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Le Meravigliose Leggende dell’Isola di Pasqua

L’Isola di Pasqua si trova a 3800 chilometri dalle coste del Cile ed occupa una superficie di poco più di 120 chilometri quadrati, posta a 27 lati di gratitudine sud beneficia di un clime mite subtropicale, scoperta dall’esploratore olandes Jacob Roggeven nel giorno di Pasqua del 1722, veniva chiamata dalla popolazione isolana Rapa Nui (Grande Roccia) o Te Pito O Te Henua (L’Ombelico del Mondo).

Quando l’esploratore olandese sbarcò sull’Isola, gli indigeni versavano in condizione di quasi completa indigenza, erano sulla soglia dell’estinzione, dediti al cannibalismo, e vivevano tra le rovine dei grandi Moai, completamente distrutti o parzialmente abbattuti.

Un’isola che doveva essere rigogliosa, ricoperta di lussureggiante vegetazione, si presentava invece come una piana desolata, costituita per lo più da aride praterie, cespugli di felci, poca erba stentata, ed rarissimi alberi non più alti di tre metri.

Queste ed altre incongruenze nel corso dei secoli scorsi hanno attirato l’attenzione degli studiosi che nel tentativo di ricostruire la storia misteriosa di quest’isola completamente isolata, i cui abitanti erano in possesso di una cultura non assimibilabile con nessun’altra di quelle note o conosciute sull’intero pianeta, e che erano stati capaci di edificare sculture del peso di diverse tonnellate, per poi distruggerle, hanno dato vita a suggestive interpretazioni e teorie, affascinanti come leggende.

Al momento dello sbarco degli Olandesi gli unici animali selvatici presenti erano uccelli, gli abitanti si dedicavano stentatamente all’allevamento dei polli, non vi erano più di tremila abitanti sull’isola, le poche imbarcazioni presenti erano delle rudimentali canoe che non erano in grado di affrontare il mare aperto, mentre la stirpe locale fu chiaramente identificata dall’esploratore James Cook, giunto sull’Isola nel 1774, come di matrice polinesiana.

Questo apriva uno dei maggiori interrogativi, se gli abitanti erano solo tremila, e in possesso, a quanto pareva, di una cultura piuttosto approssimativa, come avevano fatto a costruire i Moai, lunghi oltre venti metri e pesanti più di 100 tonnellate l’uno, a inventare uno dei più sofisticati linguaggi ideografici che si conoscano, e a solcare i mari per giungere fino a lì dalla più vicina isola polinesiana che risultava essere distante ben 1850 chilometri? I polinesiani erano considerati inoltre navigatori estremamente evoluti ed esperti, capaci di costruire imbarcazioni complesse, in grado di tenere il mare aperto, capaci di veleggiare a grandi distanze, erano considerati, come gli etruschi e i vichinghi, il “popolo del mare”. Che fine avevano fatto allora le imbarcazioni originarie, che avevano condotto sul luogo i primi indigeni? Erano forse state distrutte in un impeto di furia, in una sorta di guerra civile, facendo la stessa fine dei Moai? Ma se era così allora da chi era stato compiuto questo scempio, e soprattutto perché?

L’esploratore olandese, e in seguito Cook, appurarono che su quell’isola di origine vulcanica, dai fianchi scoscesi, dalle coste inospitali, non vi era traccia di nessun altro tipo di contatto proveniente dall’esterno, fino allo sbarco del 1722 nessun altro popolo era approdato su quella terra, tranne i polinesiani, che erano stati, forse in epoca antichissima, i primi originari colonizzatori.

I misteri non svelati sulla storia dell’Isola di Pasqua e gli interrogativi sollevati tenendo conto delle prime esplorazioni sono dunque moltissimi, non ultimo quello che circonda la costruzione, lo scopo, e la successiva barbarica distruzione delle suggestive statue dei Moai, i silenziosi guardiani dell’Isola.

