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L’Enigma dell’Isola di Pasqua

Situata nella parte meridionale dell’Oceano Pacifico, a circa 2300 miglia ad ovest della costa cilena, è uno dei luoghi al mondo più isolati, caratterizzato da una cultura preistoirica praticamente unica, e da una storia che non è ancora stata completamente ricostruita.

 

Scoperta nella domenica di Pasqua dell’anno 1772, dall’Ammiraglio Olandese Jacob Roggeveen, era stata precedentemente avvistata, per la prima volta, dal bucaniere Edward Davis nel 1687. Reclamata dalla Spagna, esplorata da Felipe Gonzales y Haedo e successivamente da James Cook nel 1774, e da la Pérouse nel 1786, oggi l’Isola di Pasqua  appartiene alla provincia cilena di Valparaiso.

 

L’impatto violento con i colonizzatori, l’invasione armata, e le malattie, che colpirono duramente una popolazione fino ad allora preservata intatta dal suo estremo isolamento, decimarono gli indigeni al punto che in pochissimi anni gli abitanti originari erano ridotti a poco più di un centinaio. Lo scarso interesse degli invasori per le tradizioni culturali e artistiche non consentì di raccogliere alcun tipo di testimonianze in merito alla storia e alla tradizione di questo antico popolo, ormai quasi completamente estinto. Oggi le uniche tracce che ci parlano di questa antica è sconosciuta civiltà sono gli oggetti di vasellame, le incisioni rupestri e le imponenti statue collocate sul lato esterno dell’Isola, come mute sentinelle, a difesa di qualcosa che ormai non esiste più.

Dal 1888 l’Isola di Pasqua appartiene politicamente al Cile, la parte a Sud-Ovest anticamente veniva chiamata Rapa Nui, che significa “grande roccia”, ed ha ispirato l’omonimo film di Kevin Costner.

 

Nel 1960 è stato costruito un Aeroporto Internazionale e si è dato l’avvio a uno sfruttamento intensivo del turismo.

 

L’attrattiva maggiore dell’Isola è senz’altro costituita dai giganteschi ed enigmatici Moai.

Oltre 600 colossali teste di pietra che raggiungono un’altezza di ben 12 metri e un peso di ottanta tonnellate, giacciono disseminate sulla costa. Per lungo tempo gli esperti si sono interrogati sulla possibilità, per quelle civiltà primitive, di trasportare, costruire ed erigere simili monumentali sculture, che hanno per anni costituito un enigma pari a quello delle Piramidi di Giza, o delle mura di Macchu Picchu. Ultimamente, nel 1955, l’antropologo Heyerdahl, con una spedizione sull’isola durata sei mesi, ha dimostrato che, impiegando un congruo numero di uomini, con l’utilizzo delle rudimentali tecnologie che si presume potessero essere in possesso degli antichi abitanti dell’isola, ancora oggi è possibile ricostruire, trasportare e riprodurre statue simili ai Moai, per consistenza, peso e volume.

Tuttavia un altro lato oscuro è rimasto da svelare circa la presenza di questi silenziosi guardiani di pietra, in quanto le loro caratteristiche somatiche, in pratica l’effige riprodotta ogni volta identica su ogni singola testa di pietra delle 600 ritrovate, non sembrerebbe riconducibile a una stirpe polinesiana, come quella che di fatto ha colonizzato l’Isola nei tempi antichi, quanto piuttosto a una qualche razza africana, di origine sconosciuta, simile tra l’altro alle inquietanti teste degli Olmechi, di evidente matrice africana.

Oggi, oltre al turismo, le attività economiche di questa antica isola vulcanica sono l’agricoltura e la pastorizia, l’allevamento di suini e la pesca di aragoste, tonni e granchi.

 

Gli studi archeologici hanno dimostrato che l’Isola ebbe due tipi di colonizzazioni in differenti epoce, precedenti all’arrivo degli Europei. Nel 400 a.C. era abitata da una popolazione che edificò postazioni difensive, roccaforti, mura fortificate ed insediamenti urbani di notevolissime dimensioni. I reperti ritrovati identificano chiaramente come polinesiana la razza di almeno una delle due civiltà che hanno abitato l’Isola, anche se non ci si spiega come dalla lontana Polinesia, con le rudimentali imbarcazioni dell’epoca, fosse stato possibile raggiungere la costa dell’Isola di Pasqua.

