
Se qualcuno mi avesse detto che un giorno sarei stato Papa, avrei studiato di più.
Ma fu anche un Papa anacronistico, raro, controcorrente, coraggioso e rivoluzionario.
Uno capace di andare contro i tempi, intenzionato a combattere duramente, e a rifiutare, tutte quelle prerogative ed attributi che riteneva troppo futili e quindi, decisamente, poco adatte per colui che avrebbe dovuto rappresentare i massimi ideali della Santità e della Povertà della Chiesa.
Già quando era Patriarca di Venezia, Albino Luciani aveva dimostrato di saper essere, a modo suo, un uomo comprensivo ma integerrimo, un duro condottiero della fede, ma anche un umile ascoltatore del suo gregge, un vero Servo di Dio.
Cresciuto nel clima pastorale di una comunità di montagna, aveva subito imparato a comunicare con immediatezza, parlando con il cuore, dissimulando i suoi studi di teologia e di dottrina dietro un comportamento schietto, immediato, usando un linguaggio che andava dritto al cuore della gente.
Tutti hanno conservato del Patriarca di Venezia l’immagine di un uomo semplice, affabile, alla mano, talmente accomodante da apparire quasi umile, troppo modesto, si potrebbe dire, per essere vero.
Ma quello era esattamente un suo modo di essere, ci teneva ad avere sempre tutti i suoi confratelli ospiti a tavola, anche se stavano stretti, gli piaceva andare di posto in posto, di sedia in sedia, a salutare tutti.
Chiamava ciascuno per nome, di ognuno di loro conosceva la storia personale, ne rammentava i parenti, ripercorreva con loro le esperienze che avevano vissuto in comune, le memorie, i ricordi.
Fu un Papa che quando venne eletto, prima di entrare nel conclave, disse al suo autista “La nostra macchina non va, portala ad aggiustare, così appena è finito torniamo subito a casa”. Uno che non vedeva l’ora di tornare tra le sue pecorelle, e che non sospettava, invece, minimamente, quale immenso compito il Signore avesse predisposto per lui.
Ora riposa nella Basilica di San Pietro, compianto e commemorato dalla gente più semplice, che fin dal primo momento, passato lo sbigottimento per la sua morte improvvisa, l’ha voluto Beato e Santo avviando immediatamente la raccolta di firme per autorizzare il processo di beatificazione.
Quando appariva nelle manifestazioni ufficiali aveva sempre l’aria di doversi scusare, pallido e teso, la sua immagine veniva tuttavia rischiarata da un sorriso dolcissimo, quasi a dolersi per aver dovuto scomodare tante eccelse autorità, alla cui schiera non si sentiva minimamente di appartenere, nemmeno da Pontefice.
Con uno sguardo cercava di abbracciare tutta la folla che era assiepata in Piazza San Pietro a rendergli omaggio e si vedeva che avrebbe voluto conoscerli uno per uno, per poterli chiamare per nome e stringere loro le mani.
Tra i suoi confratelli, anche quando sentiva la necessità di essere duro e intransigente per difendere la cieca fedeltà alla dottrina della Chiesa, faceva sempre in modo di avere una parola speciale per ognuno, un saluto particolare, una nota di cordialità personalizzata per ciascuno dei convenuti, di modo che di parola in parola il tocco della sua personalità facesse breccia nelle menti e nei cuori.
Quando era Vescovo, e poi anche da Cardinale, era avvezzo a compiere le sue visite ufficiali indossando il normale abito talare, come un semplice e modesto sacerdote, vestito in nero, quieto e dimesso quale amava essere. Al punto che spesso veniva lasciato in anticamera come un piccolo prete qualsiasi.
In campo disciplinare era un riformista, detestava la pompa ecclesiastica ed appena poteva, personalmente, ne faceva a meno, incoraggiando anche gli altri a seguire il suo esempio.
