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Da Mentesociale una brillante analisi sui Delitti Passionali

I delitti passionali corrispondono oggi al numero maggiore dei crimini omicidiari commessi in Italia; diverse ricerche hanno tentato di analizzare e conseguentemente comprendere il movente di quest’azione omicidiaria e la personalità dell’autore di reato.

delitti passionali: le cause da

Ad esempio l’Eurispes, dai dati dei primi mesi del 2003, ha riscontrato una maggiore prevalenza maschile nella commissione dell’atto, con un’età compresa tra i 31 ed i 51 anni. Un dato anch’esso molto importante, è quello evidenziato dall’Eures (2001) che afferma come la principale vittima di omicidio sia il coniuge (27%), seguito dall’ex-partner (9%). Sebbene anche in questa ricerca si evidenzi una maggiore prevalenza vittimologica femminile, esistono tipologie di vittime in cui prevale il sesso maschile, primo fra tutti il rivale. A fronte di queste statistiche e delle ricerche portate avanti da diversi studiosi di delitto passionale, è importante ricordare che non esiste una tipologia assoluta dell’autore di reato e che quindi, sebbene sia possibile individuare delle linee comuni, bisognerebbe considerare la storia personale in ogni situazione delittuosa che a noi si presenta.

Addentrandoci maggiormente nei delitti passionali e partendo proprio da un punto di vista etimologico troviamo innanzi tutto la parola greca “pathos” e quella latina “delinquere”. Nel primo caso si fa riferimento a un sentimento profondo, quasi una sofferenza, che corrisponde alla parte più istintuale della persona e che, in circostanze particolari, può esplicitarsi nella sua essenza, attraverso comportamenti più o meno estremi. A questo riguardo, diversi autori affermano che il delitto è sempre determinato dall’odio, tranne quello indirizzato alla persona amata, in cui l’unico sentimento che trapela è l’amore, per questo viene definito passionale. La parola “delinquere” invece, indica una violazione della legge penale con conseguenti sanzioni come multe, reclusione ed ergastolo. Nell’opinione pubblica questo termine è spesso confuso con quello di omicidio, ma c’è una grossa differenza: è delitto anche la violenza psicologica, le minacce, i riscatti.

Un’altra importante differenza è quella tra delitto emotivo e delitto passionale. Tale distinzione rappresenta poi quella proposta generalmente dai mass media tra delitto passionale e raptus, che porta a compiere gesti irrefrenabili. Entrambi i delitti possono avere come movente l’amore, ma ciò che li distingue è l’incontrollabile impulsività e la non premeditazione nel delitto emotivo.

Da un punto di vista legislativo, il delitto passionale è punibile per l’art. 575 del codice penale, che asserisce: “chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”.

Le cause

Cosa spinge un individuo a compiere un delitto passionale? Sembra che la gelosia sia la motivazione più frequente. Da un punto di vista etimologico, questa parola proviene dal latino “zelus” e significa zelo, cura scrupolosa. Nell’accezione più comune la gelosia è però uno stato d’animo forte di una persona che dubita della fedeltà e dell’amore del partner o di una persona cara.

Esistono comunque diversi livelli di gelosia:

1. desiderio di tenere a sé la persona amata

2. gelosia che porta a continue verifiche sulla vita del partner

3. gelosia ossessiva: proiezione della propria infedeltà o insicurezza sull’altro.

4. gelosia delirante

La gelosia di per sé quindi, non è patologica, ma può diventarlo, se espressa e percepita nella sua forma più estrema, trasformandosi in gelosia ossessiva o delirante. Il delirio di gelosia, come riportato dal DSM IV TR, consiste nella convinzione di essere traditi dal proprio partner distinguendosi in tal modo dalla gelosia caratterizzata dal timore di tradimento, ma non dalla certezza che esso si sia consumato.

