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La Freccia Nera Fischiando Si Scaglia

A cura di Francesco Cinque una rivisitazione nostalgica, in due puntate, del celebre sceneggiato televisivo andato in onda sulla RAI nel 1968/1969.

Parte prima: questa è la strada che da noi fuorilegge ti porterà.

 

C’è un solo modo per iniziare a parlare della “Freccia nera”, indimenticabile sceneggiato televisivo del 1968/69, è questo: “La freccia nera fischiando si scaglia / e la sporca canaglia un saluto ti dà”.

 

Sono le parole di una delle sigle televisive più amate e cantate di tutti i tempi, almeno in questo paese. All’epoca la stragrande maggioranza della popolazione italiana, comprese anziane ultraottantenni con almeno due infarti alle spalle e mocciosi piagnucolosi che a stento dicono mamma, sapevano citare almeno un verso di quel trascinante motivo. Io conoscevo tutta la canzone da cima a fondo, inclusi i fischi e l’epico “la-la-la” del coro dei briganti della foresta, e non ero per niente un caso raro nell’Italia del ‘69, l’anno dello sbarco sulla luna e dello sceneggiato televisivo che ha riscosso il maggior indice di ascolto di tutti i tempi in queste contrade, sedici milioni e mezzo di telespettatori di media (altro che Elisa di Rivombrosa).

 

Due parole sulla trama per inquadrare meglio la storia. Regia del mitico Anton Giulio Majano, autore di opere mai dimenticate come “La cittadella” o “Delitto e castigo”. Tratte dal romanzo di Robert Louis Stevenson, le sette puntate dello sceneggiato descrivono le imprese del giovane Dick Shelton (l’attore Aldo Reggiani), dibattuto fra le avverse fazioni degli York e dei Lancaster al tempo della Guerra delle Due Rose in Inghilterra. La bella e ribelle Joan Sedley (Loretta Goggi), si traveste da uomo per sfuggire a un matrimonio non voluto (che per ironia della sorte riguardava lo stesso Shelton-Reggiani di cui in seguito si innamorerà). Battaglie, tradimenti, eroismi, passaggi segreti, cavalieri senza macchia e senza paura, intrighi e briganti della foresta fautori della lotta alla tirannia. Sorprese e avventure non mancano fino al lieto fine immancabile.

 

Quando si parla della “Freccia nera”, ci sono molte cose che sei obbligato a dire. E le devi dire nell’ordine che segue.

Devi confessare che all’epoca eri innamorato follemente di Loretta Goggi, anche se avevi solo nove anni e tutti ti consideravano alla stregua di un poppante a cui regalare odiose caramelle alla fragola. In questo tuo delicato sentimento eri in buona compagnia, perché qualsiasi individuo maschile dotato di raziocinio non poteva evitare di sognare la notte di trovarsi in compagnia della Joan Sedley travestita da maschio (e di difenderla dai molti pericoli di cui abbondava la tumultuosa Inghilterra del Quattrocento). In appendice a questa riflessione, puoi ricordare che avevi o desideravi avere le pareti della tua camera tappezzate di poster della dolce Loretta diciassettenne, che ritagliavi le sue immagini da qualsivoglia giornale e rivista di gossip alla “Grand Hotel” e che sognavi di cavalcare con lei in tenebrose foreste medievali, anche se l’unica volta che avevi visto un cavallo dal vero ti aveva fatto una paura mica da ridere. E anche se, incontrandoti sul serio, la ragazza dei tuoi sogni ti avrebbe messo in mano la solita caramella (diciamo più alla menta che alla fragola, non poteva essere così crudele come il resto dell’umanità adulta), altro che scappare con te per boscaglie selvagge alla Robin Hood…

 

La seconda cosa che sei obbligato a dire parlando della “Freccia nera” è il desiderio spasmodico di impugnare una spada vera e enorme con queste tue mani vibranti di emozione. La spada vera e enorme serviva per essere brandita in groppa a un destriero nella tua mente, sotto un’armatura di cotta di maglia, con tanto di stendardo di York o Lancaster (pur avendo seguito lo sceneggiato con devozione e chiesto lumi agli adulti, non riuscivi mai a capire quale fosse la Rosa dei buoni, se quella rossa o quella nera, ma tanto non aveva importanza). Il desiderio di menare fendenti o stoccate ai malvagi diventava una necessità insopprimibile quando assistevi alla sigla iniziale dello sceneggiato, da non confondersi con quella finale rappresentata dalla canzone dei Fratelli della Foresta. La sigla iniziale era un travolgente motivo epico composto dal valoroso maestro Riz Ortolani, accompagnato da scene di cavalieri medievali che si affrontavano a viso aperto tra castelli in fiamme e sfondi di devastazione bellica. Peraltro il motivo di Ortolani a un tratto deviava magistralmente dal registro epico-guerresco a quello romantico, inducendoti senza indugio a rinfoderare spade e sogni di gloria e a cercare con gli occhi una figura femminile capace di farti palpitare il cuore.

