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La Marchesa de Brinvilliers e l’Era dell’Arsenico

Marie Madeleine d’Aubray, Marchesa de Brinvilliers, è una delle figure più controverse del milleseicento, condannata a morte per decapitazione, accusata di omicidio plurimo e in odore di stregoneria, venne poi osannata dal popolo che giunse a fare di lei una martire e una santa.

Inizia con lei in Francia l’Era dell’Arsenico destinata a segnare profondamente la corte di Luigi XIV negli anni successivi alla sua morte, avvenuta nel 1676.

Nata nel 1630, Marie Madeleine d’Aubray passa alla storia come una ninfomane, una nobile dama perennemente affamata di sesso e di soldi, ambiziosa e arrivista, capace di uccidere tutti i membri della sua famiglia per biechi motivi d’interesse, e in generale disposta, con la massima disinvoltura, ad eliminare dalla sua strada tutti coloro che potevano in qualsiasi modo ostacolarla o esserle d’impaccio.

A ventuno anni com’era in uso nella sua classe sociale va in isposa, senza amore, a un uomo benestante ma molto più anziano, decisamente un vecchio satiro, Antoine Gobelin, che oltre a non occuparsi di lei la trascura indegnamente e la tradisce.

Nel mille e seicento in Francia era in uso uno stile di vita libertino e un contegno piuttosto disinvolto in società, era consentito a tutti, nella società benestante, uomini o donne che fossero, di avere un certo numero di amanti, più o meno ufficiali, accompagnatori occasionali e perfino mantenuti.

A Marie Madeleine viene così concesso, senza urtare più di tanto la sensibilità pubblica, di intrattenere numerose relazioni amorose più o meno passionali con vari stalloni con i quali si dice facesse faville. E fino a qui nessuno interferisce in quella che, in definitiva, era la sua vita privata.

Quando però Marie si invaghisce follemente di Gaudin Sainte-Croix, noto libertino e avventuriero che già all’epoca godeva di una pessima fama, là dove non interviene il marito, provvede il padre della fanciulla che, muovendo pedine e conoscenze politiche, riesce a far imprigionare questo cattivo soggetto per un determinato periodo con un’accusa dopotutto nemmeno tanto campata in aria.

Il trascorso in carcere però, lungi dall’allontanare Sainte-Croix dalle grazie della D’Aubray, serve ai due amanti solo per affinare e mettere in atto la loro vendetta, quando esce per ricongiurgersi alla focosa innamorata, Sainte-Croix ha appreso tutti i segreti della distillazione chimica dei veleni, e li insegna amorevolmente alla fanciulla, che non tarderà a metterli in pratica.

La prima vittima “ufficiale” naturalmente è il padre di Marie, che una notte muore misteriosamente nel suo Castello di Offemont, ma probabilmente prima Marie aveva esercitato numerose prove generali con i malati del vicino Ospedale Maggiore, la cui mortalità aumenta improvvisamente proprio durante i periodi in cui la carità cristiana e l’amorevole assistenza della Marchesa di Brinvilliers erano maggiormente presenti.

A questo punto sembrerebbe che Marie abbia preso gusto al gioco perché nel suo entourage muoiono, in maniera esasperata e in date sempre più ravvicinate, ben tre persone, due sorelle e un fratello del suo lacchè La Chaussès, che forse era pure suo amante.

Sono queste le prove generali per l’assassinio di suo marito, che però fallisce per la pietosa intercessione di Sainte-Croix che, indignato o spaventato per l’eccessiva reteirazione degli omicidi, somministra prontamente un’antidoto al pover’uomo consentendogli di scampare a una morte certa, o forse addirittura sostituisce la pozione mortale con una meno venefica.

Presto però anche l’amante di sempre, il perfido, ma forse non tanto paragonato al suo alter ego femminile, Sainte-Croix, è destinato a pagare il fio delle sue colpe, morendo insensatamente nel rogo del suo laboratorio alla Cagliostro.

Gli inquirenti troveranno tra le rovine del laboratorio, nascosto tra storte, alambicchi e provette in pezzi, un diario contenente la confessione di Sainte-Croix che accusa Marie di una lunga serie di crimini, compreso il suo omicidio, che egli in qualche modo evidentemente presentiva.

Marie Madelein d’Aubray ripara prontamente in un convento a Liegi, dove, secondo le leggi dell’epoca può considerarsi al sicuro, essendo considerata la Chiesa uno Stato senza obbligo di estradizione.

Potrebbe vivere lì per sempre, se solo volesse, relativamente certa di restare impunita, se pur condannata a una sorta di esilio e di segregazione volontaria, comunque ancora in possesso della vita, dell’indipendenza e della piena disponibilità dei suoi beni terreni e materiali.

Ma a questo punto interviene il genio del Luogotenente Desgrais, lo stesso che sarà poi protagonista del di poco successivo Scandalo dei Veleni alla corte di Luigi XIV che condusse all’istituzione della Camera Ardente, alla caccia alle streghe, e alla morte sul rogo di Madame La Voisin, al secolo Catherine Deshayes.