I nativi narrarono agli olandesi che in origine, tutto attorno al perimetro dell’isola, si ergevano, su imponenti piattaforme denominate Ahu, più di 300 statue di Moai, mentre altre 700 erano state abbandonate ancora in fase di costruzione nelle cave di pietra, lontane dalla costa decine di chilometri.

Sembrava come se gli abitanti, colpiti da qualche tipo di calamità naturale, avessero sospeso immediatamente i lavori, abbandonando tutto nello stato in cui si trovava.

Se gli indigeni non disponevano di alberi a grande fusto, di liane, o di corde, di funi robuste, di vigorosi animal da tiro, come risultava dai sopralluoghi degli esploratori olandesi, come avevano fatto allora a trainare le gigantesche statue di pietra dalle cave di pietra fino alla costa?

Veniva a cadere in qualche modo la suggestiva ipotesi avanzata dagli studiosi sull’ingegnoso sistema delle slitte, o pattini, inserite sotto i grossi Moai, e costituite da grossi, enormi tronchi, che, come rulli, venivano fatti rotolare in un unico enorme tappeto rotante, fino alla costa.

Dove erano stati presi quei tronchi se sull’isola nel 1722 non c’erano praticamente alberi? E in assenza di animali da tiro o da soma, come avevano potuto quei pochi sparuti e affamati indigeni da soli riuscire a tanto? Con cosa erano state ricavate le liane e le funi che occorrevano per sollevare e trainare i Moai se sull’isola non erano state ritrovate che erba e felci?

Qualcosa decisamente non tornava. Qual’era infine la vera storia dell’Isola di Pasqua?

Gli studiosi si sono dedicati più che attentamente a questo problema giungendo alfine, utilizzando tutti i moderni mezzi posti a disposizione della ricerca e dell’archeologia, a prospettare supposizioni che, se non sono dimostrabili, quanto meno risultano verosimili e perfettamente compatibili con le prove e le testimonianze, quindi attendibili e per di più in carattere con le precedenti esperienze di altri insediamenti umani.

Originariamente la popolazione dell’Isola di Pasqua mostrava un tessuto sociale e una compagine culturale notevolmente organizzati, le loro attività erano preminentemente tese, oltre che all’assicurazione dei viveri e delle risorse, alla costruzione dei giganteschi Moai di Pietra che per loro dovevano rivestire un fondamentale ruolo religioso o rituale.

Le pietre più adatte per la costruzione dei Moai venivano individuata nelle cave di pietra nella zona del Rano Raraku, situata nella parte nord-est dell’isola, il “cappello” in pietra rossa, posto successivamente sulla sommità delle sculture una volta ultimate, proveniva dalla zona denominata Pona Pau, situata nell’interno, verso sud-ovest, gli arnesi utilizzati per lavorare e levigare la pietra giungevano invece dal monte Orito.

Le terre erano fertili e le coltivazioni si trovavano nella zona meridionale e orientale, a settentrione e a occidente erano invece poste le pescose riserve di pesca, per praticare queste attività, assicurare e distribuire le risorse, e garantire la sopravvivenza della popolazione, compresi coloro che si occupavano attivamente, e a tempo pieno, solo della costruzione dei Moai, era sicuramente necessaria un tipo di organizzazione sociale perfezionata e assai sviluppata.

Fin qui il campo delle ipotesi, che però cozzavano violentemente con i dati di fatto così come accertati dai primi esploratori. Negli anni Cinquanta il Norvegese Thor Heyerdahl propose addirittura la teoria che la popolazione dell’Isola di Pasqua fosse anticamente originaria della zona del lago Titicaca, situato tra la Bolivia e il Perù, a causa di alcune verosimili somiglianze tra le due culture, e per dimostrarlo costruì addirittura una zattera rudimentale, la leggendaria Kon Tiki, riuscendo a compiere l’intera traversata del Pacifico.

