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Eleonora Duse, La Divina

Considerata la maggiore attrice di tutti i tempi, forse la prima vigorosa interprete capace per intensità di interpretazione di ammaliare le platee. Competente come un critico teatrale, esigente e preparata, Elenonora Duse prima di interpretare un ruolo esaminava attentamente il copione, vergava a margine note su note, apportava correzione ai testi, proponeva modifiche alla sceneggiatura.

Ad ogni replica mutava e stravolgeva la sua interpretazione, introduceva innovazioni e cambiamenti, recitava a soggetto, assistere alla rappresentazione della stessa opera non era mai la stessa esperienza. La gente andava a vederla recitare anche per diverse sere di seguito, vivendo sempre emozioni diverse.

Viveva per la sua arte e comunicava al suo pubblico un tale pathos da strappare spesso applausi a scene aperta, dominava il palcoscenico, strappava tali entusiasmi e consensi da essere considerata, fin dalle prime apparizioni, già una Diva, anzi una Divina.

Il suo mito, generato quando ancora era in vita, continua ad esistere, il suo nome viene accomunato ai grandi mitici interpreti che forgiarono la storia dell’Arte Drammatica, come Lawrence Olivier, rappresentando per il Teatro quello che Maria Callas ha significato per l’Opera Lirica.

Nata a Vigevano nel 1858, proveniva da una famiglia di attori girovaghi ed era dunque, in un certo senso, figlia d’arte, aveva la recitazione nel sangue. Coinvolta in un tipo di vita zingaresco non frequentò mai le scuole, ma a quattro anni già calcava le tavole del palcoscenico girando per i mercati rionali e le fiere cittadine.

Straordinaria interprete di Shakesperare e di Ibsen, recitò nelle maggiori opere teatrali del suo tempo, vigorosa protagonista del teatro francese dell’800 fu un’indimenticabile Teresa Raquin, una intensissima Giuletta, una sorprendente Principessa di Baghdad, interpretando lavori di D’Annunzio, di Giacosa, di Praga.

A soli 23 anni era già la prima attrice della Compagnia Teatrale Città di Torino.

Risale al 1882, quando l’attrice aveva soli 24 anni, la sua relazione con l’attore Tebaldo Checchi da cui ebbe una figlia, Enrichetta, cresciuta in collegio, dato che la madre era sempre in tournèe. Fu in quell’anno che Eleonora Duse incontrò la grande Sarah Bernhardt.

Due anni dopo, nel 1884, nel corso delle prove per la Cavalleria rusticana, ebbe inizio la lunga storia d’amore con Arrigo Boito, il musicista che era il librettista di Verdi. Fu una storia lunga e appassionata, terminata solo con la morte di Boito, nel corso della quale i due avviarono un intensissimo carteggio epistolare durante il quale si scambiarono sentimenti, pensieri, opinioni e speranze per il futuro, ma anche considerazioni sull’arte e sulla filosofia. Boito introdusse la Duse negli ambienti della Scapigliatura Milanese e ispirò in lei sentimenti profondi, che si evincono dal carteggio, dove le lettere della Duse, nonostante gli errori e le imprecisioni grammaticali, vibrano di intense emozioni.

Successivamente, nel 1895, la vita personale e artistica dell’attrice fu influenzata da un altro incontro fondamentale, quello con Gabriele D’Annunzio, con cui ebbe una relazione intellettuale e amorosa durata oltre dieci anni. Il grande artista scrisse per lei opere drammatiche ed intense, in parte finanziate dalla Duse, che le rese comunque grandi con la sua interpretazione, come Il sogno di un mattino di primavera”, “Gioconda”, “La città morta” e “La figlia di Iorio”.

D’Annunzio comunque, sul finire della loro relazione, non resistesse alla tentazione di esibire in pubblico i dettagli della loro storia passionale, riportandoli nel romanzo “Il Fuoco” che, una volta reso pubblico, causò all’attrice grande imbarazzo e una cocente delusione.

Nel 1909 Eleonora Duse, all’apice della carriera, decise di ritirarsi dalle scene e, affascinata dal Cinema, girò un Film di mediocre impatto nel 1916 diretto da Febo Mari, tratto dal Romanzo di Grazia Deledda “Cenere”.

Tornata a calcare le scene del palcoscenico, nel 1921 interpreta le opere di Ibsen, portandole in tournèe fino in Norvegia, e anche le opere di D’Annunzio, in un’ultima, trionfale esibizione che precluse alla sua morte, avvenuta nel 1924 a Pittsburgh, negli Stati Uniti, per le complicanze di una polmonite.

Raffinata interprete, grande attrice, una vera Diva che, nonostante gli inizi da analfabeta, riuscì a riscattare la sua vita e a imporsi al grande pubblico e alla critica.

Celebrata come un mito quando era ancora in vita, osannata nelle tournèe, amata e rispettata nel mondo Teatrale, Lirico e Intellettuale, condusse una vita comunqe solitaria, e decisamente atipica per la sua epoca.

Dotata di un carattere intransigente, ambiziosa e volitiva, tenace ma al tempo stesso fragile, emotiva e passionale, come tutte le grandi Dive non era esente da vizi e piccole manie. Si narra che amava indossare i preziosissimi abiti di scena anche nella vita, che usava cospargere di fiori freschi il palcoscenico, il camerino, e la sua stessa casa, religiosa fino all’ossessione era comunqe capace di vivere relazioni ardenti e appassionate fuori dal sacro vincolo del matrimonio, integgerima e altera, non si truccava mai, né in scena né tantomeno nella vita privata.

La sua vibrante personalità era in grado di superare le barriere, di scavalcare ogni ostacolo, imponendosi imperiosamente alla ribalta di quella che fu la scena teatrale del periodo compreso tra l’Ottocento e il Novecento.

Ancora oggi il suo metodo di recitazione fa scuola e il suo nome viene citato negli ambienti teatrali con venerazione, la sua figura reca ancora un’aura di leggenda che forse nessun’altra attrice potrà mai eguagliare.

Sabina Marchesi