Travestito da Abate il Luogotenente insidia la virtù, già variamente provata, della bella e conturbante Marchesa di Brinvilliers e la convince a recarsi, nottetempo, fuori dalle mura del convento, per un convegno amoroso, con la promessa di chissà quali estasi passionali.

Tecnicamente, fuori dal convento, la protezione della Chiesa viene a cessare, e non appena, incautamente, Marie mette piede nella trappola tanto argutamente tesa per lei, viene posta in arresto e ricondotta sotto la tutela dello Stato Temporale.

Ma non sarebbe ancora finita per la D’Aubray, cui il censo, la nobiltà di nascita e l’aura inconfondibile da angelo calunniato potrebbero ancora far salva la vita, se questa, inspiegabilmente, non avesse lasciato nella sua cella al convento una specie di memoriale-confessione destinato a fare scandalo.

Mi accuso di aver causato un incendio. Ho concepito desideri peccaminosi su mio fratello. Mi accuso di aver avuto commercio (sessuale) con un cugino di secondo grado, duecento volte. Da lui ho avuto un figlio. Ho avuto commercio con un primo cugino di mio marito, trecento volte. Era sposato. Mi accuso di aver avvelenato mio padre con le mie proprie mani. Ho avuto desiderio di avvelenare mia sorella perché mi rimproverava della mia condotta, che era orribile. Mi accuso che un giovanotto mi stupravit quando avevo sette anni…”

È uno scandalo senza precedenti, nessuno oramai alla pur libertina corte di Francia può ancora far finta di niente, non è più nemmeno concepibile girare la testa dall’altra parte e fingere di non vedere o di non sapere, simili autoaccuse sono eclatanti, nemmeno uno dei suoi peggiori nemici avrebbe mai potuto concepire contro di lei simili nefandezze o crimini tanto efferati.

E poi perché proprio per iscritto la D’Aubray sentiva la necessità di essere talmente precisa e circostanziata circa le sue colpe, al punto da censire addirittura il numero delle volte con cui aveva avuto commercio sessuale con i suoi partner? Per quale motivo addebitarsi anche crimini commessi solo con la fantasia come il desiderato omicidio della sorella? E perché indulgere in aggravanti tutto sommato non necessarie, come il grado di parentela del cugino, o lo stato civile del cugino di suo marito?

Sembrerebbe quasi una sorta di autopersecuzione mistica, una crisi spirituale nel corso della quale la D’Aubray avesse tentato di riscattare se stessa e le sue colpe se non agli occhi di Dio quanto meno agli occhi del mondo.

E infatti da lì in avanti il suo comportamento rasenta la santità.

Il processo avviene nel 1675, nonostante venga data lettura in aula della confessione, che da sola varrà ad incriminarla, Marie D’Aubray viene comunque sottoposta a tortura, che sopporta, dicono le cronache, con estrema compostezza ed ammirevole dignità.

Il suo avvocato inutilmente sosterrà la tesi dell’inamissibilità di quel memoriale come prova in un tribunale, essendo una lettera diretta a Dio, avrebbe dovuto essere materiale riservato, destinato solo all’imputata e ai suoi diretti confessori.

Ma la mentalità giuridica dell’epoca era ancora immatura per arrivare a comprendere e far proprio un concetto tanto avanzato, che invece oggi viene tacitamente riconosciuto come uno dei fondamenti della difesa, compreso il famigerato Quinto Emendamento della disciplina legale degli Stati Uniti.

Condannata a morte e selvaggiamente torturata la Marchesa di Brinvilliers tenne dunque sempre un comportamento esemplare e morì dignitosamente sul patibolo, per decapitazione, dopo essere stata esposta al pubblico lubridio e offerta in pasto agli insulti della folla.

Immediatamente dopo la sua esecuzione, prima ancora che la sua testa, con i capelli scarmigliati e gli occhi ancora aperti, cadesse nel cesto di vimini predisposto dal boia, l’umore della folla mutò improvvisamente.

Idolatrata come una santa e martire, adorata da quegli stessi popolani che l’avevano insultata mentre sul carretto dei condannati a morte veniva trascinata verso il palco del patibolo, i suoi indumenti e i brandelli del suo scialle vennero fatti oggetto di venerazione e conservati come reliquie, presto il popolo di Francia la elesse come simbolo di tutti gli innocenti ingiustamente perseguitati dalla giustizia e diede inizio spontaneamente a un vero e proprio processo di venerazione, al punto da attribuire alle sue spoglie poteri miracolosi.

Così la Marchesa di Brinviellirs, pluriomicida, ninfomane e visionaria, probabilmente soggetta a crisi mistiche e depressive, maniaco compulsiva e autolesionista, passa alla storia come una santa e martire, idolatrata dal popolo di Parigi, icona dell’iniquità delle pene e dell’accanimento dei tribunali, e venerata al pari di Giovanna D’Arco, la Pulzella D’Orleans.

Sabina Marchesi

Commenti dei lettori

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  • Paolo Alberti

    11 Aug 2010 - 21:43 - #1
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    Sull’argomento è bello e interessante il romanzo storico di Dumas padre “L’avvelenatrice”, poco conosciuto e non più ristampato da un centinaio d’anni. Ne sto preparando un’edizione digitale