Poiché la possibilità di procurarti una vera lama medievale era piuttosto remota per te ragazzino in calzoncini corti dell’Italia del ‘69, eri costretto a fare di necessità virtù. Eccoti allora ripiegare su una spada di legno, costruita con tutto l’amore e la perizia di cui eri capace, facendoti aiutare dai tuoi amichetti più portati ai lavori manuali. Ovviamente i tuoi amici avevano già una spada analoga, ben più solida della tua, forgiata con robuste assi di legno sottratte ai padri falegnami, piallata e rifinita con cura, ed erano ansiosi di affrontarti in un duello all’ultimo sangue. Tale duello era preceduto da almeno mezz’ora di dispute su chi avrebbe dovuto interpretare la parte di Dick Shelton, ovvero di Aldo Reggiani, il protagonista dello sceneggiato e partner invidiatissimo della Goggi (il perdente della disputa, in genere era quello con l’arma migliore che si sentiva in vena di magnanimità verso i disgraziati forniti di mazze di scopa semibruciate, ripiegava sulla figura del collaudato Ivanhoe).

 

La terza e ultima considerazione a cui sei costretto parlando della “Freccia nera” televisiva (ce ne sono da fare molte di più, ma quelle altre per lo meno sono frutto di una tua libera scelta) è la inaudita, impressionante bravura dei Cattivi di quello sceneggiato. A memoria d’uomo non si è mai vista una storia televisiva con cattivi tanto ispirati e convincenti. Prima di tutto c’e Arnoldo Foà nella parte di Daniel Brackley, signorotto inglese pronto a tradire e a uccidere chiunque per sete di potere (“vende” in matrimonio anche la povera Loretta Goggi pur di averne un guadagno qualsiasi). Foà ha tra l’altro fatto uccidere il padre di Aldo Reggiani, che ignaro del delitto gli è fedele servitore. Che dire del machiavellico Arnoldo? Magistrale. Indimenticabili i suoi ghigni, soprattutto unici i suoi inarcamenti di sopracciglia e quelle sue mimiche facciali così convincenti da farti credere che la malvagità era una componente naturale della vita (e non solo di certi ruoli cinematografici come avevi creduto fino a quel momento). Foà recitò così bene la parte del cattivo da essere odiato da una generazione di telespettatori quasi allo stesso modo di certi “fetienti” della sceneggiata napoletana.

Eppure anche il bravissimo Arnoldo trovò dei competitori agguerritissimi nel suo stesso cast. Prima di tutto Adalberto Maria Merli nel ruolo del sanguinario e gobbo duca di Gloucester(Rosa Rossa o Rosa Nera? Boh, vattelo a ricordare). Merli esibiva un sguardo diabolico perfino superiore a quello di Foà e uccideva, a differenza del personaggio di Daniel Brackley, per il semplice gusto di farlo (impressionante il modo in cui trafigge a sangue freddo alcuni sgherri che avevano tentato di assassinarlo, ormai vinti e imploranti grazia).

Due magnifici personaggi negativi sono già più che sufficienti, eppure “La freccia nera” trovò il modo di arruolare ancora un valente attore in questa direzione, ossia il caratterista Alberto Terrani nel ruolo di Lord Shoreby, l’ultimo pretendente di Loretta-Joan, il quale dà un’interpretazione della cattiveria più tendente al frivolo e alla mondanità che alla crudeltà pura e semplice. Basta così? No, c’è posto anche per Tino Bianchi (sir Olivier, vescovo corrotto) e Leonardo Severini (Bennet Hatch), ossia dei complici nelle malefatte giovanili del terribile Foà, che a differenza di quest’ultimo sono rosi dai sensi di colpa (all’epoca questa sfumatura psicologica era parecchio dura da mandare giù: uno o è cattivo o non lo è, si diceva un certo ragazzino di nove anni, e se lo è come fa a provare rimorso per le sue malefatte?)

 

Per adesso basta così. Ma c’è ancora da dire sullo sceneggiato di cui si parla.

 

Continua…

 

Francesco Cinque