Invitava i parroci della sua diocesi a disfarsi degli arredi sacri e degli orpelli preziosi, per devolvere il ricavato a favore dei poveri, la Chiesa, diceva, è la Casa del Signore, e come tale deve essere semplice e spoglia, così come anche il nostro cuore.
Nel 1971 propose che le ricche ed opulenti Chiese di tutto l’Occidente devolvessero, spontaneamente, una parte dei loro introiti per contribuire alla crescita e alla moltiplicazione delle Chiese del Terzo Mondo.
Quando fu Papa, divenne un Pontefice che spostava personalmente le sedie perché tutti, prelati e ecclesiastici più o meno elevati in grado, potessero apparire a suo fianco nella fotografia ufficiale, era un Santo Padre che accompagnava gli ospiti in cucina, perché potessero ringraziare le suore che avevano cucinato loro il pasto, era un Vicario di Cristo che accompagnava di persona i suoi visitatori fino all’ascensore e li salutava con la mano, ricordando sempre con una parola speciale le persone care e le conoscenze comuni.
Nominato nel 1958 da Giovanni XXIII Vescovo di Vittorio Veneto, esercitò un ministero fortemente improntato, ed adattato, al circostante ambiente rurale, immedesimandosi con la gente e calandosi a pieno nel suo ruolo pastorale.
Rimasto in un certo senso in secondo piano durante il Concilio Vaticano II che si svolse nel periodo compreso tra il 1962 e il 1965, operò in seguito un’intensa attività nella Commissione Dottrinale della Conferenza Episcopale Italiana fino a che, a Dicembre del 1969, su espressa segnalazione e richiesta della Chiesa Locale, venne nominato Patriarca di Venezia.
Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il 5 Marzo del 1973 ricevette il cappello cardinalizio.
In campo teologico poteva essere definito un conservatore, perfettamente aderente ai contenuti espressi dall’Enciclica Humanae Vitae, ma anche un attento ascoltatore dei suoi tempi e un sostenitore della libertà di coscienza.
Così mentre da una parte difendeva ciecamente i dogmi della dottrina religiosa, sul campo disciplinare era pronto ad attuare radicali riforme, sotto certi punti di vista, decisamente rivoluzionarie.
Nonostante non fosse un ecclesiastico in carriera, né una personalità politica, e tanto meno un abile diplomatico, o un fine poliglotta, fu eletto al terzo scrutinio del primo giorno del conclave tenutosi nell’Agosto del 1978 dopo la morte di Papa Paolo VI.
Si disse che fu prescelto per “ciò che non era” che per “ciò che era“.
E Albino Luciani non era un politico, non era un diplomatico, non era un tecnico.
Era solo un pastore, un uomo nuovo, un segno concreto di positivismo e umiltà, il promotore di uno stile innovativo e umanissimo, senza alcuna relazione con l’ambiente curiale, era il Candidato di Dio.
Quando nel primo discorso ufficiale del 27 Agosto annunciò ai Cardinali riuniti che avrebbe scelto il nome Giovanni Paolo I, egli trasmise anche la sua ferma intenzione, con l’individuazione di quel doppio nome, di proseguire sulla strada tracciata da Paolo VI con le deliberazioni del Concilio Vaticano II, e di mantenere intatta la sacra disciplina della Chiesa nella vita dei sacerdoti e dei fedeli con tutta l’umanità di Papa Roncalli, Giovanni XXIII.
Le sue conferenze stampa, tenute a base di discorsi “non” ufficiali, che stendeva personalmente, affascinarono il mondo.
Fu in assoluto il primo Papa in assoluto di cui si poté dimostrare che proveniva dalla più pura classe operaia, nato sul tavolo della cucina, e battezzato dalla stessa levatrice, in una famiglia dove il padre si divideva tra il duro lavoro nei campi e l’emigrazione in Svizzera.
Dotato di innegabile senso pratico, era sincero, schietto e diretto, una qualità rara in un Uomo di Stato, nel supremo comandante dello Stato Pontificio.
