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Papa Luciani, L’Ipotesi del Complotto

Ma chi, in definitiva, aveva interesse ad eliminare dalla scena un Papa diventato troppo scomodo, e che aveva tutte le intenzioni di effettuare in Vaticano una rigorosa pulizia?

 

 

 

 

Quando, il 26 Agosto del 1978, viene eletto Papa Albino Luciani, Patriarca di Venezia, diverse persone in Vaticano accolsero la notizia con malcelato dispiacere all’inizio, e con viva preoccupazione in seguito.

 

E non si trattava di aspiranti candidati al ruolo di Pontefice che erano stati delusi dalla sceta del Conclave, ma di qualcuno, che nell’ombra, fino all’ultimo istante, aveva caldeggiato caldamente la nomina del Cardinal Giuseppe Siri, Arcivescovo di Genova.

 

Ben presto si delinea, all’interno delle diverse candidature, un preciso progetto per assicurarsi la continuità e la prosecuzione di certi loschi giochi di potere che da sempre avvenivano all’interno del Vaticano tra lo IOR, l’Istituto per le Opere Religios, e alcune potenti istituti bancari, esterni alla Santa Sede, ma pesantemente in grado di influire sul suo ordinamento interno politico ed economico.

 

Quella che avrebbe dovuto essere in definitiva una pia istituzione benefica negli ultimi anni si era andata trasformando in un’organizzazione economica ben definita, dotata dei più ampi poteri, e in grado di controllare flussi di denaro liquido costantemente in aumento.

 

A capo dello IOR, Monsignor Marcinkus, che ben conoscendo di che stoffa era fatto Albino Luciani, preconizzò, fin dal primo momento della sua elezione, che con quel nuovo Papa le cose per loro sarebbe cambiate, e molto pesantemente.

 

Un Papa che predicava la povertà, che inneggiava alla rinuncia di tutte le ricchezze superflue da parte della Chiesa, che voleva improntare il Vaticano agli antichi ideali di carità cristiana ed umiltà terrena, perché riteneva che la Chiesa fosse la Casa di Cristo e dei suoi fedeli e che come tale dovesse essere spoglia e totalmente priva di ricchezze ed orpelli, e credeva, giustamente, che troppo benessere potesse distogliere gli ecclesiastici dalla fedele esecuzione dei loro sacri doveri.

 

Un tipo di cattolicesimo forse primitivo, arcaico, ma decisamente improntato ai parametri della Bibbia e del Vangelo, in perfetta armonia con le sacre scritture e con l’esempio stesso di Gesù e della sua Chiesa.

 

Su due punti in particolare Albino Luciani, anche da Patriarca, era sempre stato fermo e irremovibile, l’iscrizione degli ecclesiastici alla massoneria e l’utilizzo del denaro vaticano che lo IOR utilizzava come se fosse, né più né meno, una qualunque Banca Privata.

Proprio nel momento in cui Luciani era prescelto come Papa, venivano dati alle stampe gli elenchi degli ecclesiastici ufficialmente iscritti alla Massoneria, la maggior parte dei quali appartenevano alla Santa Sede.

 

Tra questi nomi spiccavano quelli di Jean Villot, Segretario di Stato, Agostino Casaroli, Capo del Ministero Affari Esteri del Vaticano, Paul Marcinkus, Presidente dello IOR, Don Virgilio Levi, Vicedirettore de L’Osservatore Romano, e Roberto Tucci, il Direttore della Radio Vaticana.

Presto qualcuno, all’interno della Curia, cominciò insistentemente a far circolare delle voci sull’inadeguatezza di Albino Luciani a ricoprire l’incarico di Pontefice.

 

Si parlò della sua straordinaria semplicità, della sua eccessiva purezza di cuore, del suo  idealismo troppo spirituale, come di peculiarità che lo rendevano certo un Uomo Santo, ma decisamente un ecclesiastico inadatto a comprendere le immense complessità dell’apparato che era stato chiamato a governare.

 

In questo modo si intendeva minare alla base la sua stessa credibilità come sommo Pontefice, e preparare il terreno per la farsa successiva, che avrebbe dovuto sostenere davanti agli occhi attoniti del mondo che Albino Luciani era morto alfine perché accusava troppo il peso del suo incarico che, in qualche modo, non si sentiva in grado di affrontare.

 

Ma il complotto, se di complotto si trattò, benchè ottenesse lo scopo primario, cioè l’eliminazione di un Pontefice troppo scomodo per gli occulti giochi di potere all’interno dello Stato Vaticano, fallì miseramente nell’intento secondario, quello di far passare sotto silenzio la sua morte.

