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Eresia e Delitto di Giuseppe Mazzanti

Per gli amanti del genere è una perla rara, assolutamente da non lasciarsi sfuggire, un vero giallo storico medioevale deliziosamente ricostruito, con un sapore di cultura religiosa che cattura, sono magistralmente resi infatti i dettagli e le ambientazioni dei vecchi ordini monastici dell’epoca, i contrasti e le differenze, le contraddizioni e i diversi insegnamenti.

Viterbo, anno del Signore 1114. Irnerio, il celebre giurista medievale fondatore della scuola giuridica bolognese, e il giovane monaco cistercense Bernardo di Clairvaux vengono convocati per scoprire chi ha affisso al portone della chiesa locale di San Giacomo un manifesto in cui si asseriscono la natura umana di Cristo e l’illegittimità del potere secolare del papa, tesi ereticale dal potenziale devastante per l’intera Chiesa cristiana d’Occidente. Qual è il significato dell’iscrizione, apparentemente incomprensibile, apposta in calce al manifesto? Si tratta forse della chiave per la soluzione del caso?

L’autore, Giuseppe Mazzanti, è giovane, anzi giovanissimo, appena trentaquattro anni, ma è anche un uomo antico, uno innamorato della storia, un ricercatore, specializzato in Filologia Romanza e Cultura Medioevale, attraverso di lui si respira l’eco di un passato affascinante, ci si compenetra in un’atmosfera che sa di remoto, resa con magistrale maestria attraverso i meandri classici, anzi classicissimi, di un giallo storico vecchia maniera.

Per gli amanti del genere è una perla rara, assolutamente da non lasciarsi sfuggire, un vero giallo storico medioevale deliziosamente ricostruito, con un sapore di cultura religiosa che cattura, sono magistralmente resi infatti i dettagli e le ambientazioni dei vecchi ordini monastici dell’epoca, i contrasti e le differenze, le contraddizioni e i diversi insegnamenti.

Con qualche licenza, naturalmente, perché è sempre un romanzo di fantasia, anche se ben ricostruito, e di quando in quando l’autore si concede di uscire dalle righe, improvvisando e collocando monasteri e abbazie che non sono mai esistite in luoghi dove tutto sommato avrebbero ben potuto essere, e fino a che è verosimile, si sa, ogni licenza letteraria non solo è consentita, ma anzi funge da servente alla narrazione per renderla più fluida e convincente.

Dignitosamente paragonabile, e a pieno titolo, alle pagine memorabili de Il Nome della Rosa. Un confronto onorevole, da cui molti sono usciti sconfitti, ma non in questo caso, dove la prova regge, non solo, ma convince anche, lasciando al lettore la consapevolezza di aver partecipato a una perfomance di alto livello, un romanzo che sicuramente non rimarrà negli scaffali ma che sarà ripreso, più volte, più avanti, per concedersi il piacere, raro davvero di questi tempi, di una seconda rilettura.

