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The Dingo Trial

Finalmente il giudice Galvin, pienamente persuaso della probità degli indizi prodotti dall’accusa, incrimina formalmente Lindy Chamberlain di omicidio e Michael di complicità dopo il fatto.

Segue da … Il Mistero di Ayers Rock ….

Il 16 dicembre del 1980 l’inchiesta fu ufficialmente aperta da Ahsley Macknay.

Le conclusioni dei test di laboratorio fecero orientare la pubblica accusa verso una linea di posizione ben precisa.

 

Gli abitini della piccola non erano stati lacerati da morsi animaleschi, ma probabilmente tagliati con una lama acuminata, inoltre gli indumenti rinvenuti sotto l’Ayres Rock non risultavano essere stati trascinati sul terreno, come sarebbe dovuto essere se li avesse trasportati un dingo, ma sembravano essere stati semplicemente appoggiati, o meglio disposti, da mano umana in attesa di un  conveniente ritrovamento.

 

Durante l’interrogatorio a Lindy Chamberlain però il Pubblico Ministero non riuscì in alcun modo a provare un qualsivoglia possibile movente.

 

Non sembravano proprio esserci motivi di alcun genere per cui la donna avesse potuto decidere improvvisamente di uccidere la figlioletta, né si potè dimostrare che ella avesse dato in precedenza segno di squilibri o di avversione nei confronti dell’ultima nata.

 

Nel corso dell’inchiesta si giunse allora a un compromesso.

 

A un certo punto il detective Barritt, non riuscendo a provare l’omicidio intenzionale, arrivò ad ammettere che probabilmente la bimba era stata realmente aggredita da un dingo mentre era nella tenda, ma che poi qualcuno, probabilmente i genitori, pur non essendo gli esecutori materiali del delitto o i diretti responsabili della morte, erano intervenuti per trasportare altrove il corpo e far rinvenire gli abitini convenientemente disposti in un luogo congruo.

 

Era tuttavia pur sempre un’ipotesi debole, non completamente comprovata dai fatti e priva ancora una volta della minima logica. Anche in questo caso mancava del tutto una motivazione adeguata. Al di là del fanatismo religioso e della fantasiosa ipotesi del sacrificio umano non si riusciva a comprendere cosa mai li avesse spinti a tanto.

 

Ma il 19 Settembre del 1981 l’inchiesta subisce una svolta ulteriore.

 

Vengono inviati degli investigatori presso il domicilio dei Chamberlain per sottoporre i locali ad un’accuratissima perquisizione durata in effetti oltre quattro ore e mezza. Si cerca l’arma da taglio che avrebbe potuto lacerare gli indumenti della piccola, ma ancora ci si attiene all’ultima ipotesi, manomissione della scena del crimine e occultamento di cadavere.

 

Quello che si trova, però, è ben diverso.

 

Vengono prelevati più di trecento oggetti, abiti, valige, vestiti, forbici, armi da taglio, coltelli, utensili da cucina e anche l’automobile che i Chamberlain usarono per quella terribile gita ad Ayers Rock.

 

Ai Chamberlain venne spiegato che nuove scoperte dello specialista britannico forense James Cameron sembravano escludere tassativamente che i vestiti della piccola Azaria fossero stati lacerati da un dingo. La reazione imperturbabile di Lindy fu  ancora una volta  glaciale: “Non sapevo che ci fossero degli esperti di dingo a Londra”.

 

Il 14 dicembre del 1981 prende avvio la seconda inchiesta.

 

Nell’automobile dei coniugi viene rinvenuta una quantità di sangue davvero anomala. Maldestramente ripulita, la vettura viene sottoposta ad ogni genere di analisi, e la posizione dei Chamberlain comincia ad aggravarsi ogni giorno di più.

 

Questa volta responsabile dell’inchiesta è il Giudice Gerry P. Galvin  con il suo assistente Des Sturgess. Adesso l’accusa è orientata sempre di più verso la colpevolezza della sola Lindy, lasciando momentaneamente da parte le  responsabilità di Michael.

 

Secondo la loro ricostruzione, quella sera, a un certo punto Lindy si sarebbe allontanata con la bimba dal campeggio, per poi ucciderla nella propria macchina utilizzando un affilato strumento da taglio, molto probabilmente un paio di forbici. Il ruolo del marito avrebbe potuto essere, indifferentemente, di complicità o connivenza, o prima o dopo i fatti.

