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Il Mistero di Ayers Rock

In breve, tra gli atteggiamenti inusuali dei coniugi Chamberlain e le ridda di tests, prove e comparazioni, l’opinione pubblica si apprestava a costruire attorno alle prove indiziarie un vero e proprio caso di omicidio.

…segue da …Stati del Nord contro Lindy e Michael Chamberlain

 

Intanto, tra le equipe delle forze dell’ordine si schierano due fazioni opposte.

 

Da una parte qualcuno, come Michael Gilroy, credeva fermamente all’ipotesi del dingo cannibale, anche perché, se era pur vero che nessun fatto del genere si era mai verificato prima, risultava comunque nel parco naturale un incremento nella segnalazione degli avvestimenti degli animali selvatici, che andavano facendosi più arditi, avvicinandosi pericolosamente alle tende dei campeggiatori. Risultavano anche alcuni sporadici casi di aggressione dei dingo contro l’essere umano, anche se non di questa gravità.

 

Dall’altra invece, investigatori dell’esperienza di John Lincoln ritenevano una simile ipotesi inapplicabile allo svolgersi dei fatti, la bambina aveva già dieci mesi, e al di là di ogni altra considerazione avrebbe costituito un peso di almeno 4 chilogrammi, davvero eccessivo per essere trasportato serrato dentro le mascelle da quello che in definitiva era una specie di piccolo cane.

 

Lincoln si spinse fino ad operare una simulazione. Confezionò un sacchetto con 4 chili di sabbia e si provò a trasportarlo con la bocca, dopo solo un minuto fu costretto a mollare la presa. Per quanto le mascelle di un canide fossero sicuramente più robuste e maggiormente predisposte delle sue, sembrava quasi impossibile che una bestia così piccola avesse potuto trasportare una preda del genere così lontano dall’accampamento e soprattutto tanto rapidamente.

 

Uno sviluppo decisivo per le indagini fu apportato, improvvisamente, circa una settimana dopo la scomparsa della povera bimba.

 

Wally Goodwin, competente fotografo dilettante, era in appostamento proprio alla base dell’Ayers Rock per riprendere alcune suggestive inquadrature della flora selvatica, tanto rigogliosa in quella stagione.

 

Sulle pendici di un sentiero, che recava numerosissime tracce del passaggio di ogni specie di animali, effettuò un macabro ritrovamento. Vicino  a un masso spiccavano un pannolino strappato e una tutina da neonato.

 

La polizia, subito avvertita, venne a prelevare i resti degli indumenti per appurare se appartenessero alla piccola Azaria e per sottoporli ad indagini di laboratorio tentando finalmente di appurare se la piccola, il cui corpo non sarà mai ritrovato, fosse deceduta per l’attacco di un predatore o non piuttosto, come si andava oramai sospettando, per mano umana.

Il 28 agosto del 1980 l’indagine andava in carico ufficialmente al detective Graeme Charlwood che, ben deciso a non lasciarsi influenzare, prese ad esaminare come prima cosa il circostanziato rapporto di Michael Gilroy, il primo investigatore convinto dell’attendibilità della pista del dingo selvatico.

Lo stesso Gilroy, il più deciso sostenitore della tesi del rapimento della piccola ad opera di un dingo isolato dal branco, non aveva però potuto fare a meno di rilevare nelle sue osservazioni alcune gravi incongruenze, che andavano tutte nella stessa direzione.

Iniziava lentamente a formarsi una sempre più consistente ipotesi di colpevolezza  a carico dei coniugi Chamberlain.

Dall’esame della documentazione si evinsero presto alcuni fatti allarmanti, evidenziati dall’analisi  dell’investigatore Gilroy.

Alcuni giorni prima dell’incidente Lindy Chamberlain aveva portato la bimba dal pediatra, per un controllo. Lo specialista, interrogato, aveva dichiarato che si era fortemente insospettito dell’atteggiamento anomalo della donna nei confronti dell’ultima nata, che stranamente i vestiti usati per la piccola erano sempre di colore nero e che il nome prescelto, Azaria, apparentemente significava “sacrificio nella natura”.

I Chamberlain per contro continuavano a sostenere che al momento della scomparsa la piccola indossava invece una tutina di spugna di colore chiaro, e un morbido golfino lavorato a maglia, bianco con un bordino giallo pallido, degli indumenti più che consueti per un neonato, e che il nome Azaria era stato scelto perché significava “colei che è aiutata da Dio”.

Nei suoi appunti poi Gilroy evidenziava che i panni tanto provvidenzialmente ritrovati una settimana dopo i fatti dal fotografo dilettante alle pendici dell’Ayers Rock, erano troppo in buono stato per essere rimasti esposti agli agenti atmosferici per tutto quel tempo e che sembravano invece essere stati collocati a bella posta per un opportuno ritrovamento, tra l’altro proprio dove la famiglia Chamberlain aveva fatto una piccola escursione, forse una specie di sopralluogo, proprio il giorno prima della disgrazia.

