Colpi di Scena a cura di Cinzia Tani

Ventisette storie, uno zibaldone di beffa e tragedia, un narrato a più voci da sfaccettare in coriandoli di vita.

Un’antologia da leggere come un lungo racconto polifonico. Frutto dell’osservazione attenta di nove autori che, pur distinguendosi nello stile, hanno saputo dar prova d’intessere l’ordito narrativo con la forza d’un filo unitario. Quello dell’imponderabile che, d’improvviso, fa stonare la musica del quotidiano. E pure la banalità, allora, può trasformarsi in eccezione. […]

Colpi di scena, è una raccolta di racconti originali di Giuseppe Arcucci, Roberta Graziano, Marisa Iacopino, Claudio Impenna, Anna Lanciani, Andrea Magrini, Sabina Marchesi, Roberta Martinozzi e Tiziana Masucci curata da Cinzia Tani da Mephite Edizioni.

Dal Dizionario De Mauro della Lingua Italiana

su|spen|se
s.f.inv.
ES ingl. stato d’animo di apprensione, di ansiosa incertezza, proprio di chi attende la soluzione di eventi drammatici | in un film o in un racconto, momento o situazione carico di tensione, che induce nello spettatore o nel lettore un sentimento di sospensione e di angosciosa attesa

Ci sono pochi elementi chiave in un racconto che, intrinsecamente, proprio a causa della sua stessa brevità, deve ruotare attorno a determinati punti chiave.

Un incipit accattivante, uno svolgimento vigoroso, una trama rapida ed essenziale, personaggi tratteggiati con poche dosate e sapienti pennellate e soprattutto un finale fulminante, capace di lasciare il lettore senza fiato e spesso piacevolmente sorpreso.

Ogni buon autore sa perfettamente come rendere alla sua maniera questa ricetta antica quanto il mondo, ma ogni volta nuova e ogni volta indimenticabile, conferendo a un piatto gastronomico assai noto un sapore inconfondibile, esaltante e sempre diverso.

Nella biografia saggio di Raymond Carver, il celebre autore minimalista americano spende molte parole per descrivere quello che secondo lui è il “colpo di coda” che caratterizza una buona storia, una storia riuscita, una storia convincente.

Egli stesso, raccontando di sé e della sua vita, non riesce a fare a meno, anche a livello cattedratico, di ricadere ogni volta nel racconto, nello stile letterario che gli è proprio, sorprendendo un lettore a volte smaliziato con sempre nuovi e frequenti colpi di coda, alla “Carver”.

In un passo particolare Carver parla della sua vita di stenti e sacrifici, narra della famiglia, dei figli, degli alloggi di fortuna, dei lavori precari, delle difficoltà a far quadrare un sempre magro bilancio. A un certo punto si sofferma su una scena in una lavanderia, dove lui sta facendo la fila come tanti americani per lavare ed asciugare il bucato in quelle strane macchine a gettone che da noi non sono ancora tanto tipiche come negli Usa. E dice:

….Insomma ero lì in lavanderia. …Nervosamente tenevo d’occhio le asciugatrici in funzione nella lavanderia affollata. Quando una delle asciugatrici si fosse fermata, pensavo, sarei corso lì con la mia borsa della spesa piene di roba bagnata. Cercate di capirmi: era una mezz’ora buona che mi aggiravo per la lavanderia con quella borsa piena di vestiti, in attesa dell’occasione propizia. Già m’ero perso un paio di asciugatrici, qualcuno mi aveva preceduto. Stavo diventando furioso. Sapevo che, anche se fossi riuscito a mettere i vestiti dentro un’asciugatrice, ci sarebbe voluta ancora un’ora o due prima che si asciugassero e che potessi raccoglierli e andarmene a casa, nel nostro appartamento per studenti sposati. Finalmente un’asciugatrice si fermò. E io ero proprio lì. I vestiti che conteneva smisero di agitarsi e giacquero immobili. Se qualcuno non si fosse presentato a prenderli nel giro di una trentina di secondi, mi riproponevo di togliere i vestiti e rimpiazzarli con i miei. Questa è la legge delle lavanderie a gettone. Ma proprio in quel momento una donna si avvicinò all’asciugatrice e aprì lo sportello. Restai lì ad aspettare. La donna mise una mano dentro la macchina e tirò su alcuni capi di vestiario. Ma non erano abbastanza asciutti, decise. Chiuse lo sportello e infilò altre due monetine da dieci centesimi nella macchina. Stordito, me ne andai col mio carrello e tornai ad apettare…

Qui Carver sta solo raccontando un episodio della sua vita ma non riesce a fare a meno, nel contempo, di offrire comunque una lezione di scrittura. Il suo racconto, le sue parole, le sue atmosfere sempre leggermente claustrofobiche e dal sapore quotidiano, ambientate in situazioni familiari e ripetitive, logoranti e ossessive, trasudano letteralmente suspense da ogni singola riga. L’aria è carica di tensione, satura di aspettativa, il lettore smaliziato sa già che a questo punto deve aspettarsi qualcosa di sensazionale, una brusca conclusione della vicenda, magari uno scontro frontale, un alterco, una crisi di rabbia, forse anche un raptus omicida.

Invece no, Carver, con il suo indiscutibile genio, stupisce tutti con un inconfondibile colpo di coda, e magistralmente chiude con una riflessione amara ma dal sapore ben riconoscibile, la conclusione inevitabile per chi a un certo punto della propria vita si trova davanti a una realtà troppo pesante da accettare ma non per questo meno ineluttabile:

Pensando a quel momento, però, ricordo che anche in quel senso di confusa frustrazione che quasi mi portava alle lacrime, nulla – e dico davvero nulla – nulla di quanto mi era mai successo nella vita poteva anche solo avvicinarsi, poteva essere così importante per me, poteva essere di un rilievo pari al fatto che avevo due figli. E che li avrei sempre avuti e sempre mi sarei trovato in questa posizione di scomoda responsabilità e permanente distrazione”.

Carver trasforma così un momento apparentemente banale in qualcosa di molto più profondo, un’ammissione sconfortante di impotenza nei confronti di una vita i cui ritmi ossessivi gli sfuggono di mano, di un’esistenza lacerante che tra responsabilità ed impegni rischia di trasformare ogni suo singolo anelito di rivincita in una sconfitta predestinata e senza appello.

Questo è il senso vero della suspense, il ribaltamento, nel finale, di tutte le premesse anticipate, lo stravolgimento delle regole, la sostituzione del prevedibile con l’imponderabile, in quel raffinato gioco senza tempo che in letteratura è costituito dalla competizione mentale tra lo scrittore e il lettore. Il lettore crede di sapere dove l’autore lo vuole condurre, pensa e ritiene di poter indovinare, giocando d’anticipo, per poi essere sorpreso, ogni volta piacevolmente, dal colpo di coda finale.

Qui è la chiave di lettura dei racconti presentati in questa antologia, selezionati da Cinzia Tani, dove nuovi autori raccolgono la sfida e la portano avanti, nel nome della buona letteratura e di quel raro ineffabile piacere che è sempre stato assaporare fino all’ultimo, come un piatto di raffinata gastronomia, un buon racconto condito dall’inconfondibile aroma della sospensione e dell’incertezza.

Sabina Marchesi

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