Albino Lucani non era un professionista della Curia, non era un altero intellettuale, non era un ecclesiastico in carriera, era semplicemente un uomo di Dio, uno che aveva imparato, con l’esperienza, a comunicare con la gente, indipendentemente dalle barriere della razza, del ceto sociale, dell’età o del livello culturale.
Scegliendo il doppio nome papale espresse non solo ossequio e rispetto per i due Papi che lo avevano preceduto ma anche desiderio di prosecuzione e continuità nei confronti dell’operato di Papa Giovanni XXIII che lo aveva nominato Vescovo e di Papa Paolo VI, che lo aveva nominato Cardinale.
In soli 33 giorni di pontificato, Papa Lucani compì una serie di piccole rivoluzioni che mai, prima di allora, nessuno Pontefice aveva attuato nell’ambito di una delle istituzioni più rigide e conservative esistenti al mondo.
Fu il primo ad abbandonare il Plurale Maiestatis, rivolgendosi in prima persona alle sue genti quando parlava, e nelle conferenze stampa, e negli incontri ufficiali, e nelle sue apparizioni in pubblico.
Il fatto che poi i suoi discorsi, una volta riportati nell’organo stampa ufficiale del Vaticano, L’Osservatore Romano, venissero riconvertiti nella forma tradizionalmente più austera, non leva nulla alla straordinaria innovazione di quell’unico atto assolutamente senza precedenti.
Nella sua umanità e modestia fu anche il primo a considerare se stesso come un normalissimo essere umano, caduco e fallace al pari di qualsiasi altro, il primo ad esprimere, senza vergogna, pubblicamente, dubbi, incertezze, angosce e paure, e il suo esempio fu seguito dal suo degno successore, Giovanni Paolo II, che anche lui ebbe il coraggio di esprimere una sensazione di timore o di inadeguatezza davanti al compito affidatigli.
A prescindere dai discorsi “ufficiali” che venivano stesi, sempre sotto le sue indicazioni, dalla Segreteria di Stato per gli incontri con i Capi di Stato, i Presidenti, e i Visitatori Ufficiali del Vaticano, le occasioni veramente rivelatrici del carisma di Papa Lucani sono state quelle dei toccanti discorsi a cuore aperto tenuti in occasione delle conferenze stampa con i giornalisti, nelle udienze generali a Piazza San Pietro, negli Angelus Domenicali, nel Discorso Collettivo al Clero Romano, quando giunse perfino a chiedere scusa perché, disse, “aveva parlato dimesso”.
Un’abitudine che gli veniva da lontano, dai primi anni di pratica presso la sua diocesi, quando a soli sedici anni scriveva articoli per il bollettino parrocchiale e il suo parroco glieli correggeva, bonariamente, dicendo “E’ ben scritto, ma sa di predica ed è troppo difficile. Pensa che lo deve leggere la vecchietta che abita in cima al paese. Te la immagini, povera vecchia, con gli occhiali sul naso e le mani che le tremano, davanti a queste parole e questi periodi così lunghi? Prova di nuovo, va a capo spesso, scrivi idee semplici, vestite di immagini…”.
Da allora fu sempre quello il suo stile, il suo metodo, la sua scuola di vita, parlare con il cuore, vestire le parole di immagini, trasformare ogni discorso in una parabola, semplice come la vita.
Un uomo capace di mostrare la bellezza del Vangelo attraverso un semplice, umanissimo sorriso, che veniva da dentro.
Fu un Papa che rifiutò l’incoronazione tradizionale, che non voleva nemmeno lo stemma gentilizio dicendo “Ma è una cosa medievale. Non vale proprio la pena che nel 1978 il Papa abbia uno stemma gentilizio“, così come inizialmente volle rifiutare anche la sedia gestatoria, che l’avrebbe tenuto troppo lontano da quella gente che tanto amava.
