Il Gotico Verghiano e la Suspense Narrativa

Risale al 1877 la novella di Giovanni Verga Le Storie del Castello di Trezza, pubblicata all’interno della raccolta Primavera e Altri Racconti.Come la definisce giustamente Sergio Campailla, tra tutte le novelle del Verga questa è in assoluto, la più complessa ed emblematica, la meglio rappresentativa di quello che sarà poi identificato come il “gotico verghiano”.

 

Il filone del romanzo popolare italiano, molto in voga nel primo novecento, trae direttamente le sue radici dalla fusione del romanzo tradizionale d’appendice con il feuilleton francese e il romanzo gotico inglese.

 

Una delle primissime produzioni italiane in tema di Romanzo Popolare è da attribuirsi a Luigi Natoli, con la sua opera I Beati Paoli, pubblicata a puntate su Il Giornale di Sicilia nel periodo compreso tra il 1909 e il 1910.

 

Uscito originariamente sotto lo pseudonimo di William Galt, i Beati Paoli è un romanzo di fortissima tradizione popolare, ampiamente illustrato da Umberto Eco nel suo saggio “I Beati Paoli e l’ideologia del romanzo popolare”.

 

È con Luigi Natoli che il romanzo popolare italiano inizia a pagare il suo doveroso tributo agli influssi neri del romanzo gotico inglese, portando anche alle porte di casa nostra la tradizione del romanzo d’appendice, tanto tipica del classico Feuilleton francese, naturalmente contaminandola, come è giusto che sia, con il retaggio e il gusto  nostrani.

 

Si tratteggiano così i canoni tipici del genere.

 

Suggestioni ancestrali, antiche maledizioni, tenebrose leggende, turpi segreti, corsi e ricorsi storici, stirpi segnate dal destino,  contaminazioni tra il mondo reale e quello sovrannaturale, mefistofelici influssi degli spiriti, implicazioni inespresse della morte, luoghi maledetti e misteriosi, sotterranei, anfratti, nascondigli, rupi, castelli, grotte, e angoli di natura incontaminata dove il panorama selvaggio e il brutale isolamento fanno da sottofondo alle gesta malvagie del cattivo di turno.

 

È il momento in cui la disciplina classica del filone storico si fonde felicemente con l’ideologia del romanzo popolare, dando origine a un genere letterario di grande attualità e di imperituro successo.

 

Non a caso nello stesso periodo del tardo Ottocento e primo Novecento moltissimi autori italiani, anche di insospettabile levatura, non disdegnarono affatto di cimentarsi in  questo campo, in testa tra tutti due grandi nomi del nostro panorama letterario come quelli di Antonio Fogazzaro e Giovanni Verga.

 

Risale al 1877 la novella di Giovanni Verga Le Storie del Castello di Trezza, pubblicata all’interno della raccolta Primavera e Altri Racconti.

 

La trama risulta imperniata attorno ad un’antica leggenda siciliana, ambientata in un castello nel piccolo paesino di Trezza.

 

La guida del luogo sta narrando ai turisti la triste storia di donna Violante, andata infelicemente in sposa a un rozzo e arrogante barone locale, tale Garzia d’Arvelo.

 

Soffocata dalla turpe rudezza del marito, non amato e indesiderato, la giovane donna volge le sue attenzioni verso il paggio di corte, Corrado.

 

Culmine della passionale vicenda d’amore è il sacrificio di quest’ultimo che, per non essere colto in fragranza di adulterio, e per non compromettere definitivamente la sua amata, non esita a gettarsi dalla torre del Castello, pur di non essere colto in un luogo dove mai avrebbe dovuto trovarsi.

 

Sacrificio d’amore, e di onore, reso inutile dal dolore di donna Violante, che la notte stessa, perseguitata dal rimorso, risolve di gettarsi anch’essa nel vuoto, dandosi la morte.

 

A lungo nel paese si narra delle apparizioni del fantasma di Donna Violante che ancora torna sul luogo del misfatto a piangere dolorosamente l’amore perduto.

 

La visita al castello finisce, la comitiva di turisti torna all’aperto attraversando un ponte levatoio, tra la guida Luciano, e la bella Matilde, moglie infelice di Giordano, scaturisce qualcosa di indefinibile, vengono attraversati da corrente improvvisa.

 

Probabilmente posseduti dai fantasmi della sfortunata coppia di amanti, e comunque fortemente impressionati dalla vicenda, i due si fanno cogliere in atteggiamento sospetto dal marito della donna che, voltatosi all’improvviso a metà del ponte, li scorge in indecorosa intimità.

 

Ma Luciano e Matilde non faranno nemmeno a tempo a godere del loro subitaneo innamoramento perché, scossi da un improvviso richiamo dell’uomo, precipiteranno nel vuoto, cadendo nel precipizio sottostante lo stretto ponte levatoio e soggiacendo così al medesimo destino dei protagonisti della leggenda che aveva ispirato la loro improvvisa, subitanea, e impossibile passione.

 

Come la definisce giustamente Sergio Campailla, tra tutte le novelle del Verga questa è in assoluto, la più complessa ed emblematica, la meglio rappresentativa di quello che sarà poi identificato come il “gotico verghiano”.

 

Una storia fantasy di insospettabile modernità, destinata a rimanere impressa nell’immaginario collettivo assai più di tutto il resto della sua produzione letteraria, grazie proprio alle tenebrose suggestioni di antichi  castelli, di terre lontane, struggenti e isolate, di insoliti destini, di fantasmi e revenants amorosi che la rendono perfettamente riproponibile e attuale anche ai nostri giorni.

 

È qui inoltre che Verga attua il suo realismo più spinto, introducendo per la prima volta in letteratura la classica “sospensione di giudizio” del narratore, attuata interamente allo scopo di lasciare indefinito l’esilissimo confine tra la spiegazione razionale  e l’influsso soprannaturale, che l’autore, giustamente non poteva e non voleva superare, andando a rischio di rinnegare, facendolo, tutta la sua produzione letteraria parallela appartenente al filone del Verismo.

 

Ecco che così, sorprendentemente, il Verismo Verghiano riesce a fondersi col Gotico, nulla togliendo all’attendibilità di un autore che fu uno dei meglio rappresentativi della nostra cultura storica e popolare.

 

Non fornendo né suggerendo spiegazione alcuna al fenomeno narrato, Giovanni Verga pone di fatto le basi di tutta quella che sarà poi la produzione Fantasy della generazione letteraria successiva.

 

Per dirla con lo studioso Tzvetan Todorov l’essenza stessa del genere “fantastico” risiederebbe tutta qui, in questa palpitante esitazione del mostrare senza mai spiegare, dell’indicare una strada possibile, ma non percorribile, senza mai prendere dichiaratamente posizione in merito.

 

Fato ineluttabile o tragica coincidenza? Malinconico destino o mera casualità? Oscura maledizione o semplice congiuntura dei fatti?

 

Che sia il lettore a decidere, Giovanni Verga, da perfetto Verista, anche quando è Gotico, non indica mai il suo partito, illustra la realtà così come gli si presenta, e che ognuno ci veda quel che vuole vedere, consegnando intatto all’eredità dei posteri l’augusto bagaglio di quel magnifico meccanismo narrativo che oggi noi chiamiamo Suspense.

 

Sabina Marchesi

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