Venne ad aprirmi il servitore personale di Pasquale II e mi fece cenno di seguirlo negli appartamenti del papa. Salimmo l’ampia scala sino a giungere al secondo piano. Gli ambienti attraverso i quali passavo davano la stessa impressione di umiltà dell’esterno, ma, per le dimensioni esagerate, incutevano reverenza nei confronti di chi li abitava. E i passi e la voce che rimbombavano aumentavano a dismisura questa sensazione.
Al termine di un lungo corridoio, sulla sinistra, una porta molto alta in legno di noce celava la sala di rappresentanza. I due battenti erano cesellati in modo simmetrico per quel che concerne gli spazi, ma i motivi riprodotti erano antitetici. Sulla sinistra la scena tragica della dannazione: innumerevoli volti coperti di lacrime e trasfigurati dal dolore mentre le fiamme bruciavano i corpi, figure di diavoli che atterrivano, un fiume nero di pece, non un raggio di luce, non un albero, rami secchi e pietre senza vita, nessuna speranza di redenzione, di bellezza, di bontà, di nulla. Sulla destra il paradiso: una colomba che volteggiava in un ambiente inondato di luce, pochi volti nei quali si intuiva la pace ineffabile della morte trasfigurata in una gioia non solo inesprimibile alla parola, bensì del tutto incomprensibile a chi non l’abbia provata: l’esperienza dell’innamoramento e della nascita del figlio primogenito sono di essa non più che un pallido riflesso. Più in alto, al centro, in una raffigurazione che poteva intendersi nella sua compiutezza solo a porte chiuse, Cristo sedeva sul trono e un uomo con la tiara gli porgeva le chiavi: nella fisionomia del volto riconoscevo il pontefice Urbano II. Dall’esterno del palazzo verso l’interno il percorso preparava alla maestà dell’incontro; entrando in quella sala ci si sentiva sopraffatti alla vista di un qualcuno che era più che uomo: il vicario della Verità. Secondo un cerimoniale che già conoscevo – come ho scritto in precedenza, tra il 1102 e il 1105 avevo incontrato più volte il pontefice a Canossa – Pasquale II sedeva su uno scranno rialzato esattamente di fronte alla porta dalla quale ero stato introdotto. Un piede più avanti, nella pantofola purpurea, la mano con l’anello appoggiata sul ginocchio, l’altra a sorreggere la tempia. Avanzavo lentamente verso di lui e guardavo la sua figura esile sprofondata nel trono. Mi sembrava molto invecchiato, e si sarebbe detto che quello che non aveva potuto l’età, avevano potuto i problemi. La responsabilità enorme di guidare la cristianità in tempi di crisi gli aveva solcato la fronte con rughe profondissime e convergenti verso il centro. Lo sguardo era spento, l’incarnato di un pallore spettrale, i radi capelli canuti. Un lieve tremore alla gamba sinistra e il respiro corto e affannoso erano il segno della malattia. Nella debolezza, nei segni degli anni, nella salute malferma, nella preoccupazione, soprattutto, del Santo Padre, vedevo ora con chiarezza che ciò che mi sarebbe stato richiesto non concerneva una semplice ambasceria, la routine delle relazioni diplomatiche, un parere su un caso spinoso ma consueto. Ero stato convocato perché la barca di Pietro si era trovata in mare aperto al sopraggiungere della tempesta, e si riteneva che io potessi fornire un contributo per evitare il naufragio. Non capivo quali competenze straordinarie potessi vantare per un compito tanto arduo, e comunque l’attesa non sarebbe durata a lungo. Mi ero nel frattempo inginocchiato a baciare la pantofola, poi l’anello mentre quel vecchio venerabile mi porgeva la mano. Rialzatomi, in piedi con il capo chino, ascoltai le sue parole.

Lo stile di Mazzanti è fluido e sicuro, le sue conoscenze filologiche e religiose sono perfette, la sua consapevolezza storica gli consente di muoversi in un ambiente difficile, come quello del dodicesimo secolo, con scioltezza e vigore, consentendo una fruizione “intellettuale” della sua opera che però non rasenta mai il tedio, ma risulta vigorosa e ritmica fino all’ultima pagina.

Un giallo classico dall’impianto strutturale perfetto, sviluppato senza trucchi e senza imbrogli, non ci sono scheletri che, nella più tradizionale delle regole, vengano occultati agli occhi del lettore, non ci sono giochi di prestigio o false piste, niente colpi di scena sorprendenti o violenza gratuita, la traccia si dipana lentamente, prevedibile e sicura sotto i nostri occhi, regalandoci un piacere tutto psicologico, quello di una partita a scacchi ben condotta e ottimamente giocata.

Naturalmente è un romanzo da intenditori, per chi ama il giallo o il romanzo storico, potrà forse annoiare le giovani generazioni, alla ricerca del facile sensazionalismo, o gli amanti inveterati del best seller d’oltre manica, ma per chi apprezza il purismo, è un’opera da maestro, veramente godibile.

Non si crederebbe mai, invece, che è un’opera di esordio, perché non tentenna e non tradisce mai, merita di sicuro nei nostri scaffali un posto di riguardo, a portata di mano, per essere ripreso e “degustato” in ogni momento.

Ambientato a Viterbo il caso si dipana in pieno ambiente clericale, combattendo tesi eretiche sulla pubblica piazza per riaffermare il dogma cattolico e riconfermare l’autorità della Chiesa, papa Pasquale II convoca presso di sé due autorità, due puristi della religione, appartenenti però ad ordini diversi. Il Giurista Irnerio e il giovane monaco circestense Bernardo di Chiaravalle.

Questa coppia asintomatica di investigatori opera curiosamente, a livello intellettivo e pratico, dipanando la matassa tra indizi e false piste, spalla a spalla, confrontandosi vicendevolemente per tutto il romanzo e uscendone alla fine, come il lettore, migliorati e più saldi.

La scrittura agile e sicura, classica e ben dosata, non appesantisce affatto la fruizione dell’opera, ma anzi la impreziosisce come una cesellatura di squisita fattura e di rarissimo pregio, facendo di questo romanzo un vero gioello e di Mazzanti una sicura promessa della nuova letteratura italiana, che aspettiamo impazienti alla sua seconda prova e che rischia di diventare uno scrittore vero, di quelli amati dal “proprio” pubblico, che possono contare su una schiera di appassionati pronti ad acquistare ogni nuovo volume, solo per il piacere di leggerlo, e di rileggerlo, cosa che, oggi come oggi, è veramente difficile potersi concedere.

Sabina Marchesi

Guida Giallo Noir

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