 

La tesi infatti dell’inadeguatezza “politica” di un uomo che anche agli occhi della gente appariva sempre tanto semplice, sarebbe anche potuta passare, se non fosse stato per le incredibili titubanze del Vaticano ad offrire spiegazioni convincenti, dichiarazioni ufficiali, dati, orari e particolari sulla morte.

 

Mentre tutto, lentamente, andava avvolgendosi nel mistero, qualcuno cominciò a ricordare che dai discorsi del Papa, tutto sommato, questo nuovo Pontefice era tuttavia apparso come un piccolo uomo combattivo, semplice finchè si vuole, ma certo ben determinato ad andare fino in fondo per proteggere e difendere quello in cui credeva fermamente e che era lo scopo ultimo di tutta la sua vita, la Santità della Chiesa.

 

Emergeva dai ricordi, ancora piuttosto recenti, una figura che mal si conciliava con l’ipotesi di una pietosa inadeguatezza.

 

Le numerose discrepanze delle spiegazioni “ufficialmente” offerte dal Vaticano contribuirono sempre di più a confondere le acque, sollevando dubbi e interrogativi che, ancora oggi, a 27 anni di distanza, non sono stati risolti.

 

All’inizio ad esempio fu detto che Luciani era stato trovato morto nel suo letto, mentre ancora stringeva in mano un libro, il cui titolo era “L’imitazione di Cristo”, successivamente il libro si trasformò in un discorso da tenere al consesso dei Padri Gesuiti, poi in un fascicolo di appunti personali, poi nella lista delle prossime nomine che il Papa intendeva divulgare il giorno successivo.

 

Nei primi comunicati l’ora del decesso era stata fissata alle 23.00, poi era stato detto che il corpo senza vita era stato rinvenuto verso le 4.00 da qualcuno che passando per i corridoi aveva notato la luce ancora accesa nella camera del Pontefice, infine l’ultima versione spostava l’orario ulteriormente alle 5.00 del mattino, con Suor Vincenza che portando il caffè al Papa lo aveva rinvenuto senza vita.

 

Troppe contraddizioni, troppe versioni diverse, troppi comunicati discordanti per non ipotizzare qualcosa di sospetto.

 

La situazione divenne talmente tesa, tra comunicati ufficiali, variazioni e smentite, che presto ci fu anche qualcuno che prospettò la necessità, discretamente, di eseguire almeno un’autopsia, che però, anche se fu effettuata, non fu mai resa pubblica e della quale non vennero mai divulgati i risultati.

 

E a questo punto si apre ancora un doppio interrogativo.

 

Davanti a tanti dubbi, al cospetto dell’opinione pubblica in fermento, con i giornali che titolavano a chiare lettere insinuando il dubbio sulla morte “naturale” del Papa, perché alfine il Vaticano, se davvero non c’era niente di sospetto, non avrebbe dovuto avvallare un’esame autoptico per chiarire definitivamente le cause del decesso?

 

Era chiaro che se non lo faceva è perché per gli “addetti ai lavori”, per coloro che erano ufficialmente incaricati di fare chiarezza, era lampante che un esame autoptico sarebbe stato rovinoso.

 

E se invece, in totale buonafede, qualcuno, in Vaticano, avesse autorizzato l’autopsia, come mai i referti non sarebbero stati resi noti?  Era forse emerso qualche particolare a sostegno della “non naturalità” di quella morte così inaspettata?

 

Al di là dunque della tesi del complotto sostenuta dallo scrittore Yallop, che addirittura giunge a coinvolgere sei persone, secondo lui tutte implicabili nella morte, è chiaro che ancora oggi, come ventisette anni fa, nessuno sa ancora spiegarsi un decesso così improvviso e a tutti gli effetti decisamente innaturale.

 

Che poi, come sostiene Yallop, vi fossero invischiati addirittura nomi altisonanti, come Jean Villot, il Segretario di Stato, John Cody, il Cardinale di Chicago, Marcinkus, il Presidente dello IOR, Michele Sindona e Roberto Calvi, Banchieri, e perfino Licio Gelli, il Venerabile Maestro della Loggia P2, è ancora, ovviamente tutto da dimostrare.