 

A questo proposito risultò determinante la testimonianza della biologa Joy Kuhl, che identificò le macchie trovate nella macchina, sotto il sedile del passeggero, incontrovertibilmente come sangue di neonato.

 

Contemporaneamente, lo specialista forense James Cameron rincarava la dose affermando che lo strappo provocato nella tuta non era assolutamente da attribuirsi a zanne animali, ma piuttosto a un paio di forbici.

 

Così, mentre la prima inchiesta era stata giocata sulle abitudini dei dingo e sulla loro presunta attitudine ad attaccare o meno l’essere umano, la seconda fu basata interamente sui reperti e sulle analisi di laboratorio. Fattori che la metodologia forense aveva sempre insegnato a prendere come verità inoppugnabili, prove incontrovertibili capaci di illuminare realmente sulle concrete modalità dei fatti.

 

Finalmente il giudice Galvin, pienamente persuaso della probità degli indizi prodotti dall’accusa, incrimina formalmente Lindy Chamberlain di omicidio e Michael di complicità dopo il fatto.

 

Si giunge così al processo del 13 Settembre del 1982.

 

Lo stato dei Territori del Nord si costituisce parte civile contro i coniugi Chamberlain.

 

Si comprende subito che si tratta di un processo anomalo. Lindy si presenta in tribunale in avanzato stato di gravidanza, il cadavere non è mai stato ritrovato, mentre per contro brillano per la loro assenza sia il movente, inesistente, che i testimoni oculari, inconsistenti.

 

Tutto il procedimento si basa su prove indiziarie e pregiudizi culturali, nonché sull’antipatia che i coniugi Chamberlain suscitano con il loro contegno eccessivamente mistico. La giuria, selezionata tra 123 candidati, risulta alla fine composta da nove uomini e tre donne.

 

La tesi dell’accusa, a firma di Ian Barker,  questa volta bypassa tutte le incertezze e punta dritta allo scopo.

 

Si ammette  candidamente che “non è possibile ipotizzare alcun movente per il delitto. Non ci risulta che la signora Chamberlain avesse in precedenza mostrato alcuna tendenza anomala nei confronti  della bambina”, tuttavia è ferma opinione dell’accusa che la piccola Azaria Chamberlain fosse giunta alla morte “molto velocemente perchè qualcuno le aveva tagliato la gola”, di conseguenza la questione del dingo era stata niente altro che “una fantasiosa bugia, ideata per nascondere la verità”.

 

Su tali premesse, il primo teste chiamato a deporre fu proprio Sally Lowe, la donna che quella notte al campeggio era seduta in prossimità dei Chamberlain attorno al fuoco.

 

Secondo la sua testimonianza, Lindy in quel frangente si sarebbe assentata non meno di cinque minuti ma non più di dieci. Il tempo sufficiente per mettere la bambina a letto, ma non certo per condurla in macchina, ucciderla e poi liberarsi del corpo.

 

La deposizione della teste prosegue poi confermando di aver visto quella sera più volte l’ombra di un dingo aggirarsi attorno al bivacco e in prossimità della tenda.

 

Di fatto, in questo modo, Sally Lowe conferma interamente la versione di Lindy, affermando inoltre che la donna  al momento della tragedia aveva l’aria tipica della da “neo-mamma che irradiava felicità per la bambina”.

 

Su questa scia si snodano tutte, o quasi, le testimonianze dei campeggiatori, che tendono sostanzialmente a confermare i fatti, compresa l’inquietante presenza dei dingo tanto vicini all’accampamento.

 

A domande più circostanziate le risposte sono ancora più inequivocabili.

 

Il marito di Sally Lowe, quando viene interrogato esplicitamente circa la macchina sporca di sangue e la possibilità che i Chamberlain l’avessero lavata quella stessa notte, ribatte sicuro: “No, non li ho visti ….C’erano molte persone al campeggio in quel momento e sono sicuro che se avessero fatto qualcosa del genere sarebbero stati notati.”

 

Un’altra testimone, Judy West, si pronuncia anche lei a favore dell’ipotesi del dingo, dichiarando di aver sentito Lindy urlare “Un dingo ha preso la mia bambina!”, proprio pochi minuti dopo aver udito, distintamente nel buio, un ringhio sommesso di animale.