Tuttavia Cook nel 1774 ebbe modo di parlare con gli indigeni e riscontrò che la lingua da loro utilizzata era sicuramente appartenente al ceppo polinesiano, come polinesiani erano gli gli ami utilizzati per la pesca, e polinesiane erano le asce da loro utilizzate, molto simili a quelle rinvenute nelle isole Marchesi.

La La dimostrazione inconfutabile giunse alfine nel 1994 quando l’esame del Dna dei resti umani ritrovati sull’Isola consentì di dimostrare definitivamente che gli abitanti originari erano decisamente di razza polinesiana.

L’esame di questi resti ha consentito di determinare anche il tipo di alimentazione che era basato su pollame, banane, patate dolci, canna da zucchero e gelso, tutti prodotti tipicamente in uso nella cultura polinesiana e in tutto il sud est asiatico.

Tuttavia ancora qualcosa non era stato spiegato. Perché venivano costruiti i Moai, da dove provenivano i tronchi necessari per il loro trasporto, come si era estinta la popolazione locale, e soprattutto chi o che cosa aveva quasi distrutto l’isola?

Dove non era riuscita l’archeologia, dove la paleontologia non aveva potuto arrivare, là giunse a risolvere ogni dubbio una nuovissima branca della scienza, la palinologia.

Attraverso lo studio dei pollini fossili, infatti, fu alfine possibile ricostruire la vera storia dell’Isola di Pasqua.

Con la misurazione al radiocarbonio venne attestato che il periodo più antico di insediamento umano risaliva al periodo compreso tra il 400 e il 700 dopo Cristo, che coincideva con i calcoli stimati dai linguisti che esaminarono l’incredibile linguaggio ideografico, simile, ma molto più complesso, ai geroglifici egiziani.

Dunque la prima colonizzazione dell’Isola avvenne circa 1600 anni fa nel 400, e l’apice dello sviluppo si verificò tra il 1200 e il 1500, si calcola che in questo periodo gli abitanti fossero oltre 7.000 unità.

Andando ancora più indietro nel tempo lo studio dei pollini fossili ha consentito di appurare che inizialmente, almeno trentamila anni prima dell’insediamento umano, l’isola era ricoperta di alberi rigogliosi, e dalla tipica vegetazione subtropicale. Alla loro ombra cresceva fiorente ogni tipo di piante, c’erano gli alberi Hau Hau, da cui venivano ricavate le fibre per fabbricare funi e corde, il Toromiro, usato come legna da ardere, e strati antichissimi di polline rivelarono una fitta concentrazione di Palme.

Analizzando il sottosuolo poi si scoprì un’antica discarica, colma di scheletri di pesci ma, cosa sorprendente, in minima parte si trattava di pesci da sottocosta, e in massima parte i resti erano costituiti da uccelli marini, delfini, e pesci d’altura.

Era dunque definitivamente provato che per pescare gli indigeni dovevano necessariamente essere in possesso della tecnologia adatta per costruire imbarcazioni d’alto mare, canoe sofisticate e robuste, in grado di resistere alle grandi onde dell’oceano, di grandi dimensioni, e che si potevano costruire solo con i fusti delle Palme.

Questo confortò gli studiosi che già avevano ipotizzato che le zone costiere dell’Isola di Pasqua erano di gran lunga troppo fredde perché i pesci potessero sopravvivere nelle barriere coralline, e le pochissime zone con bassi fondali non avrebbero in alcun modo potuto garantire la sopravvivenza alla popolazione.

Ecco che piano piano il mistero si andava dipanando.

Dunque l’Isola di Pasqua una volta era un posto paradisiaco, i suoi abitanti sapevano navigare al largo, erano in grado di costruire arpioni, funi, strumenti da lavoro e imbarcazioni d’alto mare, esistevano le palme, gli alberi da legname e quelli per le fibre. Ma che fine aveva fatto tutto questo?

