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L'estate dello scirocco di Giuseppe Lavia

Un romanzo strano, coraggioso, impavido e avventuroso, che prende il cuore e parla di una dimensione che non c’è più, ma che a ben cercare esiste ancora, celata nei meandri geografici del nostro paese, che è uno dei più belli del mondo.

Titolo: L’estate dello scirocco
Autore: Giuseppe Lavia
Collana: Dagherrotipi
Prefazione: Cataldo Perri
Casa Editrice: Melquiades

L’estate dello scirocco è un viaggio nel cuore di un sud che è luogo geografico e luogo dell’anima. Un viaggio nelle ansie e nelle speranze, nei sogni che hanno i colori delle luci dell’America ed i suoni delle musiche di festa e di chitarre battenti. Pagine di mare e terra, amore e morte, onore e destino che raccontano di una torrida estate di scirocco e sabbia rossa nella quale il passato riemerge impetuoso.

Raramente mi è occorso di dover tributare un sincero riconoscimento di audacia ad una casa editrice come la Melquiades, che con questa operazione letteraria, ha saputo correre un grosso rischio, coraggioso e impavido, andando controcorrente in un mondo congestionato, e scegliendo un’opera capace di riportarci alle antiche atmosfere, ai ritmi contadini, alle leggende di paese.

Si respira aria di antico, di passato, di nostalgiche persuasioni, dalla penna convincente di uno scrittore esordiente che promette moltissimo.

Durante l’avvincente lettura rieccheggiano nelle nostre menti le memorie di altre pagine vigorose della letteratura storica italiana, sullo sfondo si agitano, immemori ed eterne, le saghe familiari dei Malavoglia e la potenza narrativa di Giovanni Verga.

Un paragone inusitato, certamente, ma meritatissimo, perché leggendo questo piccolo libriccino si viene istantaneamente trasportati in un’altra dimensione che, una volta tanto, non è un’inquietante e cibernetico futuro, ma un rassicurante, nostalgico e languidissimo passato.

Il passato delle noste nonne, lo storico dei nostri avi, il ritmo antico di paese che tutti noi anche in minima parte abbiamo conosciuto, anche se per poco, e subito perso, del quale però conserviamo ancora, intatta, un’infinita nostalgia.

Lo struggimento che ci prende quando siamo lontani da casa, le leggende antiche dal sapore contadino, il passaggio generazionale forse troppo veloce che si è verificato in Italia all’epoca del boom economico, il ribaltamento totale di un universo sociale che è andato immeritatamente perso in quel turbine confuso dal quale ancora, purtroppo, ci dobbiamo riprendere.

Tutto questo è reso con sapienza narrativa e struggente dolcezza in un romanzo strano, coraggioso, impavido e avventuroso, che prende il cuore e parla di una dimensione che non c’è più, ma che a ben cercare esiste ancora, celata nei meandri geografici del nostro paese, che è uno dei più belli del mondo.

Con l’augurio che l’uomo dimentichi le facili promesse e impari ancora una volta a guardare indietro, perché le radici del passato sono nel nostro futuro, non si può che ammirare un giovane scrittore come Giuseppe Lavia che ha saputo regalarci attimi di vera serenità con un romanzo che avvince, cattura e strugge fin dentro, nel profondo di noi stessi.

Assolutamente da non perdere, per un’emozione che stupirà per primi voi stessi, risvegliando sensazioni assopite che nemmeno sapevate di possedere.

Un romanzo eccezionale che parla di vita quotidiana, di saghe familiari, che risveglia nella mente paragoni eccelsi con la letteratura latino americana, se amate Macondo e i Malavoglia, se vi sono piaciuti Isabel Allende e Garcia Marquez, se restavate incantanti, da piccoli, ad ascoltare le favole che vi “contavano” le vostre nonne, allora questo libro è per voi.

Se invece siete moderni e cibernetici, se vivete costantemente spinti verso la dimensione degli ultra corpi, se guardate sempre e solo avanti e vi siete dimenticati chi siete e da dove venite, fatemi un favore, tutto personale, leggetelo lo stesso, sono certa che poi mi ringrazierete.

Sabina Marchesi

Guida Giallo Noir

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