 

Anzi la teste giunge perfino ad affermare che una di quelle bestie si era già  spinta all’interno del campo ed aveva afferrato per un braccio sua figlia, strattonandola, fino a quando lei stessa non era dovuta intervenire in sua difesa, nonostante la bambina avesse ben dodici anni.

 

La giuria fu notevolmente impressionata.

 

Diversi testimoni non legati ai Chamberlain da alcun rapporto di parentela o di amicizia stavano dichiarando, sotto stretto giuramento, che quella sera al campeggio i dingo si aggiravano tra le tende ed avevano mostrato un atteggiamento aggressivo, mostrando un particolare interessamento nei confronti dei bambini isolati dal gruppo.

 

Altri teste invece si pronunciavano a sfavore.

 

Ann Whittaker per esempio ricordava chiaramente lo strano comportamento dei Chamberlain durante i primi terribili momenti. Secondo la sua ricostruzione quella sera, subito dopo la scomparsa della bimba, Michael Chamberlain si era affacciato alla soglia del loro camper ed aveva annunciato, in tono melodrammatico “Un dingo ha preso la nostra bambina, e a quest’ora ormai probabilmente è morta”, mentre sua moglie Lindy rincarava la dose confermando “Qualunque cosa accada, è la volontà del Signore”.

 

Successivamente a questo dialogo i due si sarebbero poi allontanati tra i cespugli scomparendo per quasi mezz’ora, il tempo sufficiente, questa volta,  per potersi disfare del corpicino.

 

Stando così le cose, l’elemento determinante diventava chiaramente la presenza di sangue neonatale nella macchina, tanto che l’accusa si spinse fino a convocare un perito perché testimoniasse che quel sangue apparteneva proprio ad Azaria e non a un’autostoppista ferita raccolta dai Chamberlain, come questi andavano sostenendo.

 

Chiamata a testimoniare, la donna cui i  Chamberlain avevano dato un passaggio, Keyth Lenehan, non fece altro che confermare come in quella circostanza lei fosse ferita e che al momento di salire al posto del passeggero stesse sanguinando copiosamente.

 

Il tentativo ossessivo dell’accusa di dimostrare a tutti i costi che il sangue era neonatale e che non poteva in alcun modo essere quello dell’autostoppista non fece che intorbidare ulteriormente le acque e dare complessivamente la sensazione che si volesse forzatamente colpevolizzare gli imputati.

 

Alcuni rappresentati della stampa giunsero anche a dichiarare che “Finora l’accusa non ha fatto altro che dimostrare che Lindy è innocente”.

 

Decisa ad ottenere a tutti i costi una condanna esemplare la pubblica accusa iniziò a chiamare a deporre una serie infinita di periti medico legali.

 

Il Dottor Andrew Scott, rinomato biologo  di Adelaide, dichiarò senza mezzi termini che il sangue rinvenuto sulla canottierina di Azaria era caduto dall’alto verso il basso, traboccando da una ferita alla gola probabilmente causata da un taglio causato a mezzo di uno strumento affilato, e non da uno squarcio slabbrato provocato dalle zanne di un animale.

 

Ma tutte queste considerazioni senza il cadavere della piccola vittima, mai rinvenuto, lasciavano comunque il tempo che trovavano.

 

Successivamente fu la volta del Professor Malcolm Chaikin, il maggior esperto di tessuti di tutta l’Australia, che dimostrò inequivocabilmente come, tagliando la tutina della bimba, si potessero produrre tanti piccoli occhielli spugnosi, simili in tutto e per tutto a quelli rinvenuti nella borsa della macchina fotografica di Michael Chamberlain.

 

Forse era lì che i due imputati avevano occultato il corpicino prima di disfarsene?

 

Ma anche in questo caso la deposizione dei Chamberlain attutì nettamente la probanza di questa prova.

 

Nessuno riuscì infatti a dimostrare che i frammenti ritrovati provenissero proprio da quella tutina  e non da un’altra simile, visto che spesso i coniugi usavano proprio quella borsa anche per riporre o trasportare gli indumenti della bimba durante le gite.

 

La 35° testimone dell’accusa fu la biologa Joy Kuhl, pronta  a presentare prove inequivocabili che il sangue ritrovato nell’autovettura degli imputati, maldestramente ripulita, appartenesse proprio a un neonato e non ad un adulto.