 

Benchè dunque nella tesi esposta da Yallop si abbia comunque la sensazione di avere a che fare con teorie fanta politiche, e con fatti a volte accuratamente distorti pur di dimostrare una determinata tesi, è chiaro che questo libro ha avuto comunque il merito, indiscusso, di attirare l’attenzione su tutta una serie di particolari, anche di minore importanza, che non furono, di fatto, mai spiegati ufficialmente.

 

Perché furono sottratti dalla camera da letto del Papa alcuni suoi oggetti strettamente personali?

 

Perché non fu mai chiaro quali testi, appunti, o fascicoli stesse sfogliando prima di assopirsi, proprio un attimo prima di scivolare nel sonno e poi nella morte?

 

Perché mancavano le sue pantofole, i suoi occhiali, senza i quali chiaramente non avrebbe potuto leggere, alcuni appunti e il flacone del suo medicinale Efortil?

 

Perché la prima alta autorità ad entrare in quella stanza, il primo che Suor Vincenza andò a chiamare, fu casualmente tra tanti proprio Jean Villot, il nome in cima alla lista degli alti ecclesiastici aderenti alla Massoneria?

 

A tutto questo non c’è mai stata risposta, e probabilmente non ci sarà.

 

Se davvero le menti occulte che hanno progettato questo crimine in seno a una delle organizzazioni più potenti del mondo figurano in quella lista di nomi eclatanti approntata da Yallop, allora possiamo stare sicuri che la verità, alla fine, non sarà mai rivelata.

 

Tutto quello che possiamo fare è ricordare un uomo buono, un grandissimo Papa, che è rimasto tra noi forse per troppo poco tempo, e che ancora vive nel cuore della gente e nella memoria di tutti coloro che l’hanno conosciuto.

 

Lo lasciamo con le parole di quelli che lo ricordano con un misto di devozione e affetto.

“…egli è persona schietta, buona e profonda, una persona umanissima, conquistatrice delle anime, specialmente giovanili.”

Dirò ancora che egli ama ascoltare gli altri con attenzione cordiale e anche sorridendo; non col sorriso dell’ironia che raggela, ma con quello della comprensione di chi sa imparare dall’altro, con l’affetto di chi vuole bene e desidera incoraggiare. Il suo sorriso non nasce mai dai limiti delle persone, ma dai limiti delle cose e dei fatti umani”

“Il nuovo Papa è un uomo colto, assai più di quanto lascia scorgere. Il suo magazzino è incomparabilmente più fornito della sua vetrina.”

“Ma si sa che il card. Luciani, per indole è un uomo retrattile, e a furia di tirarsi da parte è finito sulla cattedra di Pietro. A questo Papa dal breve Conclave, fino a ieri quasi ignoto al mondo, è bastato un soffio per conquistarsi il cuore degli uomini. I sapienti rimangono stupiti. I semplici ne godono.”

“Quando parla non pesca le parole dai molti libri che ha studiato o che ha letto, le prende calde e chiare dal cuore e le lancia ai cuori. Dall’origine quelle parole non sbagliano il bersaglio… Mi sembra che il fascino di questa augusta e mite persona viene dal morso della povertà”.

“E’ passato come un fanciullo: ilare, scanzonato, un po’ sbarazzino…”.

 

“Ha portato nella Chiesa il sorriso aperto della bontà, la spontanea cordialità popolare, l’umiltà della saggezza e, oserei dire, il volto indifeso dell’innocenza. Così lo ricorderemo con il rimpianto di qualche cosa: che ci è stato sottratto anzitempo, ancora intatto di promesse e di futuro. Come un fanciullo.”

 

Possiamo solo dire che pochi uomini sono passati nella Storia con una tale velocità riuscendo nel contempo a seminare e a raccogliere tanto nel loro se pur breve cammino, se mai è esistito un raro esempio di spiritualità e di carità cristiana, questo è stato Albino Luciani tanto che ancora oggi, a ventisette anni di distanza, le parole che annunciavano la sua venuta ancora riscaldano i nostri cuori.

 

Il 26 Agosto del 1978, sulla folla festante in Piazza San Pietro, risuonava altisonante il commovente annuncio del cardinale Felici: «Habemus Papam, Albinum Cardinalem Luciani», il Patriarca di Venezia, bellunese.

Il 28 Settembre, nella sua camera al Vaticano, Albino Luciani,  il Papa del Sorriso, “colui che sapeva spezzare in briciole le verità della fede e farle penetrare nel cuore della gente”, lasciava il nostro mondo, per entrare, definitivamente nell’aura della santità e del mito.

Sabina Marchesi