Parte terza: l’incontro
Ovviamente sono così bramoso di andare all’appuntamento che prendo un treno che mi porta alla stazione Termini ben prima dell’orario prefissato. Va bene così. È imperativo non partire con il piede falso come potrei fare arrivando tardi all’appuntamento. Mi posiziono davanti al bar dalla caratteristica insegna e cerco di fare una faccia diversa da quella di un terrorista in attesa dell’orario di punta. Una commessa del MacDonald’s mi guarda come se fossi un tipo strano, e io le faccio l’occhiolino, gesto che non avrei mai osato concepire in uno stato d’animo appena normale.
Si avvicina l’orario prestabilito. Comincio a fissare tutti i signori con aspetto da professionisti intelligenti, gente che si situi a mezza strada tra uno psichiatra della scuola di Jung e un frequentatore di salotti letterari esclusivi. Cerco con gli occhi un signore ben piantato, alto, vestito magari con un trence londinese accoppiato a una giacca di tweed, con l’alito che profuma di tabacco da pipa dello Yorkshire. Un individuo raffinato capace di scovarti senza problemi nella giungla della Termini, di schivare gli attacchi di quelle bestie feroci dei viaggiatori pendolari e quindi di rivolgersi a te con un esordio che avrebbe fatto più o meno: “Mister Five I presume ”
Aspetto, ma non arriva nessuno. Un paio di signori parecchio simili alle mie aspettative mi sfilano accanto senza degnarmi di uno sguardo. Quindi mi sento tirare per un gomito. “Lei deve essere la persona che aspettavo” dice una voce.
Dio mio, eccolo qui. Rimango a bocca aperta, inebetito. Altro che incontro tra Livingstone e Stanley. Davanti a me c’è un ometto che avrà cinquant’anni e ne dimostra perlomeno settanta. Barba all’agitatore politico ottocentesco. Pantaloni e giacca di jeans consunti, aria sfatta da barbone, spallucce da riformato alla visita di leva e una vocina sgradevole più acuta di quella che serve per cantare “Anima mia”. Penso a un errore, ma il barbone, l’accattone, dimostra di conoscermi. È lui, è l’agente letterario.
Mi servono due o tre buoni minuti, ma mi riprendo dalla sorpresa. Bene, quest’incontro è contraddistinto da un inizio piuttosto inusuale, ma dopotutto non c’è niente di male, mi dico, ad adottare un look che sarebbe stato considerato audace anche nei circoli anarchici degli anni Settanta. E anche quella poca cura rivolta all’aspetto fisico, devo ammettere, è senz’altro una qualità. Dimostra che il mio interlocutore non è un individuo vanesio e che dunque basa tutte le sue fortune professionali sulla competenza e sulla capacità.
Rinfrancato, seguo la mia nuova conoscenza fino all’uscita della stazione, portandomi dietro il borsone in cui ho ficcato i preziosi manoscritti con cui voglio fare colpo. Il tempo di uscire all’aperto, sotto il bel sole di Roma, ed ecco un nuova sorpresa. Il mio interlocutore mi mostra il suo mezzo di locomozione. Una fuoriserie di quelle che nella pubblicità ti inducono a preferire una quattro ruote a una Miss Italia? Una fiammante berlina cinque porte ancora in garanzia? Una utilitaria vecchiotta ma dignitosa che fa ancora il suo lavoro alla grande? Niente di tutto questo. Il suo mezzo di locomozione è nientepopodimenoché un ciclomotore vecchio di almeno trent’anni, una specie di Ciao della Piaggio che sarebbe stato considerato un catorcio ai tempi in cui Ronald Reagan faceva l’attore. Il potente mezzo di locomozione è assicurato a un palo metallico con una catena enorme, che con tutta evidenza ha il compito di dissuadere i ladri dall’impadronirsi di quel gioiello della meccanica.
Il mio conoscente, il grande agente letterario, si spazzola un po’ di forfora dai capelli mandandomela sulle scarpe e mi spiega che a circa quattrocento metri da lì c’è una grande libreria romana, forse la più grande della città, la Mel Books. Possiamo andare a prenderci un caffè al bar annesso alla libreria e parlare un po’. Per un attimo temo fortemente che stia per chiedermi di salire sul risicato sedile posteriore del suo catorcio per condurmi alla nostra nuova destinazione. Mi vedo già avvampare di vergogna durante il tragitto, anche se a Roma nessuno mi conosce. Però lui o forse il destino hanno pietà di me. Mi spiega che il suo ciclomotore non può portarci tutti e due (bella forza, c’e da chiedersi come riesca a reggere anche una sola persona pur denutrita come il mio interlocutore) e mi chiede se posso raggiungere a piedi la libreria.
Sollevato dalla gogna evitata, lo rassicuro dicendo che sono un grande camminatore. Ci vediamo alla libreria al più presto.
Parte e gli vado dietro. Nel tragitto dalla stazione alla libreria-bar non sono così euforico come nel viaggio verso Roma, ma ancora non ho detto addio ai sogni rosei. Tutto ciò che accade deve avere una spiegazione. Senza dubbio sono io a essere troppo formale e magari pure legato più all’apparenza che alla sostanza.
Ecco finalmente il bar della Mel Books. Arrivano i due caffè al nostro tavolino e ci mettiamo a parlare. I nuovi complimenti per quanto ho scritto e la previsione della luminosa carriera che sto per intraprendere mi fanno del tutto scordare il look da barbone, la vocetta da Cugini di Campagna e perfino il ferrovecchio a due ruote, che forse, mi dico, è esistito solo nella mia fantasia.