 

Ma i test effettuati in laboratorio erano stati fatti con campioni di sangue poi distrutto, e dunque inutilizzabile per eventuali analisi comparative o di raffronto.

 

Il perito nominato dalla difesa, Phillips, smontò dunque efficacemente anche questa testimonianza, dando ad intendere alla giuria che volendo, in laboratorio, qualsiasi campione poteva essere manipolato a dovere, fino ad ottenere i risultati desiderati.

 

Si passò poi agli etologi e agli esperti animalisti.

 

Bernard Sims, chiamato addirittura da Londra, rinomato esperto di odontologia, testimoniò che a suo avviso, confrontando circa ventiquattro diversi casi di aggressione di canidi verso gli  esseri umani, l’evento in esame non sembrava riconducibile all’attacco di un dingo, per il tipo di ferita e la disposizione degli schizzi di sangue sugli indumenti.

 

Inoltre disse anche che un dingo con la sua mandibola non avrebbe mai potuto afferrare la testa di un bambino di dieci mesi, come quella di Azaria.

 

L’esperto della difesa, Kirkham, allora esibì una foto dove un dingo teneva nelle mascelle la testa di una bambola, riproducente a grandezza naturale quella di un bambino. Le zanne dell’animale arrivavano precisamente fino ai lati della testa, da orecchio a orecchio, smontando in maniera inequivocabile quanto appena affermato dall’accusa

 

L’ultimo perito chiamato a testimoniare, James Cameron, esimio Professore di medicina forense, basandosi sulle sole macchie rinvenute sugli abiti, tentò di dimostrare come la piccola Azaria fosse stata uccisa da una ferita inferta sulla regione del collo con una lama molto affilata e non dalle zanne acuminate di un animale.

 

Il collegio della difesa si limitò a considerare come, anche in passato, la testimonianza di Cameron fosse servita solamente per far condannare persone poi dimostrate innocenti.

 

Tra battaglie di periti e contro deposizioni si arrivò alfine al momento di ascoltare la testimonianza di Lindy Chamberlain.

 

A quel punto il processo si era avviato definitivamente a diventare più una farsa che un legittimo dibattimento.

 

La donna fu costretta a contemplare le gigantografie agli ultravioletti degli abitini insanguinati indossati dalla sua creatura al momento della morte.

 

Obbligata a porre le sue mani sulle fotografie per la comparazione delle impronte, la donna rese la sua testimonianza tra le lacrime che le scendevano copiose e senza freni sul viso devastato.

 

Al momento del contraddittorio, la Chamberlain semplicemente rifiutò di considerare le domande a trabocchetto che richiedevano da lei spiegazioni di cui ella non poteva essere in possesso.

 

Tra i quesiti formulati dall’accusa spiccavano vere e proprie insinuazioni di colpevolezza goffamente mascherate da domande: “Poteva lei spiegare come mai un dingo che scuoteva un neonato sanguinante non aveva lasciato una grande quantità di sangue dentro e attorno alla tenda? Poteva forse giustificare il sangue trovato nella macchina di famiglia? Poteva rispettosamente considerare l’ipotesi che tutta la storia del dingo fosse solo mera fantasia?”

 

La risposta di Lindy Chamberlain fu, ancora una volta,  chiara ed inequivocabile.

 

“Non ho alcuna intenzione di speculare su questo”.

 

Vene poi il momento dei testimoni a discarico. La difesa chiamò i suoi testi, ascoltò i periti, coinvolse gli abitanti della zona e i villeggianti di Ayers Rock.

 

Oltre ventiquattro persone confermarono la pericolosità della zona, le frequenti incursioni dei dingo che di anno in anno andavano facendosi sempre più arditi, testimoniarono a favore dell’integrità dei coniugi Chamberlain e portarono in aula parole di stima e di cordoglio per la loro perdita.

 

I periti della controparte si dedicarono attivamente a smontare passo passo le prove di laboratorio presentate dall’accusa, giungendo perfino a dichiarare che “duecento test fatti male valgono meno di uno fatto bene”.

 

Un esperto comportamentale specializzato sulle abitudini dei dingo, Les Harris, spiegò diffusamente in aula le modalità di caccia di questi animali che, dopo aver afferrato la preda, usualmente la immobilizzano e la tramortiscono serrando le mascelle attorno al suo capo, causando un minimo spargimento di sangue.

