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Elisabetta I e Maria Stuart

Dopo aver a lugno combattuto con i nemici interni ed esterni, Elisabetta I si trova presto a scontare la non totale legittimità della sua ascesa al trono d’Inghilterra.Maria di Scozia, che da sempre si è vantata di essere l’unica legittima erede al trono, non ha mai compiuto passi concreti per insediarsi al suo posto come capo supremo del Regno d’Inghilterra, ma ha continuato a professare i suoi diritti e a chiederne comunque il riconoscimento, almeno legale.

Fintanto che era la sposa del Delfino di Francia la sua attenzione era certo distolta dai fasti della corte, dalle adulazioni e dalle lusinghe di chi sapeva che un giorno sarebbe stata Regina di uno dei Regni più potenti d’Europa. Quando, inaspettatamente, rimasta vedova in giovanissima età, vede sfumare il suo sogno e deve ritornare in Scozia, senza appoggi e priva di una guida, commette un terribile errore sposando il suo giovane amante, Lord Durnley, poi assassinato.

Le vicende successive la conducono a perdere anche il Trono di Scozia. Spodestata dai ribelli viene perfino incarcerata, ma riesce a fuggire e, incautamente, sbarca sulla costa inglese, chiedendo ospitalità e protezione proprio a Elisabetta, la sua eterna nemica, colei il cui Trono ha sempre cercato di usurpare.

È un errore fatale.

Elisabetta, da Londra le fa sapere che sul suo capo pesa un gravissimo sospetto, anche Maria infatti sembrerebbe implicata nella prematura scomparsa del legittimo consorte, Lord Durnley, così come accadde anche a Elisabetta per la morte della moglie di Dudley. Con questo pretesto è facile per Elisabetta sequestrare Maria nel castello di Bolton, dichiarando che la potrà accogliere ufficialmente a corte solo quando la faccenda sarà chiarita. Nel frattempo è sua ospite, di fatto prigioniera.

La posizione di Maria Stuart non è facile, prima ambisce al Trono d’Inghilterra dichiarando di voler spodestare Elisabetta, poi si consegna nelle sue mani, ma intanto chiede al Parlamento che il suo diritto di successione venga riconosciuto, e nel frattempo è gravemente sospettata di complicità in un omicidio.

L’inchiesta, affidata al Duca di Norfolk e al Conte di Sussex, non approda a niente, perfino Cecil che assume poi il controllo della situazione non ne viene a capo. Intanto Maria Stuart è tenuta praticamente prigioniera, senza nemmeno una giustificazione valida. Logico che tenti ogni strada che la porti in salvo, fuori da quell’incresciosa situazione.

Presto a corte si vocifera che il Duca di Norfolk si sia innamorato della detronizzata Regina di Scozia, Leicester, a suo tempo sdegnosamente rifiutato, confida a Elisabetta di essere stato contattato segretamente con una proposta di matrimonio da parte della Regina Scozzese, i cattolici levano le armi nel Northumberland, il Duca d’Alba, che regnava sui Paesi Bassi, riceve da Norfolk la richiesta di appoggiare un’eventuale rivolta.

Elisabetta, che poteva contare su una fitta rete di informatori degna dei moderni servizi segreti britannici, reagisce prontamente, incarcera Norfolk nonostante sia il primo pari d’Inghilterra, e stronca nel sangue la rivolta.

Il Papa Pio V, davanti a un simile eccidio, non può lasciar passare la cosa inosservata, e scomunica pubblicamente Elisabetta con la bolla Regnand in Excelsis del 1570. Ma i toni della bolla papale sono talmente esasperati che, indistintamente, tutte le corti europee e perfino la popolazione inglese sono portati a ignorarla per l’assurdità del contenuto. Vi si legge che Elisabetta ha affamato l’Inghilterra, che ha abolito le messe, che è un’usurpatrice della Corona. Sono i toni di una pura persecuzione personale, dettata da sordo risentimento, non certo la voce santa e equilibrata del Capo Supremo della Chiesa. E dunque non ottengono lo scalpore desiderato, ma causano semplicemente un ulteriore inasprimento verso i cattolici, e l’avvio dell’Inghilterra protestante verso l’anglicanesimo totale.

