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Il Segno del Comando

Assolutamente da non perdere la riedizione in dvd dello storico sceneggiato della Rai “Il segno del Comando”(oggi disponibile in un cofanetto di 2 dvd al costo di 18 euro, edito dalla Elleu multimedia), un soggetto di Giuseppe D’Agata e Flaminio Bollini, con la collaborazione di Dante Guardamagna e Lucio Mandarà, che divenne soltanto più tardi un romanzo pubblicato nel 1994.

Dieci anni fa comprai un libro della Newton & Compton, di quelli da mille o duemila lire, il titolo mi rammentava qualcosa che avevo visto in tv molti anni prima, ricordi di quando si è molto piccoli: immagini velate, pochi fotogrammi, un sapore insieme di sensazioni piacevoli. Il titolo era “Il segno del comando”, l’autore Giuseppe D’Agata. Il romanzo mi colpì e fu come rivedere, attraverso le descrizioni dei vicoli di Trastevere, una Roma già conosciuta, riscoprirla nei suoi aspetti meno evidenti, quelli più decadenti, quasi macabri a volte, fatti delle oscurità della notte rischiarata dai fanali all’angolo di una via.

Non mi sono così voluto perdere la riedizione in dvd dello storico sceneggiato della Rai “Il segno del Comando”(oggi disponibile in un cofanetto di 2 dvd al costo di 18 euro, edito dalla Elleu multimedia), un soggetto di Giuseppe D’Agata e Flaminio Bollini, con la collaborazione di Dante Guardamagna e Lucio Mandarà, che divenne soltanto più tardi il romanzo di cui ho detto (venne pubblicato appena nel 1994). Protagonisti erano nomi del calibro di Ugo Pagliai, Carla Gravina, Massimo Girotti, Rossella Falk, Andrea Checchi, Franco Volpi, tutti di comprovata esperienza teatrale e cinematografica (Girotti e Checchi in particolare furono dei divi negli anni ‘40-‘50). La regia era di Daniele D’Anza. Per Pagliai lo sceneggiato rappresentò il trampolino di lancio che lo confermò protagonista di numerose altre produzioni dello stesso genere, la Gravina fece qui il suo esordio come fantasma per approdare al cinema tre anni dopo nel ruolo della posseduta (“L’Anticristo”, 1974).

Lo sceneggiato andò in onda le domeniche tra il 16 maggio e il 13 giugno 1971. Cinque puntate di circa un’ora, godibilissime, in cui i momenti di tensione hanno una loro sapiente calibratura. Il modello è quello di “Belfagor”, la serie francese del 1965 che ebbe un enorme successo un po’ in tutta Europa. L’esito straordinario de “Il segno del comando” indusse la Rai a progettare delle storie (“originali televisivi”, come allora si chiamavano quegli sceneggiati non tratti dai romanzi famosi) che avessero nel tema dominante una forte dose di mistero e di suspense, nacquero così il “Ritratto di donna velata” (un piccolo capolavoro, a mio modesto parere) con una giovane Daria Nicolodi non ancora celebrata musa argentiana, “L’amaro caso della baronessa di Carini”, “Il fauno di marmo”, il fanta-thriller “A come Andromeda”. Molti di questi titoli non sono stati ancora disponibili in dvd, per cui al momento non possiamo parlarne se non con un vago senso del ricordo, per quanto riguarda “Il segno del comando”, invece, una recensione è d’obbligo, e non può essere che positiva. La trama è avvincente e miscela la spy-story al racconto gotico a quello esoterico funzionando abbastanza bene (almeno fino al finale che sembra forse un po’ debole e irrisolto).

Interessante è il contributo didascalico, quale segno evidente della componente educativa della nostra vecchia televisione: la storia ruota attorno ad un segreto nascosto nei diari di Lord Byron e negli spartiti di Baldassarre Vitali, validi motivi, questi, per dissertare sulla vita del poeta inglese e sulla musica del compositore settecentesco, portando a spasso lo spettatore tra vecchi monasteri e antiche residenze nobiliari di una Roma crepuscolare e barocca.

Grande televisione, quindi, capace di avvincere nonostante i tempi dilatati di allora, nonostante il bianco e nero, nonostante la relativa acerbezza del mezzo (ricordiamo che l’avvento della tv in Italia è del 1954), e nonostante la dicotomia formale tra scene in interno (girate con la telecamera, in presa diretta) e quelle in esterno (in pellicola, doppiate). La qualità del master servito al riversamento su digitale non è sempre eccezionale, specie nelle scene in pellicola. Il prodotto televisivo (si sa) non è costruito per essere rimandato ai posteri. Definizione, questa, in netto contrasto con la distribuzione dei dvd, il cui successo nelle vendite pare in crescita costante.

L’effetto nostalgia potrebbe portare qualcuno a dubitare sulla reale qualità dello sceneggiato, ma assicuro gli amanti del genere che il valore cinematografico e televisivo è oggettivamente di gran lunga superiore a molte fiction attuali. Indimenticabile la canzone “Cento campane” che fa da colonna sonora e che è diventata un classico del repertorio romanesco. Un’ottima occasione quindi per ripescare un po’ nei ricordi, ma anche per capire l’involuzione/evoluzione del mezzo, scoprire o riscoprire quanto eravamo bravi a raccontare storie popolari, e quanto anche in questo campo ci siamo col tempo – a mio parere – intellettualizzati e inariditi.

Stefano Scarpa