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Papa Luciani, Il Mistero della Morte

Nella lista dei pontificati più brevi, Papa Albino Lucani occupa l’undicesima posizione, morto il 33° giorno dopo la sua elezione, Papa Giovanni Paolo I occupò il Soglio Pontificio per il periodo compreso tra il 26 Agosto del 1978 al 28 Settembre dello stesso anno. e

Papa Luciani, Il Mistero della Morte

Questi sono  i dieci pontificati più brevi nella Storia della Chiesa Cattolica:

1.                             Papa Urbano VII (15 settembre - 27 settembre 1590): 13 giorni

2.                             Papa Bonifacio VI (aprile 896): 16 giorni

3.                             Papa Celestino IV (25 ottobre - 10 novembre 1241): 17 giorni

4.                             Papa Sisinnio (15 gennaio - 4 febbraio 708): 21 giorni

5.                             Papa Teodoro II (dicembre 897): 21 giorni

6.                             Papa Marcello II (10 aprile - 1 maggio 1555): 22 giorni

7.                             Papa Damaso II (17 luglio - 9 agosto 1048): 24 giorni

8.                             Papa Pio III (22 settembre - 18 ottobre 1503): 27 giorni

9.                             Papa Leone XI (1 aprile - 27 aprile 1605): 27 giorni

10.                         Papa Benedetto V (22 maggio - 23 giugno 964): 33 giorni

Papa Albino Lucani occupa l’undicesima posizione, morto il 33° giorno dopo la sua elezione, Papa Giovanni Paolo I occupò il Soglio Pontificio per il periodo compreso tra il 26 Agosto del 1978 al 28 Settembre dello stesso anno.

Per contro, nella lista dei pontificati più lunghi, troviamo invece il suo successore, Papa Giovanni Paolo II, al secolo Carol Wojtyla, che occupa in assoluto la seconda posizione con i suoi 26 anni di pontificato, non contando San Pietro che fu il patriarca di questa lunga serie di illuminati pontefici con un regno lungo circa 35 anni.

Papa Giovanni Paolo I, al secolo Albino Lucani, nato a Canale d’Agordo, Provincia di Belluno, il 17 ottobre del 1912 e morto nella Città del Vaticano, il 28 settembre del 1978, riposa oggi nella Basilica di San Pietro e fu il 263° Papa della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, subentrato il 26 agosto 1978 a Papa Paolo VI.

 

1.                       San Pietro (dal 30 al 64/67): 34 o 37 anni (vedi note su San Pietro qui sotto)

2.                       Papa Pio IX (dal 1846 al 1878): 31 anni, 7 mesi e 23 giorni (11.560 giorni)

3.                       Papa Giovanni Paolo II (dal 1978 al 2005): 26 anni, 5 mesi e 17 giorni (9.665 giorni)

4.                       Papa Leone XIII (dal 1878 al 1903): 25 anni, 4 mesi e 29 giorni (9.280 giorni)

5.                       Papa Pio VI (dal 1775 al 1799): 24 anni, 6 mesi e 14 giorni (8.962 giorni)

6.                       Papa Adriano I (dal 772 al 795): 23 anni, 10 mesi e 25 giorni (8.738 giorni)

7.                       Papa Pio VII (dal 1800 al 1823): 23 anni, 5 mesi e 6 giorni (8.559)

8.                       Papa Alessandro III (dal 1159 al 1181): 21 anni, 11 mesi, e 2 giorni (8.001 giorni)

9.                       Papa Silvestro I (dal 314 al 335): 21 anni e 11 mesi

10.                   Papa Leone I (dal 440 al 461): 21 anni e 1 mese

11.                   Papa Urbano VIII (dal 1623 al 1644): 20 anni, 11 mesi e 23 giorni (7.663 giorni)

Il suo pontificato dunque fu tra i più brevi nella Storia, ma non fu certo la brevità a sollevare concreti interrogativi sulla sua morte inaspettata quanto piuttosto certi fatti mai spiegati e stranamente correlati proprio con le azioni, decisive, che il nuovo Papa aveva intenzione di intraprendere.

Non fu certo il primo Papa ad andare in contro a un decesso improvviso, tra i precedenti ad esempio si potrebbe annotare Papa Stefano II che morì di apoplessia tre giorni appena dopo la sua elezione, il 26 Marzo del 752, in maniera tanto inaspettata da essere subito sostituito, tanto che il suo nome non viene nemmeno citato nelle liste abituali dei Pontefici del Soglio di San Pietro.

Ma fu invece in assoluto il primo caso in cui la stampa, l’opinione pubblica e la gente comune osarono sollevare dei consistenti interrogativi sulla legittimità di una morte tanto improvvisa quanto oscura.