Da interrogatori sul posto era poi emerso che i campeggiatori riuniti quella sera attorno al fuoco potevano soltanto “aver creduto” di aver visto Lindy con la bimba in braccio, mentre quello che potevano giurare di “aver visto realmente” era solo un fagotto informe giacere tra le braccia della donna.

Forse dopo tutto, a quell’ora la piccola Azaria era già morta, e tutta la scena della tenda poteva essere stata solo una recita appositamente allestita a loro beneficio, per avvalorare l’ipotesi del dingo.

Nel frattempo, con un dispiegamento di forze incredibile, in numerosi laboratori di analisi sparsi in tutta l’Australia veniva organizzata una rete di esperimenti incrociati sui reperti legati alla scena del crimine, mentre specialisti di flora e fauna, e studiosi del comportamento animale venivano interrogati nel tentativo di avvalorare, o confutare, la tesi esposta dai Chamberlain, con simulazioni e ricostruzioni scientifiche.

Sangue, campioni vegetali e peli animali rinvenuti sugli indumenti della neonata vennero sottoposti ad ogni genere di analisi e furono esaminate al microscopio anche le microlesioni della stoffa per capire se dovute a mano umano o a  intervento animale.

Vennero perfino abbattuti appositamente dei dingo della zona di  Ayers Rock, per appurare se nei loro corpi potesse essere rinvenuta qualche traccia, resti umani o proteine, che avvalorasse la tesi del consumo di carne umana da parte di quel particolare branco, in contrasto del resto, a detta degli esperti, con le abitudini generali della razza.

 

Pezzi di carne da macelleria avvolta nei pannolini da neonato furono lanciati ai dingo per studiare il loro comportamento e per confrontare poi gli squarci con quelli riportati sugli indumenti appartenuti ad Azaria.

 

In breve, tra gli atteggiamenti inusuali dei coniugi Chamberlain e le  ridda di tests, prove e comparazioni, l’opinione pubblica si apprestava a costruire attorno alle prove indiziarie un vero e proprio caso di omicidio.

 

Dalle pagine dei quotidiani poi, la stampa contribuì non poco ad esarcebare gli animi, conducendo una vera e propria campagna contro i due coniugi, di fervente religione avventista, che si attirarono ogni sorta di persecuzioni, giungendo fino ad essere sospettati di aver sacrificato la bimba in nome di chissà quale assurdo fanatismo di setta, risvegliando nel pubblico dolorosi echi del recente suicidio di massa di Jonestow.

 

Come per il caso a noi più noto della tragedia di Cogne, le interviste rilasciate dai due e i loro interventi durante i telegiornali non ottennero altro risultato che quello di incattivire l’opinione pubblica  e fomentare la campagna di persecuzione contro di loro.

 

Lindy e Michael Chamberlain, infatti, continuavano ad ostentare melodrammaticamente un fatalismo e una rassegnazione decisamente inconsueti per due giovani genitori crudelmente privati della loro figlioletta in frangenti tanto drammatici.

Il primo di Ottobre del 1980, Graeme Charlwood, titolare dell’indagine, giunge presso l’abitazione dei Chamberlain e sottopone i due a un serrato interrogatorio, nel tentativo di ricostruire da capo la vicenda.

Dopo averli ascoltati separatamente alla ricerca di possibili contraddizioni o anomalie, il detective alla fine arriva perfino alla decisione di tentare il tutto per tutto, sottoponendo Lindy Chamberlain ad ipnosi, con la speranza di far emergere qualche dettaglio rimasto occultato nella sua memoria, potenzialmente utile per le indagini.

Per una persona innocente avrebbe dovuto essere, a rigor di logica, una magnifica occasione per dimostrare definitivamente la propria totale estraneità ai fatti, ma il rifiuto eclatante della donna fu, in quel contesto, davvero sorprendente.

Ci si sarebbe aspettato che una giovane madre privata a quel modo della sua creatura fosse disposta a qualsiasi prova pur di arrivare alla verità ma, inaspettatamente, la gelida reazione di Lindy lasciò il detective completamente interdetto, nel sentirsi dire: “La Chiesa non me lo permetterebbe mai e io non lo farei. Dio uccise Saul per questo. Conosce la storia di Saul e la Strega di Endor?”

Si giunse così alla prima delle tre inchieste di medicina legale istruite sul caso Chamberlain, sotto la conduzione di Denis Barritt, magistrato e coroner di Alice Springs.

Sabina Marchesi

Guida Giallo Noir

Prosegue con …. The Dingo Trial ….