Col tempo però fu costretto dalle innumerevoli pressioni a tornare su alcune delle sue decisioni iniziali, a venire a patto con le esigenze del Protocollo, e non ebbe modo di fare di più, ma già il cammino intrapreso indicava chiaramente quale sarebbe stato il suo operato se gli fosse stato concesso di proseguire.
Nel suo testamento spirituale, che era già pronto come se presagisse in qualche senso la sua morte, egli scrisse “Io non ho niente: i libri li lascio al Seminario, il mio buon esempio ai parenti”.
Questo era il Papa, questo era l’uomo. Semplice e Certo.
Un ecclesiastico abituato a provvedere da sé a tutte le sue necessità, uno che studiava, prendeva appunti, si documentava, preparava personalmente i suoi discorsi, non aveva bisogno di filtri, di segreterie, di assistenti, perché faceva da solo la maggior parte del lavoro e riceveva tutti, assolutamente tutti, coloro che si presentavano alla sua porta. Questo era Albino Lucani.
Nel 1976, quando i Vescovi del Triveneto sono a Roma in visita ad limina e vengono ricevuti da Paolo VI, al termine del discorso conclusivo, come d’uso, Papa Montini sta per schiacciare un apposito pulsante che dovrebbe segnalare ai giornalisti, in attesa di là in anticamera, che possono entrare per effettuare le foto di rito, ma quel giorno il Papa, forse stanco, non riesce a trovare il tasto, situato sul bracciolo destro della sua poltrona.
È Albino Lucani ad aiutarlo, e Paolo VI gli dice, dopo averlo ringraziato “Così ha già imparato dov’è”, preconizzando così la sua futura investitura ed identificando il suo successore morale.
Allo stesso modo, quando Paolo VI fu in visita a Venezia per il Congresso Eucaristico Nazionale di Udine, il Papa, con un gesto inaspettato, impose la stola pontificia del Vicario di Cristo sulle spalle di Lucani, allora Cardinale, compiendo un atto assolutamente senza precedenti ed altamente significativo, chiaramente interpretabile alla luce degli sviluppo futuri, come una precisa identificazione di successione e di volontà.
Parimenti, quando Albino Lucani viene eletto Papa, sa già che il suo pontificato sarà breve, e conosce perfino il nome del suo successore, che identifica in Carol Wojtyla,
Il Papa che seppe riscaldare con così poco tempo a disposizione il cuore delle genti già si preparava a lasciare questo mondo con la consapevolezza comunque di aver svolto egregiamente il compito affidatogli e di lasciare alle sue spalle un degno prosecutore del suo operato.
Di lui ci rimangono le sue parole, il caloroso esempio, e il processo di beatificazione sempre più prossimo, in piena aderenza con il desiderio popolare, a una rapida conclusione.
“Io non ho né la “sapientia cordis” di papa Giovanni, né la preparazione e la cultura di papa Paolo, però sono al loro posto, devo cercare di servire la Chiesa. Spero che mi aiuterete con le vostre preghiere”.
“Io sono la pura e povera polvere; su questa polvere il Signore ha scritto”.
“( ) Ti parlo di Gesù, ti assicuro che seguirlo, imitarlo, vivere il suo vangelo è bello e lieto. Però come dirle queste cose, se prima non le si vive? La gente, più che maestri, vuole testimoni”.
“Nell’officina del meccanico il fuoco si mescola al ferro, lo trasforma da oscuro in incandescente, lo pervade al punto che tu non sai più dove finisce il ferro e dove comincia il fuoco. Nell’officina del nostro interno la vita divina si mescola alla povera anima nostra e ne fa qualcosa di divino”
Questo era Papa Luciani, il Papa delle Genti, il Papa del Sorriso, il Papa che forse morì per difendere fino alla fine la Sacra Unità e l’Indissolubilità della Chiesa.
Sabina Marchesi

Sabina Marchesi