Per comprendere appieno però quello che accade, o quello che si può supporre sia accaduto, occorre identificare esattamente cosa significò per la Chiesa, nel 1978, l’elezione di Papa Albino Lucani.

Frutto di una opportuna mediazione tra i due fronti che candidavano, rispettivamente, l’Arcivescovo di Genova Cardinal Giuseppe Siri, esponente del partito più conservativo della Curia, e l’Arcivescovo di Firenze, Cardinale Giovanni Benelli, sostenuto dalla parte che abbracciava incondizionatamente le riforme del Concilio Vaticano Secondo, fortemente voluto da Papa Montini, l’elezione di Albino Lucani rappresentò una valida soluzione conciliativa, conseguita dopo appena quattro votazioni in uno dei conclavi più rapidi della storia.

Ma, come tutte le soluzioni conciliative, inevitabilmente, il suo avvento venne in qualche modo a turbare un fragile equilibrio tra alternanze di forze opposte che da secoli operavano, indisturbate, all’interno della Chiesa di San Pietro.

Per questo motivo la tanto opportuna morte di Papa Lucani, imputabile ufficialmente a cause naturali, fu da molti interpretata come un delitto politico.

Va da sé, naturalmente, che un eventuale speculazione sulle cause, naturali o meno, della morte di Papa Giovanni Paolo I, nel 1978, esula da ogni risultato od attuazione allo stato pratico, essendo lo Stato del Vaticano uno Stato Politico autonomo a tutti gli effetti e completamente svincolato dalle leggi e dalle normative attualmente vigenti sul territorio italiano.

Non potendo dunque disporre dei consueti mezzi investigativi, accertamenti, esami autoptici, ispezioni sul luogo della morte, sopralluoghi, testimonianze o perizie, risulta a tutti gli effetti piuttosto utopistico tentare di indagare in qualche modo al solo scopo di appurare oggi, a distanza di 27 anni, come si svolsero i fatti.

Ma vale comunque la pena di parlarne, se non altro per preservare la memoria di un uomo santo e giusto che in ogni caso non meritava di morire in quel modo.

Già il fatto che, a poca distanza dalla morte, i mass media e l’opinione pubblica osassero non solo parlare di un mistero sulla morte del Papa, ma giungessero anche, apertamente, a levare il dito contro un’istituzione considerata fino ad allora intoccabile e sacra come quella del Vaticano, la dice lunga su quelle che furono le reazioni dell’epoca a questo lutto improvviso che colpiva la Santa Sede e che vedeva, così inopinatamente vicine, una cerimonia funebre succedersi ai festeggiamenti di poco tempo prima per l’insediamento di un nuovo Papa sul Soglio Pontificio.

Il giornalista statunitense David Yallop, a pochi anni dalla morte, pubblicò un libro scandaloso e provocatorio, In Nome di Dio, che per la prima volta ipotizzava un coinvolgimento molto vicino al Vaticano nell’improvvisa morte di Albino Luciani, il cui decesso, secondo questa teoria sarebbe stato riconducibile all’azione di un veleno simile alla Digitale in grado di agire a livello cardiaco, visto che la diagnosi “ufficiale” della morte fu appunto “improvviso infarto del miocardio”.

Va rilevato tuttavia che NON esistono al momento prove certe di un’eventuale delitto o di un avvelenamento, mentre sono stati per contro identificati tutta una serie di possibili moventi,  a onor del vero più che sufficienti per giustificare un omicidio da parte di coloro che andavano sentendosi ogni giorno che passava pesantemente  minacciati dalla scomoda presenza di un Papa sempre più intenzionato ad operare profonde e radicali riforme all’interno della Chiesa, della Santa Sede e del Vaticano.

Benché numerosi autori e giornalisti si siano variamente cimentati nel compito di appurare la verità, non è stato tuttavia possibile dimostrare concretamente alcunché, vista anche la scarsa reperibilità di prove certe e testimonianze attendibili.

Occorre anche considerare il fatto che, qualora fosse provata o solo ragionevolmente ipotizzabile l’attuazione di un crimine all’interno della Santa Sede, non sarebbe assolutamente possibile presumere alcun tipo di ammissione da parte di un istituzione tanto sacra e venerabile che, dopotutto, dopo cinquemila anni, deve ancora giustificare adeguatamente barbare efferatezze compiute nel nome della fede, come le stragi e gli eccidi della Santa Inquisizione.

Risulta quindi lampante che, in definitiva, quelle che possiamo esporre sono semplicemente pure speculazioni ed ipotesi, destinate a rimanere, allo stato dei fatti, un puro esercizio intellettivo, e niente di più.

Tra le testimonianze più importanti sulle condizioni di salute di Albino Luciani possiamo annoverare sicuramente Don Diego Lorenzi, che era già segretario di Papa Giovanni Paolo I quando questi rivestiva ancora il ruolo di Patriarca di Venezia, e che aveva vissuto fianco a fianco con lui negli ultimi due anni, dal 1976 a 1978.

