione.

Per quelle vittime, dopo le beffe del processo e le truffe dei risarcimenti, rimarrà purtroppo solo questo come epitaffio sulle loro tombe, mentre riposano per sempre all’ombra inquietante della Diga del Vajont, che, nonostante tutto, è ancora in piedi.

Sabina Marchesi