Sceneggiatura di Cesare Zavattini, magistrale interpretazione di Flavio Bucci, regia di Salvatore Nocita, questi gli ingredienti di base per la realizzazione di uno dei migliori sceneggiati televisivi che la storia ricordi. Basato sulla vita del pittore naif Ligabue, ottenne un seguito incredibile di pubblico per ognuna delle tre puntate andate in onda, nel 1977, su Rai Uno.
Soprannominato “ul matt” per i suoi atteggiamenti evanescenti al limite della follia, Antonio Laccabue, nato nel 1899 e morto nel 1965, visse in Emilia Romagna la sua grande stagione artistica che lo condusse a diventare uno dei maggiori pittori naif italiani.
Vivendo come un vagabondo, ai confini della società, in un capanno di fortuna in riva al fiume, Ligabue preferì sempre il mondo animale alla compagnia degli uomini, e riprodusse fedelmente gli animali sulla tela conferendo loro vigore e personalità con poche intense e parossistiche pennellate.
Quadri splendidi e coloratissimi, immagini che bucano la tela, uno stile pittorico aggressivo ai limiti dell’esplosività, per un pittore che visse sempre emarginato ed incompreso.
Indimenticabile l’interpretazione che ne fece Flavio Bucci, allora poco più che trentenne, in una delle sue caratterizzazioni meglio riuscite, in grado di comunicare tutta la soffusa tristezza e la lacerante malinconia di un genio incompreso, di un grande artista costretto a parlare con gli animali, selvaggiamente ostracizzato da una società agricola e provinciale che non vedeva di buon occhio le sue istrioniche espressioni artistiche, e il modo rutilante e convulso di affrontare l’esistenza che gli era caratteristico.
Uno dei grandi pittori italiani ingiustamente incompresi e tardivamente recuperati, che oggi tutto il mondo ci invidia.
Sabina Marchesi

Sabina Marchesi








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