Da lui sappiamo che proprio all’inizio del mese di Agosto del 1978, il Patriarca di Venezia, su consiglio del medico, si era recato per una breve vacanza al Lido di Venezia, a causa di un fastidioso gonfiore ai piedi, che era indubitabilmente sintomo di una cattiva circolazione sanguigna.

Ma da qui a ipotizzare una malattia cardiocircolatoria o peggio, una vera patologia cardiaca, ce ne corre.

Eppure, sempre dalle stesse parole del Segretario Lorenzi, sappiamo che durante la cena di quel 28 Settembre, anche stando alle testimonianze delle altre persone presenti, il Papa accusò a più riprese un malore che, da come viene descritto, potrebbe facilmente essere riconducibile a un avvisaglia di un prossimo infarto.

Anzi, sempre secondo le dichiarazioni riportate, sembrerebbe addirittura che il malore fosse stato così forte da allarmare i presenti al punto da consigliare vivamente l’intervento di un medico, che però Albino Luciani rifiutò categoricamente.

Sembrerebbe tutto perfettamente plausibile, la stanchezza eccessiva, un malore improvviso, diversi allarmi non presi in considerazione, il peso delle nuove responsabilità, la grave preoccupazione per le decisioni che aveva intenzioni di attuare e le riforme radicali che aveva in animo di intraprendere.

Tutti elementi che, in effetti, basterebbero da soli a giustificare ampiamente una morte, come quella diagnosticata, per “infarto del miocardio”.

Ma come mai, allora, Albino Luciani, che era forse un uomo indipendente e caparbio, ma non certo un irresponsabile, non pensò minimamente di parlare di questo suo improvviso malessere con il medico curante, quello che lo seguiva fin dai tempi di Venezia, quando questi telefonò per salutarlo quella stessa sera che ne precedette la morte?

E per quale motivo Suor Vincenza, che si occupava personalmente delle necessità del Papa, non ne fece parola nemmeno lei, quando prese la telefonata e la passò al Pontefice?

Sapendo che dall’altra parte c’era il medico personale di Albino Luciani, ed essendo al corrente di un malore tanto allarmante, sarebbe stato naturale accennarlo al medico, o comunque metterlo sull’avviso perché indagasse e chiedesse a Sua Eminenza, forse schivo per natura, come stesse di salute.

Chiunque di noi, certo, l’avrebbe fatto, e più di tutti una religiosa, che dopotutto era addetta personalmente alle cure e alla vigilanza sul benessere del Papa.

E poi, ancora, va valutato che Albino Luciani, presso lo Stato del Vaticano, era ancora un perfetto sconosciuto, non aveva ancora avuto il tempo di allestire un entourage e coloro che gli erano stati affiancati non avevano avuto né tempo né modo di arrivare a conoscerlo.

Difficile che un medico “ufficiale” del Vaticano senza averlo mai visto o visitato prima, e senza compiere alcuna autopsia, abbia potuto redarre un certificato di morte tanto circostanziato, soprattutto poi quando le condizioni in cui fu ritrovato il Pontefice non sembravano proprio compatibili con un infarto fulminante.

Un infarto, come sanno tutti coloro che ci sono passati, è caratterizzato da un dolore lancinante, una fitta al petto che induce i soggetti colpiti a tentare di chiedere soccorso, mentre Albino Luciani fu ritrovato placidamente disteso sul suo letto, un libro o degli appunti ancora in mano, le coperte distese, il letto in ordine, la luce accesa, il comodino intatto, non si protese verso il telefono, non gridò, non cercò aiuto, non aveva sul viso nessuna traccia di un dolore lancinante.

Come se si fosse addormentato mentre leggeva e da lì fosse passato, in quieto silenzio e senza disturbare, direttamente dal sonno alla morte.

E una fine così, sicuramente, sarebbe anche stata in linea con la sua indole modesta e riservata, ma la domanda che ci dobbiamo porre, piuttosto, è, cosa indusse questa morte così tranquilla, cosa lo condusse prematuramente alla fine, se non una dose eccessiva di medicinali assolutamente non indicati per il suo stato di salute?

Perché l’ipotesi sollevata da più parti è infatti questa, che le sue medicine abituali fossero state sostituite, ed ora vedremo da chi, per indurre il suo fisico a un cedimento rapido, improvviso, sicuro e soprattutto indolore, perché non avesse modo né di gridare, né di chiedere aiuto, né di presentire in alcun modo il pericolo.

In questo caso, le tanto opportune fitte avvertite dal Papa nella serata precedente sarebbero, di fatto, solo un comodo alibi approntato in fretta e furia per sostenere ancor più validamente l’ipotesi di un infarto.