A un tratto noto che io ho bevuto il mio caffè da un pezzo e che il mio interlocutore il suo non l’ha ancora toccato.
L’agente letterario intanto ha superato la fase dei complimenti e del suo proposito di riprendere il romanzo riposto nel cassetto. Ora mi spiega che lui viaggia molto. Adora farlo. Specie nel nostro paese. Con la sua ragazza (ragazza? ma non aveva settant’anni?) è stato in Sicilia, Abruzzo, Veneto, dappertutto. Ama l’Italia, per lui è la nazione più bella del mondo. Spesso, mi dice en passant, lo ospitano gli scrittori che hanno contatti con la sua agenzia letteraria. L’ultima volta è stato due settimane in provincia di Catania, a casa di uno scrittore gran compagnone. Ah, loro due con le rispettive ragazze hanno passato due settimane straordinarie! Io mi bevo ogni sua parola e per lo più me sto zitto. Del resto non sono mai stato un gran parlatore.
A un tratto il mio interlocutore mi lancia uno sguardo intenso. Non è mai stato a Napoli, dice con quello che pare vero rammarico. Mi guarda come se dovessi capire qualcosa, ma io non capisco un bel niente. Allora lui spiega che splendido posto è la Città del Sole e che gente unica la abita, sono davvero fortunato a vivere lì. Ancora un suo sguardo, ma la mia faccia da ebete non vuole saperne di schiarirsi. A proposito di Napoli, continua allora l’agente letterario, lui ha proprio in progetto di andarci in quel periodo, forse addirittura il mese prossimo. Magari io gli potrei consigliare qualche buon albergo e qualche simpatico posto in cui mangiare. Mi fissa ancora una volta, e a questo punto anche la mia torpida mente crede di afferrare qualcosa.
Tossendo imbarazzato, gli dico che lo ospiterei volentieri a casa mia, ma al momento le mie condizioni familiari non mi consentono di farlo. Passo almeno due minuti a scusarmi di quella fatalità. L’agente letterario mi assicura che non c’è niente da scusarsi, lui (anche se poco ci mancava che si invitasse da solo) non aveva considerato minimamente questa eventualità.
E’ il momento della consegna dei manoscritti che ho portato. Non so perché mi pare di notare un pizzico meno di entusiasmo nel modo in cui accetta i miei lavori. A malapena li guarda, anche se giura che li leggerà con la massima attenzione.
Il suo caffè intanto è ancora lì, anche se io devo aver finito il mio da ore. Perché diavolo uno ordina un caffè se poi non vuole berlo? mi dico. Capisco tutto quando passa un barman che ci guarda in cagnesco mentre porta via le tazze vuote da un tavolo vicino, subito occupato da clienti in attesa. Ho una rivelazione. Se il mio interlocutore avesse bevuto il caffè, il barman avrebbe portato via le tazze vuote, il che ci avrebbe costretto o ad andarcene (e magari a continuare la conversazione seduti su un marciapiede romano) o a compiere una scelta che il mio conoscente sembrava considerare anche peggiore, cioè fare una nuova ordinazione.
L’impazienza dei barman nei nostri confronti ormai è palese; sbattono ostili le posate quando si avvicinano al nostro tavolo e ci indirizzano frasi derisorie sempre meno dissimulate. A un certo punto anche un individuo dalla strenua resistenza come il grande agente letterario deve cedere agli attacchi ormai frontali del personale del bar-libreria e beve il caffè a più di due ore dalla sua consegna. Non accenna neppure a fare una nuova ordinazione. Il caffè è finito e dunque è finita pure la nostra conversazione.
Ci avviciniamo alla cassa per pagare. Mi dice che offre lui. Giura che è suo dovere e che non vuole sentire proteste da parte mia. Ma al momento di tirare i soldi fuori dalla tasca dei jeans sdruciti chissà perché viene preso da amnesia. Non trova il portafogli. Dove l’avrà messo? Mi sento avvampare durante la scena di lui che si rovista in tasca sotto sguardo scettico della cassiera, che dà l’idea di conoscerlo a fondo. Non resisto alla vergogna. Infilo una mano in tasca, pago la cassiera e me la filo a spron battuto inseguito dalle ironie dei barman poco distanti.
Il mio nuovo conoscente ha una faccia di bronzo che non fa una piega. Dice che non dovevo pagare io, e lo dice come se facendolo lo avessi offeso a morte. In ogni caso la prossima volta pagherà lui, su questo non ci piove. Delle volte sono un ingenuo senza speranza, è vero. Eppure, mentre usciamo dalla Mel Books e ci avviamo al catorcio potentemente assicurato a un lampione, anch’io ho ormai capito che non ci sarà mai una prossima volta in quell’individuo pagherà qualcosa a qualcuno.
Mentre saluto il grande agente letterario che mi ha indotto a cantare dei “dervisci del Sudan” o dei “danzatori bulgari a piedi nudi sui bracieri ardenti”, penso alle parole di Giorgio Chinaglia e al suo pessimismo leopardiano sul mondo e su chi lo abita.
Francesco Cinque
A cura di Francesco Cinque, la terza ed ultima puntata, almeno per ora, del suo interessante viaggio tra i meandri oscuri dell’editoria italiana. Come diceva Dante la via è stata percorsa e fino in fondo, ma “quanto a dir qual’era è cosa dura”.

Sabina Marchesi