 

Illustrò poi come i dingo, abitualmente, non divoraressero la vittima sul posto, preferendo riparare in un luogo sicuro, trasportando tra le fauci la preda già morta, uccisa per rottura dell’osso del collo ottenuto strattonandone il corpo a destra e a sinistra, mentre la testa veniva trattenura saldamente tra le mandibole.

 

L’ultima persona chiamata sul banco dei testimoni fu Michael Chamberlain.

 

Ian Barker, per l’accusa, insistette fino alla nausea sul comportamento anomalo dell’uomo nei primissimi minuti in cui si dovette constatare la scomparsa della piccola Azaria dall’interno della tenda.

 

Perché non aveva organizzato le ricerche? Perché non aveva fatto domande? Perché si era detto sicuro che la piccola fosse già morta, quando erano passati appena pochi attimi dalla sua scomparsa?

 

Un qualsiasi altro padre si sarebbe arrampicato a mani nude sull’Ayers Rock pur di ritrovare la sua bambina.

 

Forse allora, lui sapeva già che la piccola era morta, che la colpevole era sua moglie, e che la storia del dingo era semplicemente una messa in scena?

 

La domanda fu posta esplicitamente, e più di una volta.

 

Michael rispose, a bassa voce ma determinato: “No”.

 

A ulteriori riprese Barker calcò la mano, tentando di farlo crollare:“Tutta la storia è un’assurdità, e lei lo sa”.

 

Chamberlain rispose:“No, signor Barker”.

 

Tuttavia il marito di Lindy non si accalorava, rimaneva paziente ed inerte sul banco dei testimoni ripetevndo stancamente quel “no” con calma flemmatica, come se fosse emotivamente assente, quasi che quella tragedia non fosse la sua.

 

Qando si alzò, al termine della testimonianza, tornò a sedersi in aula come se nulla fosse, accanto a sua moglie, prendendole le mani e guardandola come se solo lei potesse fornire le risposte che lui non sapeva dare.

 

La requisitoria finale della difesa battè insistentemente sulla lacuna più grave della macchina accusatoria.

 

Nessuno in alcun modo era ancora riuscito a dimostrare un movente qualsiasi per quel crimine tanto efferato, non esisteva al mondo anche un solo motivo, provato  o meno che fosse, per cui Lindy avrebbe dovuto uccidere sua figlia.

 

“L’accusa ha avuto due anni e tre mesi per pensare a un motivo plausibile, e non c’è riuscita”.

 

La pubblica accusa replicò, come di prammatica, che non era quello il ruolo e tantomeno il compito del collegio accusatorio.

 

“Tutto quello che abbiamo da dire è che il delitto è avvenuto. Non c’è nemmeno la prova che il dingo sia il colpevole: come potete condannarlo su queste basi?”.

 

Il quesito, per quanto astruso,  era perfettamente logico.

 

Se non c’erano prove che potessero accusare inequivocabilmente Lindy, allo stesso modo non esistevano evidenze certe nemmeno della colpevolezza del dingo.

 

Nonostante l’enormità dei rilievi e delle perizie effettuate mancavano ancora le prove.

 

Non erano stati trovati peli animali nella tenda, mancavano tracce certe che indicassero concreti segni di trascinamento, e nessun testimone oculare aveva visto, materialmente,  un animale allontanarsi dalla tenda con un fagotto in bocca.

 

Il fatto poi che la tutina fosse stata ritrovata in condizioni relativamente buone, come se fosse stata disposta appositamente per un opportuno ritrovamento pesò forse più del dovuto sull’andamento processuale.

 

Il 28 ottobre del 1982 il giudice Muirhead tentò di fare retromarcia, e di riportare in parità i piatti della bilancia, facendo notare alla giuria che Sally Lowe aveva lucidamente dichiarato di aver sentito piangere la bambina, dentro la tenda, cosa impossibile se Azaria fosse già stata uccisa.

 

Ciò nonostante il 29 ottobre del 1982, alle ore 20.37, dopo pochissime ore di camera di consiglio, il presidente della giuria annunciò il verdetto.

 

Lindy Chamberlain era stata riconosciuta colpevole di omicidio e il marito Michael Camberlain di complicità.

 

Sabina Marchesi

Guida Giallo Noir 

 

 Prosegue con  … La Dea Bendata ….

 

 

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