La situazione avrebbe anche potuto ritornare a una relativa tranquillità se nel 1571 il Duca di Norfolk non si fosse fatto coinvolgere in un ulteriore complotto per salvare Maria Stuart. Artefice della congiura un banchiere fiorentino, Roberto Ridolfi, probabile emissario del Papa. Tornano in campo il Duca d’Alba, vengono promessi aiuti ed appoggi dall’estero, ma documenti compromettenti cadono nelle mani di Cecil, ora Barone di Burghley.

Questa volta la reazione deve essere implacabile, forse in passato la Regina si è dimostrata anche troppo clemente. L’ambasciatore di Spagna, implicato nel complotto, viene allontanato dal Regno, il Vescovo di Ross sotto  interrogatorio o tortura coinvolge numerosi nobili e gentiluomi del Nord dell’Inghilterra, Norfolk rientra nella Torre di Londra e sa bene che questa volta non potrà salvarsi, già troppe volte ha fatto conto sull’indulgenza di Elisabetta.

Condannato a morte da una corte di suoi pari, nel rispetto della legge, il suo atto di esecuzione è pronto per la firma, ma la Regina esita, posticipa, attende che i diplomatici di corte trovino una soluzione, una qualunque che le eviti di porre a morte il Primo Gentiluomo del Regno d’Inghilterra.

Tuttavia, il 28 Maggio del 1572, è proprio il Parlamento a pretendere che la testa di Norfolk cada, e con la sua anche quella della Regina di Scozia.

Elisabetta acconsente a malincuore e firma l’atto di esecuzione per il 2 Giugno, ma solo quello di Norfolk, rimandando la sorte di Maria Stuart all’esito di ulteriori dibattimenti. La Regina di Scozia è salva, e lo deve a Elisabetta.

I Guisa, in Francia, nell’agosto dello stesso anno si rendono responsabili dell’orrendo massacro della notte di San Bartolomeo e questo mina i rapporti di alleanza che Elisabetta stava allora stringendo con Caterina de Medici, fervente cattolica. Nel frattempo l’opinione pubblica si scaglia contro Maria Stuart, rea di essere cattolica e al tempo stesso parente stretta dei Guisa. La situazione si va aggravando.

Elisabetta, diventata negli anni una vera esperta del temporeggiare, rimanda la questione ad altri tempi e si distrae con altre occupazioni, dimostrando al tempo stesso ardimento e un indiscusso spirito pratico.

A quell’epoca le spedizioni intercontinentali per avviare commerci e scambi con altri paesi erano un’investimento oneroso e carico di rischi, mentre invece le disgustose imprese economiche basate sulla tratta degli schiavi e sulla pirateria rendevano molto meglio e presentavano poche incognite.

Quando nel Novembre del 1577 parte ufficialmente una spedizione comandata dal Pirata Francis Drake, con lo scopo apparente di compiere il giro del Mondo alla scoperta di un nuovo Continente, tutti sanno che si tratta solo di un tentativo di ammantare di rispettabilità un’attività decisamente illegale.

L’impresa, finanziata personalmente da Elisabetta e da pochi altri notabili di provata fiducia, è tesa esclusivamente a rimpinguare le casse personali della Regina, e non quelle dell’Inghilterra, con i preziosi tesori sottratti nel corso di agguati, arrembaggi e razzie alle navi commerciali dei potentati rivali.

Un’impresa ardita, illegale, ma decisamente proficua, cinque vascelli partono carichi di promesse, uno solo, quello di Drake, tornerà stracolmo di un bottino favoloso, perfino difficile da immaginare, frutto delle razzie piratesche di colui che sarà poi nominato, ufficialmente, Sir Francis Drake, per gli innegabili servigi resi alla Patria.

Oro, perle, gioielli, argento, pietre preziose, monili e manufatti dal valore incalcolabile. Abbandonate per una volta le pene di Governo, Elisabetta, rinfrancata e ringiovanita, giunge perfino a voler riconsiderare la questione del matrimonio. Leicester ormai non le interessa più. Ha messo incinta una delle dame personali della Regina e poi si è sposato con una sua vecchia fiamma.