Contro questa “comoda” teoria della morte per infarto spiccano chiaramenti i fatti, insindacabili.

Nè il Papa né Suor Vincenza parlarono al medico curante di questi “supposti” malesseri durante la telefonata che si svolse quella stessa sera, e infine, il medico curante, che lo conosceva personalmente, dopo anni che assisteva Albino Luciani, dichiarò che non gli risultava alcun tipo di patologia a livello cardiaco.

Visto che lo aveva in cura da anni, se questa malattia fosse stata presente avrebbe ben dovuto saperlo, dato che fu proprio lui a consigliarli due settimane di mare per quel gonfiore circolatorio, che fu opportunamente seguito da tutta una serie di accertamenti che non rivelarono alcun tipo di affezione cardiaca.

Di cosa morì dunque allora il Papa?

Era certamente stanco, forse sovraccarico di lavoro e sicuramente preda della tensione,  ma altrettanto certamente non era malato né tantomeno sofferente di cuore.

E allora?

E allora a qualcuno evidentemente Albino Luciani, anche in soli 33 giorni di Pontificato, doveva esser sembrato un Papa assai scomodo, uno difficile da contenere, impossibile da controllare, ma forse facile da abbattere.

I primi commenti alla morte, per tutti improvvisa, del novello Papa Giovanni Paolo I, sono illuminanti.

Una dose eccessiva di calmanti ha ucciso il papa“, disse il segretario di Giovanni Paolo I. “L’hanno ammazzato perché voleva cambiare le cose“, dichiarò una stretta parente. “Infarto del miocardio“, fu l’annuncio ufficiale del Vaticano alla stampa mondiale.

 

In ciascuna di queste affermazioni c’era una parte di verità.

 

Come la storia insegna quando un evento, pur se inaspettato, solleva fin da subito dubbi e interrogativi, quando in molti si punta il dito contro qualcuno, quando il sospetto si moltiplica nelle menti prima ancora che si abbia il tempo e il modo di influenzare mediaticamente l’opinione pubblica, questo significa una cosa sola.

 

Che occorre fare chiarezza e subito, perché qualcosa che non va ci dev’essere davvero.

 

E la morte di Albino Luciani avvenuta nella notte tra il 28 e il 29 settembre del 1978, trentatré giorni dopo la sua elezione, fin dal primo momento ha destato molti dubbi e sospetti.

 

Una delle prime cose che salta all’occhio è la discordanza delle testimonianze degli assistenti presenti all’ultima serata del Papa circa il verificarsi dei presunti malesseri.

 

Tutti sono concordi nel dichiarare che questi malesseri ci furono, ma li collocano ciascuno con tempi e modalità diverse in un arco spazio temporale che non corrisponde.

Ma fin qui potrebbe essere ancora tutto normale, è cosa nota infatti che l’inattendibilità dei testimoni può spesso trarre in equivoco circa la reale dinamica degli eventi.

 

Distorcendo i fatti con il ricordo, o sovrapponendo diversi episodi non consequenziali, anche se in perfetta buonafede, i testi potrebbero giungere fino ad alterare la verità.

 

Trattandosi poi, come in questo caso, di testimonianze rese in periodi diversi, anche a molti anni di distanza dai fatti, questo dubbio potrebbe trovare ancor maggiore giustificazione.

 

Don Diego Lorenzi, il Segretario John Magee, Suor Vincenza e le altre religiose addette al servizio personale del Papa, sarebbero stati tutti testimoni, se pur in tempi e modi diversi, e con memorie che proprio non collimano, di numerosi malesseri avvertiti dal Papa la sera che precedette la sua morte.

 

Ma, volendo dare per buona questa versione dei fatti ed avvallare come definitivamente certo che questi malesseri, davvero, ci furono, allora viene da porsi un solo, grande, interrogativo.

 

Come mai cinque o più persone tuttte quante adulte e vaccinate, di una certa età e di provata esperienza, addette personalmente al benessere del Sommo Pontefice, decisero di ignorare, non una esclusa, questi allarmi, e non ritennero opportuno segnalare la cosa al suo medico ufficiale lì al Vaticano, o al limite, al suo medico curante personale che lo chiamò al telefono proprio quella sera?

 

Loro dissero che il Papa glielo aveva proibito, ma ancora con l’utilizzo di quella che in gergo giuridico viene chiamata “la normale diligenza di un Pater Familias”, ossia con il comune buon senso, chiunque di noi al loro posto, vedendo, se davvero l’hanno visto come sostengono, Sua Santità piegarsi in due per il dolore e impallidire vistosamente, qualcosa avrebbe fatto, in barba a qualsiasi prescrizione, ritrosia o divieto del diretto interessato.

 

Sabina Marchesi