Lo studio del polline consentì di stabilire che il disboscamento progressivo avvenne intorno all’anno 800, gli esperti rinvennero negli strati di quel periodo le prime tracce di alberi carbonizzati, mentre a partire da quelal data cominciarono a diminuire, fino a scomparire del tutto, le tracce dell’esistenza di Palme, mentre l’Hau Hau, indispensabile per la produzione delle funi, sopravvisse con rarissimi esemplari rachitici, di dimensioni troppo ridotte per ricavarne qualche cosa, e il Toromiro, che veniva usato per accendere il fuoco, era quasi completamente estinto allo sbarco degli olandesi.

Era ormai chiaro che qualcosa aveva pesantemente influito sul delicato ecosistema di un paradiso tropicale completamente isolato, compromettendo definitivamente lo sviluppo e la sopravvivenza della popolazione, ma che cosa?

Forse troppe Palme erano state tagliate, forse era stato consentito ai topi di danneggiare in maniera irreparabile i frutti della pianta, compromettendone la riproduzione, forse gli uccelli selvatici si stavano estinguendo e non contribuivano più a diffondere semi e polline, forse anche altre famiglie animali stavano impoverendosi, terminando con l’estinzione una storia vecchia di 1600 anni.

Si sa per certo che attorno all’anno 1500 scompaiono le tracce delle ossa di delfino, e si hanno le prove che subito dopo lo sfruttamento intensivo dei vivai di molluschi che prolificavano sottocosta condusse all’impoverimento delle risorse alimentari disponibili. La scomparsa degli alberi aveva reso impossibile costruire le canoe, senza canoe non era più pensabile praticare la pesca d’altura, senza resti di pesci di cui cibarsi gli uccelli migratori disertavano l’isola e non consentivano più con il loro intervento la riproduzione e l’impollinazione delle piante, contemporaneamente i topi crescevano di numero e si impossessavano, distruggendo ogni cosa, di tutte le risorse disponibili.

Fu in questo periodo che iniziò la distruzione dei Moai, forse l’uomo si era alfine reso conto che proprio la loro insensata costruzione aveva causato il folle disboscamento origine della distruzione del patrimonio naturalistico dell’Isola.

Quando le ultime canoe esistenti si logorarono con l’uso e risultarono inservibili, non fu più possibile costruirne altre, allora gli indigeni si ritrovarono bloccati, loro malgrado, su quello che era stato un piccolo Paradiso Terrestre, nell’impossibilità di fuggire, o di allontanarsi, furono costretti a dar fondo alle uniche risorse disponibili, l’allevamento di pollame fu potenziato, le riserve di molluschi vennero presto esaurite, e in breve tempo non esisteva più alcuna possibilità di sostentamento per le oltre 8.000 persone che popolavano l’Isola di Pasqua, fu così che gli indigeni si divisero in due caste, gli intoccabili e i sacrificabili, si scatenò una sanguinosa guerra civile, e la popolazione iniziò le pratiche del cannibalismo, come testimoniano le tradizioni orali e i resti rinvenuti negli strati più recenti degli scavi archeologici.

L’eccessivo disboscamento, l’incremento della popolazione, l’estinzione delle principali risorse alimentari condussero a un mutamento dell’Ecosistema, l’erosione del suolo aumentò progressivamente, sole, pioggia e vento non venivano più filtrati dalle folte chiome degli alberi e colpivano duramente la terra inariddendla, le coltivazioni presto furono impossibili da praticare, le specie marine scomparvero da sotto costa, il pollame non era sufficiente a sfamare tutti, gli uccelli migratori non facevano più tappa sull’isola, il polline non si diffondeva, le piante non si moltiplicavano, i topi crescevano indisturbati di numero e si impossessavano di ogni risorsa, le sanguinose guerre civili, la carestia, le malattie e il cannibalismo decimarono la popolazione riducendo un paradiso terrestre a un inferno senza via di scampo.

Sarà forse questa la sorte dell’intero pianeta se l’uomo quanto prima non si risolverà ad imparare dai propri errori, e ad attingere dalla storia, e dal passato, concreti insegnamenti per un futuro migliore.

Sabina Marchesi