A questo punto il candidato ideale sembrerebbe essere il Duca d’Alencon, terzo figlio di Caterina dè Medici, che risulta molto gradito a Elisabetta, il Parlamento però, dopo le innumerevoli pressioni esercitate perché la Regina, finalmente, acconsenta a un matrimonio qualsiasi, questa volta pone il veto. I Medici sono ferventi cattolici, e una simile unione rischierebbe di scatenare nuovamente in suolo d’Inghilterra sanguinose rivolte e lotte intestine. Elisabetta cede senza eccessive reazioni, forse dopotutto anche contenta di non essere costretta a sposarsi, dopotutto, continuando a trattenere con il Duca piacevolissime relazioni epistolari fino alla morte naturale di questi per un gravissimo attacco di febbre nel 1584.

Nello stesso anno viene assassinato il Principe d’Orange. Dietro questo complotto affiora un’altra volta lo zampino di Maria Stuart. La sua presenza in suolo inglese rischia di trascinare l’Inghilterra in una guerra.

Le stanno dando asilo e ospitalità o la tengono prigioniera? A questo punto le corti europee pretendono una risposta chiara ed Elisabetta è chiamata a prendere posizione in merito.

Viene emesso un editto che obbliga tutti i seminaristi, i gesuiti, e i preti di congregazioni cattoliche ad abbandonare l’Inghilterra entro 40 giorni e, contemporaneamente si sancisce la condanna a morte per chiunque attenti alla vita della Regina anche in maniera indiretta.

È un duplice messaggio, rivolto all’Europa, per chiarire definitivamente la posizione dell’Inghilterra riguardo i cattolici, e a Maria Stuart, per metterla sull’avviso, il prossimo complotto in cui sarà trovata coinvolta anche marginalmente le costerà la vita, senza possibilità di appello.

Questa volta però qualcuno prende l’iniziativa per far precipitare le cose e risolvere definitivamente la questione. Non sarà mai chiaro per ordine di chi. Si inscena un finto complotto, Maria viene convinta a partecipare, la si induce a firmare documenti compromettenti e le sue lettere autografe, estorte con l’inganno ed esibite in Parlamento, sono inoppugnabili e le valgono la condanna a morte. Manca solo la firma di Elisabetta.

Dopo aver tergiversato, con ammirevole astuzia, per oltre 18 anni, al fine di evitare quel doloroso momento, questa volta Elisabetta non può addurre altri pretesti né ulteriori rinvii, ed è costretta a firmare.

Lei non ha mai voluto la morte di Maria, desiderava solo porsi al riparo da ulteriori pretese al Trono d’Inghilterra, quello che chiedeva era una tregua, una tacita alleanza. Ma Maria Stuart, ospite prigioniera, sola e abbandonata da tutti, Regina detronizzata e donna incerta, salita anche lei al potere giovanissima, priva di una guida, vittima di continui complotti e cospirazioni nelle quali ingenuamente si lasciava ogni volta trascinare, non ha mai capito.

Continuando ad accampare diritti che poi non era  in grado di far valere si era praticamente condannata a morte da sola.

Il 7 Febbraio del 1587 Maria Stuart di Scozia muore sotto la scure del boia dopo 18 anni di prigionia. Le due sovrane, rispettivamente Regina di Scozia e d’Inghilterra, cugine e figlie dello stesso sangue non si sono mai incontrate, rappresentando però per tutta la vita una la nemesi dell’altra.

Finisce così colei che avrebbe potuto facilmente essere Regina d’Inghilterra, che era stata Regina di Scozia e, anche se per poco tempo, Regina di Francia. Muore per ordine ma non per volere della sua eterna rivale, di quell’Elisabetta, figlia di Anna Bolena, salita al Trono del Regno Unito solo per una strana combinazione del destino, ma rivelatasi complessivamente, alla resa dei conti, una vera Sovrana, ideatrice ed artefice della futura grandezza del suo paese.

Sabina Marchesi

Commenti dei lettori

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  • kuki

    16 May 2010 - 15:55 - #1
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    bellissimo!!:)