 

L’insediamento successivo, di natura sconosciuta, distrusse ogni traccia della civiltà precedente, e si dedicò attivamente alla costruzione dei giganteschi Moai, che sembravano essere il fulcro del loro ordinamento sociale, ma proprio questa fervente attività, a scopo probabilmente sacro o religioso, causò un progressivo depauperamento delle risorse isolane.

 

Per ottenere la moltitudine di tronchi che presumibilmente occorrevano per trasportare gli enormi blocchi di pietra, fatti rotolare sui tronchi come se fossero dei rulli, sostituendoli continuamente in una lunga strada di decine di chilometri, che dalle cave andava fino alla costa, gli isolani provocarono di fatto il disboscamento delle foreste, che causò un progressivo impoverimento ed erosione del territorio, giungendo a compromettere definitivamente la sopravvivenza di una specie che, all’arrivo dei colonizzatori europei, versava già in condizioni di estrema indigenza, alle soglie dell’estinzione.

 

Oltre ai già citati Moai, la cui funzione era sicuramente sacramentale, rituale e religiosa, questa sconosciuta civiltà eccelleva in un’altra qualificatissima arte, sono infatti stati ritrovati sull’isola numerose testimonianze di una evoluta scrittura geroglifica bustrofedica che non è stato ancora possibile decifrare, e che pur presentando notevoli somiglianze con quella utilizzata dalla civiltà preistorica della Valle dell’Indo, risulta tuttora unica al mondo.

 

Le ultime ricerche hanno dimostrato che le teste dei Moai, ritrovate quasi tutte divelte e semidistrutte, non subirono danneggiamenti durante un’eruzione vulcanica o un terremoto, come si era ipotizzato in un primo tempo, ma furono volutamente distrutte per opera dell’uomo. Le ipotesi avanzate sono a questo punto diverse, un’altra popolazione straniera che avrebbe invaso l’isola distruggendo ogni cosa, due fazioni rivali ed interne che  a scopi religiosi avrebbero scatenato una sorta di guerra civile, rovesciando gli idoli di pietra, venerati fino a poco prima.

 

A distanza di tanti secoli e con così poche tracce a disposizione non è naturalmente possibile arrivare a una sorta di verità “storica”, ma quello che è certo è che alcune delle teorie formulate risultano particolarmente avvincenti e suggestive, forse perché ricalcano fedelmente precedenti esperienze di autodistruzione riscontrate in altre zone della terra e in altre tipi di civiltà preistoriche.

 

Pare infatti che un tempo la vulcanica isola di Pasqua non fosse come ci appare ora come una distesa brulla e desolata, totalmente priva di vegetazione e di alberi ad alto fusto, le tracce ritrovate parlano di rigogliose foreste amazzoniche, di un territorio ammantato di verde.

 

Chi o che cosa ha dunque causato questa trasformazione?

 

Quante sono al mondo le civiltà scomparse misteriosamente, spesso senza lasciare alcuna traccia a giustificare la loro improvvisa estinzione? Nulla si sa della civiltà khmer in Cambogia, delle popolazioni incas e maya nell’America Latina, di antichi popoli apparentemente tanto evoluti da sfidare le leggi della fisica ed erigere costruzioni imponenti e ancora oggi soprendenti, che pure sono stati cancellati dalla faccia della terra in un battito d’ali. Ma se la loro “storia” evolutiva li aveva condotti tanto avanti sulla scala del progresso, cosa li ha potuti cancellare tanto rapidamente?

 

Di fatto dei Moai ritrovati solamente alcuni erano in piedi, gli altri risultavano abbattuti e parzialmente distrutti, o addirittura incompleti in fase di costruzione.

 

Qualcosa o qualcuno deve essere intervenuto a interrompere questa tradizione e, contemporaneamente, a minare pesantemente la sopravvivenza stessa della popolazione locale, ma quel che è accaduto veramente forse non lo sapremo mai.

 

Uno dei lati intriganti della scienza è che, in mancanza di prove, tutte le ipotesi possono essere ritenute valide, ma alcune nuove discipline hanno contributo a ridurre e, notevolmente, la distanza tra fantasia e realtà, nel tentativo di svelare quell’affascinante mistero che è il nostro passato.

 

Sabina Marchesi