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La Grande Peste Nera che Distrusse l’Europa

"E non sonavano Campane, e non si piangeva persona, fusse di che danno si volesse, che quasi ogni persona aspettava la morte; e per sì fatto modo andava la cosa, che la gente non credeva, che nissuno ne rimanesse, e molti huomini credevano, e dicevano: questo è fine Mondo".

Proveniente dall’Oriente, la peste nera del 1300 si diffuse con estrema rapidità dalla Cina fino in Europa e giunse in Italia nel 1347 per mezzo di un’imbarcazione mercantile genovese proveniente dalla città di Caffa in Crimea.

Dopo appena pochi mesi l’epidemia aveva raggiunto già le principali città e tutti i porti Europei.

 

Quando fu manifesto che non erano note cure, e che il decesso sopraggiungeva dopo pochissimi giorni dal contagio, iniziò l’esodo massiccio delle popolazioni che cercavano di fuggire dalle zone colpite.

 

Essi, come i marinai genovesi che sbarcarono a Messina, furono inconsapevoli portatori, temporaneamente sani, della capillare diffusione della Peste in ogni zona del continente Europeo.

 

Dall’Europa Orientale nel volgere di alcuni mesi l’epidemia raggiunse anche la zona Occidentale, divampando particolarmente virulenta nei porti italiani in Sicilia, a Genova, a Pisa e a Venezia.

 

L’Italia risultò essere, a conti fatti, il paese più duramente colpito, con una mortalità superiore al 50% della popolazione allora esistente. Questo causò un profondo rivolgimento della struttura sociale ed economica dell’intero paese ridisegnando, di fatto, la mappa e la compagine nazionale. I segni della terribile epidemia, le devastazioni subite, gli anni fortemente destabilizzanti  che seguirono, fecero sentire il loro influsso anche nei secoli successivi, generando mutamenti radicali.

 

Attualmente gli storici sono infatti inclini ad identificare proprio nel 1348, l’anno più violento dell’epidemia, la data che sancisce definitivamente la fine dell’era medioevale, per condurre poi il continente Europeo verso l’Umanesimo e la rigogliosa epoca del Rinascimento.

 

Ma al di là degli sterili dati e delle statistiche è estremamente importante rilevare l’influsso destabilizzante e distruttivo di questa incredibile epidemia, forse la più violenta e la più devastante a memoria d’uomo.

 

In tutta Europa perirono milioni di persone, si stima almeno il 40% della popolazione esistente, nessuna zona fu risparmiata, il focolaio si diffuse a macchiai d’olio nel volgere di alcuni mesi, e il morbo divampò irrefrenabile per oltre tre anni, dal 1347 al 1350, rimandendo poi presente in maniera endemica ancora nel periodo successivo, ricomparendo a intervalli e seminando panico e terrore, ritardando pesantemente le operazioni di ricostruzione e la riorganizzazione socio-economica.

 

Profondo fu il rivolgimento culturale e sociale generato dall’epidemia, che raggiunse livelli difficilmente immaginabili per noi. La peste nera, diffondendosi per via respiratoria o per contatto, colpiva indifferentemente in ogni casta sociale, in ogni fascia della popolazioe, medici e dottori erano impotenti, non esisteva cura conosciuta, e gli ammalati morivano mediamente entro 24 ore, e comunque non sopravvivevano mai oltre i 5 giorni dal contagio.

 

Presto in tutte le case, in ogni singola famiglia, vi erano morti, moribondi e ammalati. Non erano noti casi di sopravvissuti al morbo, tutti coloro che venivano colpiti erano destinati a perire, e i loro familiari con essi.

 

Le perdite più rilevanti si verificarono nell’ordinamento religioso, perché sacerdoti e frati, che si erano prodigati per dispensare le ultime benedizioni e ascoltare le confessioni dei moribondi, venivano colpiti e contagiati nel giro di pochi giorni e praticamente condannati a morte.

 

Quando fu chiaro che l’unica speranza di sopravvivere consisteva nell’evitare a tutti i costi il contagio, si ebbero fughe massiccie dalle zone interessate all’epidemia. I medici, i notabili, le classi socialmente elevate furono le prime ad allontanarsi, e molti ebbero salva la vita, per ritornare in patria solo a pericolo scongiurato.

 

Nel volgere di pochissimi mesi la certezza del domani era irrimediabilmente compromessa, tutti sapevano che la morte poteva arrivare improvvisa, nessuno soccorreva o assisteva più i malati, le case colpite dal morbo venivano abbandonate, i contagiati abbandonati a se stessi, molti di essi morirono di fame e di sete, ancor prima che di peste, giacendo soli nei loro letti di condannati a morte.

 

Nessuno si fermava a seppelire i corpi, nessuno si voltava indietro, ci si limitava a lasciare pochi viveri accanto al capezzale del moribondo, e si fuggiva, abbandonando senza remore figli, mogli, mariti, genitori e parenti. La compassione, l’amore e il rispetto per il prossimo sfumarono improvvisamente insieme alle prime ondate epidemiche, che decimarono la popolazione, lasciando pochissimi sopravvissuti.

