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Ak 47 di Daniele Scattina

Al Teatro Colosseo di Roma la Compagnia delle Ombre ha validamente rappresentato uno spettacolo lacerante, estremo e doloroso, come la tragedia che racconta, la guerra serbo-croata. Una buona occasione per riflettere sul dolore, sull’insensatezza di tutte le guerre e soprattutto sul dramma dei protagonisti, vittime e sopravvissuti, ma anche carnefici, tutti ugualmente trascinati in un gioco sempre più grande di loro.

L’Ak 47 è un fucile mitragliatore, progettato appunto nel 1947, da Mikhail Timofeevich Kalashnikov, sottufficiale dell’esercito russo. Attorno a quest’arma, meglio nota come Khalasnikov, i russi hanno orchestrato una suggestiva leggenda, a scopo puramente demagogico. Stando alla leggenda, il sergente dei carristi Kalashnikov, gravemente ferito nel corso della seconda guerra mondiale, avrebbe passato le lunghe giornate nel letto d’ospedale concentrato a riflettere sulla costruzione di un’arma che potesse garantire alla madre patria un’adeguata supremazia negli armamenti contro i suoi acerrimi nemici, realizzando così un fucile mitragliatore a corto raggio d’azione, precisissimo e micidiale. Secondo la Cia, com’è logico, questa non sarebbe altro che abile propaganda sovietica, appositamente montata per sfruttare il nome di un eroe di guerra con il solo scopo di ammantare di idealismo la fabbrica e la propagazione di una delle armi più micidiali del nostro secolo.

Fatto sta che comunque oggi si può affermare, senza tema di smentite, che l’Ak 47 sia adottato come arma di ordinanza da non meno di 50 eserciti regolari e che ne siano stati prodotti più di 100 milioni di esemplari, attualmente impiegati nel corso di guerre civili, ribellioni e azioni terroristiche, in ogni parte del mondo.

Ed è proprio pensando a quest’arma che Daniele Scattina ha scelto il titolo di una rappresentazione senz’altro attuale, senz’altro dolorosa, sicuramente fortissima, ma comunque capace di risvegliare nello spettatore echi di una coscienza sociale ed etica che non sempre è addormentata, come si vorrebbe che fosse. La guerra serbo-croata, come qualsiasi altra guerra, non ha avuto vincitori né vinti, così come non ha avuto solo vittime e solo carnefici. Da qualsiasi parte della barricata si voglia guardare, da qualsiasi lato si voglia considerare la cosa, è stata una guerra che ha stravolto un mondo, un intero mondo, ed ha lasciato dietro di sé solo dolore, morte, macerie e distruzione.

Non ci sono vinti e non ci sono vincitori, così come non ci sono colpevoli e innocenti. Contadini e donne, bambini e ragazzi hanno alzato le armi contro i loro simili, i fratelli hanno combattuto contro i fratelli, ognuno, alla fine, è diventato nemico del proprio sangue, e il sangue versato, per tutti, ha assunto fatalmente la medesima sfumatura di colore, il colore della vergogna, del dolore e del pianto.

Era certo difficile rappresentare un’intera guerra nello spazio angusto di un teatro, con solo quattro attori, nessun effetto speciale e in carenza totale di scenografie, ma la sfida del regista Daniele Scattina, che è anche autore del testo, aiutata dalla valenza degli attori, tutti magnifici, e della colonna sonora a firma di Gianluca Attanasio, hanno compiuto, ancora una volta, il magico incanto di uno spettacolo innovativo e vigoroso, veramente difficile da dimenticare.

Gli attori palpitano a scena aperta, urlano e piangono, scagliano contro lo spettatore la loro rabbia e il loro dolore, rievocano tra memori e ricordi i retroscena di una guerra dove tutti hanno perduto, ogni misero dettaglio viene illuminato dal riflettore della memoria senza remore e timori, senza distorsioni e filtri si fruga impietosamente nelle pieghe di una lotta sanguinosa, ognuno racconta la sua storia a modo suo, e sono storie che fanno male, perché per nessuno deve essere possibile dimenticare.

Singolare bravura degli attori, che con scarsissimi mezzi a loro disposizione hanno puntato tutto sull’intensità drammatica di una recitazione molto sopra le righe, enfatizzata da un uso sapiente dei colori e dei suoni, e, fatto nuovo in teatro, anche degli odori. Quando una delle protagoniste piange sopra la sua verginità, drammaticamente perduta in uno stupro collettivo di guerra, il mazzo di fiori che ella prima stringe al petto, e poi getta al suolo sparpagliandoli, così come si è sparpagliata la sua vita intera, ha il sapore inconfondibile della verità. Perché sono fiori veri, che hanno un loro particolare odore, che arriva fino alle ultime file della platea, così come è vero il dolore che si percepisce, perché la bravura di un attore deve essere questa, di vivere le emozioni e non di riprodurle staticamente.

E di statico in questo spettacolo non c’è niente, il dolore di Anika Schluderbacher è autentico, così come sono autentiche le drammatiche scene dello stupro, interpretate da una splendida Milena Mancini e da un superbo Daniele Scattina, per non parlare del magistrale monologo di Marco Di Campli San Vito, che ci riporta con convincente maestria un punto di vista rigorosamente inedito di una guerra inutile e incomprensibile, come del resto lo sono tutte le guerre.

Perché la realtà di questa narrazione, come risulta chiaro dalla vigorosità dei testi, ideati da Daniele Scattina e da Claudio De Santis, è proprio questa, esistono guerre dove non si sa chi sia il nemico, dove si spara perché sparano tutti, dove si assassina prima di essere assassinati, dove da vittime si diventa, a volte, carnefici, solo per poter sopravvivere. E quando, alla fine di tutto, si raccolgono i pezzi e si contano i cadaveri, alle domande di chi interviene per riportare in auge lo status quo, si può solo rispondere, stentatamente” …non lo so…”.

Chi era l’attaccante e chi l’attaccato, chi era la vittima e chi il soldato, chi è alla fine il vinto e chi il vincitore? Per dirla con le parole testuali di Ak 47 “…volete sapere chi ha sparato? io al massimo posso dirvi chi è sparito…

Si esce da questa rappresentazione con l’animo in subbuglio, difficile rimanere indifferenti, difficile non porsi domande, impossibile non ripensare alla triste e dolorosa umanità dell’ultimo monologo di Daniele Scattina, ultimo superstite di un battaglione disperso “…mi hanno detto, vai, vai tu, che conosci la strada, qualcuno alla fine deve pur tornare…”.

E si resta invece con la dolorosa impressione che a questo mondo, ancora, esistono inferni da cui nessuno invece è mai tornato.

Sabina Marchesi

Guida Giallo Noir di SuperEva