Un secondo movente, a parte la gelosia, sembra essere la fine di una storia d’amore. A questo riguardo, è interessante notare come a livello biochimico, durante l’innamoramento si abbia un aumento della produzione di endorfine e feniletilamina, con conseguente senso di benessere ed euforia, mentre quando la relazione finisce, si abbia un crollo di queste sostanze, con conseguente ansia, apatia, senso di frustrazione ed irritabilità. La fine di un rapporto va a coincidere con un senso di fallimento interno e di ingiustizia subita, la cui unica reazione emotiva risulta essere spesso la rabbia o la disperazione. Da un punto di vista comportamentale, quindi,, si reagisce in due diversi modi: con l’isolamento da tutti e da tutto – e spesso con la depressione-, oppure con l’aggressività verso la persona che ci ha “regalato” il senso di frustrazione e fallimento precedentemente descritti. Sempre più frequentemente vediamo che tali delitti vengono attuati senza un movente apparente oppure, per un motivo banale. In realtà l’azione omicidiaria rappresenta l’ultima goccia che fa traboccare il vaso. La soglia della tolleranza viene meno. Alcune ricerche hanno dimostrato che delle volte le vittime non erano consapevoli dell’esistenza di qualcuno che le sopportava. Dietro questa tolleranza ed il desiderio di rimanere in silenzio, di non alzare la voce, c’è spesso la paura di esprimere le proprie idee e le proprie emozioni, in una parola, c’è un problema di comunicazione che cela il timore di essere rifiutati.

La fine di un rapporto può essere in queste persone legato anche all’incapacità di sopportare la separazione. Eppure l’uomo va incontro nel corso della propria vita, a molteplici separazioni: con il ventre materno, con la famiglia nel momento dell’adolescenza e successivamente in età adulta, con il proprio corpo fanciullesco nella pubertà, oltre a situazioni relazionali di separazioni o morte. La capacità di sopportare ed elaborare tali distacchi è in parte determinata dall’acquisizione, da parte della persone, di un nucleo protettivo adeguato, a cui far riferimento nei momento del bisogno, sviluppando cioè, un attaccamento sicuro. Se così non avviene, le separazioni vengono viste come qualcosa di catastrofico perché perdendo l’oggetto d’amore, si sente perduta una parte di se stessi.

Un terzo movente del delitto passionale è l’amore respinto. Si può trattare quindi di un ex partner che ha tentato invano di ricongiungersi alla persona amata o semplicemente di un individuo innamorato di un altro. In questo senso, uccidere l’oggetto d’amore significa riuscire finalmente a possedere quella persona che fino ad allora ci aveva rifiutati. Diverse ricerche hanno mostrato come in questo caso può non esserci rimorso perché il delitto è ritenuto logica conseguenza di ripetuti rifiuti subiti.

Un quarto movente è il delitto d’onore. Si parla in questo caso di “Sindrome di Otello”, facendo riferimento al protagonista dell’omonima tragedia shakespeariana. In questi casi, in realtà, non si tratta di vero e proprio delitto passionale in quanto l’omicidio viene attuato per salvaguardare il proprio onore. Sebbene sia sparito dal codice penale (è stato abolito nel 1981 l’articolo 587 che prevedeva una pena ridotta di 3 o 7 anni di reclusione), il delitto d’onore resiste in diversi paesi; si rivendica un tradimento, uccidendo e punendo la moglie o il rivale.

Delitto Passionale e disturbi mentali

Da un punto di vista psicopatologico, oltre il disturbo delirante di gelosia, precedentemente menzionato, in alcuni casi è presente un disturbo borderline di personalità caratterizzato, oltre che da un disturbo dell’umore, anche da una difficoltà nei rapporti interpersonali per cui da un lato si teme la simbiosi e la perdita della propria identità e dall’altro si teme l’abbandono. Di fronte alla separazione allora, si prova panico ed angoscia. Un’altra caratteristica del borderline è quella relativa allo scarso controllo della propria rabbia e questo spiega il perché, nelle persone che hanno commesso tali delitti, se si parla di disturbo mentale, si fa riferimento a questa patologia.

La depressione è anch’essa riscontrabile negli individui che commettono un omicidio di tipo passionale; in queste persone, la separazione dall’amato viene mal tollerata e, intrappolate nell’ambivalenza di una morte, quella del partner, desiderata ed al tempo stessa non voluta, uccidono l’altro e se stessi.

In conclusione, come abbiamo detto precedentemente, i delitti passionali oggi rappresentano la percentuale maggiore dei crimini omicidiari commessi. I cambiamenti socio – culturali del mondo in cui viviamo, primi fra tutti il mutamento del sistema familiare e lo sviluppo di assetti valoriali che obbligano l’individuo a tentare di primeggiare in una società in continua competizione, ostacolano probabilmente la creazione e lo sviluppo di una personalità sicura, capace quindi da un lato, di canalizzare le emozioni negative in una relazione di coppia e dall’altro, di affrontare la fine di una storia.