 

Coloro che fuggivano contagiavano gli altri villaggi, tanto che presto furono in vigore leggi marziali e si allestirono sorveglianze armate per proteggere i confini, gli stranieri e i pellegrini venivano allontanati, ricercati, e spesso soprressi nel tentativo disperato di evitare il diffondersi dell’epidemia.

 

Le città e i villaggi abbandonati, con i morti non seppelliti, generavano focolai di infezioni, venivano invasi da cani randagi, bestie selvatiche e topi, i campi abbandonati non erano più coltivati, le riserve alimentari si deteriovano nei silos, la gente aveva paura perfino di bere e di mangiare, non sapendo da che parte arrivasse il contagio, l’alto tasso di mortalità distrusse completamente ogni ordinamento sociale preesistente, si persero nel disastro competenze artigianali e professionali, intere corporazioni vennero distrutte, quando fu il momento di ricostruire, ogni cosa dovette essere riprogettata da capo.

 

I malati morivano soli, abbandonati a se stessi, nel disfacimento totale di ogni struttura religiosa e sociale, senza il conforto dei loro cari, privati dei sacramenti, dell’estrema unzione e della confessione, tanto che presto molti, nel timore di abbandonare la vita senza la benedizione divina,  presero l’abitudine di richiedere, a pagamento, i sacramenti, ancor prima di ammalarsi, e le congregazioni religiose offrivano questo servizio a un prezzo che andava facendosi sempre più esoso man mano che il pericolo cresceva.

 

Mentre in alcune città i morti venivano abbandonati per le strade e nelle case, tanto che in alcuni tratti dell’abitato nessuno circolava più, e i pochi ammalati ancora vivi gridavano per aiuto e soccorso, inascoltati, dalle finestre delle proprie abitazioni, in altre zone, più illuminate, si dispose un servizio pubblico di emergenza, incaricato di raccogliere e seppellire i morti nelle fosse comuni. Ma il compito veniva svolto così rapidamente, per timore del contagio, che spesso i malati spiravano a bordo dei carri ammassati con i cadaveri, e alcuni vennero seppelliti ancora vivi.

 

Ancor prima che il contagio divenisse vera emergenza, alcuni comuni vietarono addirittura di celebrare i funerali e di suonare le campane a morto, quando ancora si seppellivano i morti, per evitare che si diffondesse il panico e che la gente si rendesse conto della reale entità del fenomeno.

 

Si giunse al punto che non era più possibile elaborare il lutto, o dolersi per la perdita degli affetti più cari, perché presto fu chiaro che l’unica priorità era la sopravvivenza del singolo, a qualsiasi costo e, non essendoci tempo né spazio per il dolore e la compassione, si pensava solo a se stessi.

 

Quando in casa un malato si coricava nel suo letto, i familiari si allontavano con la scusa di cercare un medico, e non facevano più ritorno, e nessuno trovava la cosa disdicevole. Tanto che molti furono abbandonati per i sintomi di semplici influenze, o di malesseri minori e condannati a morire d’inedia e di abbandono.

 

Nell’impossibilità di reagire in qualsiasi modo  e di debellare il morbo, la gente comune iniziò a pensare a una maledizione divina, a un flagello scatenato da Dio, in ogni famiglia i morti si contavano a decine, i deceduti erano più numerosi dei sopravvissuti, si iniziò a cercare conforto nella religione, si riaccesero gli antichi movimenti penitenziali, ormai sfilavano processioni di flagellanti in tutti i villaggi, si temeva che quella fosse la fine del Mondo.

 

Poi si iniziò a cercare dei capri espiatori su cui gettare le responsabilità dell’epidemia, si pensava che se si fossero individuati i responsabili, sottoponendoli al giusto castigo, la furia divina si sarebbe placata.

 

In molte città gli Ebrei furono accusati di aver avvelenato i pozzi d’acqua e si scatenò la più grande persecuzione razziale che il mondo ricordi,  triste premonitrice del successivo Olocausto.

 

In quella terribile caccia alla streghe, in un clima da Santa Inquisizione, le popolazioni  ebraiche venivano trucidate nelle pubbliche piazze senza alcuna pietà, e si ometteva di pensare che anche loro erano stati colpiti dal morbo, e che anche nelle loro schiere i morti si contavano a migliaia.

 

Il Vaticano e le Pontificie Università cercarono in tutti i modi di contrastare il fenomeno, ma vennero ostacolati pesantemente dal cattivo esempio fornito dalle congregazioni religiose locali che, vittime in un primo momento di un altissimo tasso di mortalità per aver confortato e benedetto i moribondi, ora concedevano i loro servigi sacramentali solo dietro pagamento di congrue donazioni, che venivano richieste sempre più alte man mano che i rischi crescevano e la situazione si aggravava.

 

Da questa totale disgregazione morale, religiosa, economica e sociale risorse una nuova umanità. I sopravvissuti, costretti a riorganizzare da capo ogni tipo di ordinamento, a ricostruire e riedificare, diedero vita a uno dei periodi più magnifici della storia, l’epoca dorata e rigogliosa del magnifico Rinascimento. Ma prima di arrivare a questo, l’Europa corse veramente il rischio della distruzione totale e si risollevò con fatica, a prezzo di grandi sacrifici, impiegando oltre centocinquanta  anni per risorgere, come l’Araba Fenice, dalle sue stessi ceneri.

Sabina Marchesi