
Giacomo Cacciatore
Figlio di Vetro
2007
Collana Coralli Italiani
EINAUDI
pp. 170
14
ISBN 8806185624
Queste sono le parole che l’Einaudi ha scelto per presentare questo libro, “una storia di mafia, in cui la parola mafia è scritta una sola volta”, perché, si sa, di mafia, apertamente, soprattutto a Palermo, non si parla mai.
Ma “Giovanni ha nove anni quando si accorge che gli amici di suo padre, alla Pasticceria Francese, possono ottenere tutto con uno schiocco delle dita”. E cosa c’era di più magico e di magnifico per un ragazzino di nove anni, nel lontano 1977, se non un televisore a colori, oggetto allora impensabile e raro, dono sofisticato di una tecnologia ancora agli albori, che solo pochi privilegiati potevano permettersi?
E se qualcuno poteva faticare a calarsi nei panni di un ragazzino di nove anni che racconta una storia durissima di ricatti, menzogne e ambiguità, ci pensa il talento di Giacomo Cacciatore a colmare lo spazio mentale che separa il lettore dall’immedesimazione più totale, con un linguaggio mimetico assolutamente perfetto, che è la vera perla di tutto il romanzo.
Un capolavoro linguistico che sconfina anche negli schemi mentali, perfino nella statura, potremmo dire, con la quale alcuni avvenimenti vengono visti, vissuti ed inquadrati: letteralmente dal “basso” delle conoscenze di un bambino delle elementari. Un bambino ai cui occhi il padre, alto, rispettato, vigoroso e temibile appare come un vero eroe, proprio uguale al Fonzie della televisione. Quella televisione a colori tanto sognata che improvvisamente si vede materializzare in casa solo perché “qualcuno” ha schioccato le dita.
Ê praticamente impossibile raccontare questo romanzo senza fare un torto all’autore se non forse usando le sue stesse parole che, a dire il vero, sono come acquerelli impressionisti, che spiccano sulla tela e ci parlano, da soli, di una storia che, a ben pensarci, non avrebbe potuto essere narrata in altro modo che questo.
Una storia che comincia con una televisione a colori e finisce con Starsky e Hutch che parlano da uno specchio dal riflesso sempre più opaco, che inizia con la paura della mafia e termina con un segreto ancora più terribile. Una storia costellata di ombre, frasi dette e non dette, bigliettini cifrati e telefonate anonime, codici di comportamento, regole d’onore e di omertà, incertezze e ossessioni che rasentano l’isteria. Dove tutto si conclude in una corsia di ospedale, con una famiglia distrutta e un’altra che raccoglie i propri cocci, mentre tutto il mondo, attonito, da un altro televisore, assiste alla rivelazione, tremenda, della strage di Capaci.
In mezzo un lasso di tempo che si dilata, in cui, come al rallentatore, ci viene mostrato un bambino che cresce, che dalle elementari passa al Liceo, che arriva fino all’Università, che salendo di statura muta anche di prospettiva, e che vede il padre consumarsi sotto ai suoi occhi. Quel padre tanto imponente e altero, ora invece lacero e consumato da un crescente senso di impotenza di fronte agli eventi che precipitano, in un mondo che non è più il suo, alle prese con codici che egli, forse, non riconosce più.
Giovanni è ora un ragazzo, che finalmente crede di capire, e, come in un romanzo giallo, va a ripescare i vecchi indizi che da bambino non aveva potuto riconoscere e comprendere e tenta di ricomporre il puzzle, ma le tessere del mosaico, se diversamente disposte, possono condurre a qualsiasi soluzione, il disegno può mutare se osservato da una diversa prospettiva, la verità rivelata, alla fine, potrebbe anche non essere quella giusta.
Un complesso gioco a incastro dove realtà e apparenza si fondono negli occhi di chi osserva, gli occhi del padre e quelli del figlio, gli occhi del servo e quelli del padrone, gli occhi della “famiglia” e quelli del “boss”, gli occhi di una moglie tradita e quelli di coloro che “ricordano, ammoniscono ed esortano” al rispetto delle regole.
“Quando entrano nella pasticceria suo padre è nero. Il televisore a colori un sogno spento”. Eppure, eppure, una volta suo padre gli ha detto che “per andare avanti nella vita bisogna afferrare l’occasione”, ma quel televisore tanto agognato, con il suo schermo dove i colori prendono vita, sembra dotato di vita propria, perché quando si spegne, congela i movimenti e spezza ogni anelito di rivalsa “un giocatore infortunato sta per rialzarsi, ma non fa in tempo: il buio risucchia la sua immagine, il verde del campo, l’olivastro delle gambe nude, il rivolo di sudore che scorre dai capelli ricci”.
E su tutto questo domina l’essenza del vetro, un vetro che quando vuole sa essere trasparente, ma non troppo, perché “quando il male non lo vedi con i tuoi occhi, allora non esiste”, ma se il vetro si rompe, allora il suono dei cocci che scrocchiano è capace di “risvegliarti, all’improvviso”, e certa gente, nel momento in cui si mette in testa di sapere la verità, “taglia più del vetro” e quando questo succede la “risata esce a mozziconi, ti scuote tutto e si trasforma in un’altra cosa”.
Ci sono vicini che spariscono, e davanti alla loro scomparsa un bambino di nove anni, con la coerenza tipica di quell età, è perfino capace di domandarsi: ma “uno che lavora tutto quel tempo a una nave così” tutta fatta di fiammiferi di legno, “e lascia solo un buchetto da chiudere, non mi convince che se ne va”. Anche se il padre gli ha spiegato “che questo succede solo ai fessi”.
Si vedono persone che “stanno sempre negli stessi posti, a gruppi sparsi. Ê come se li avessero piantati in varie zone della città con i piedi dentro un buco, per fare ombra a un angolo della strada, a una saracinesca aperta o chiusa, a una panchina” ( ) “che ti avvolgono la faccia con tutte e due le mani, come se volessero baciarti. O come se cercassero di capire di che pasta sei fatto”, persone che “all’inizio, sono tutte gentili” ma poi ti costringono, come Fonzie in televisione “a saltare una lunga fila di bidoni senza cadere” e non sempre quel salto resta congelato in un fermo immagine, con sotto la scritta “To be continued”, anzi, spesso, dopo, non c’è nemmeno modo di continuare, quando sei circondato da visi che “al posto delle parole, hanno un sorriso che sembra come una riga disegnata male”.
E c’è un bambino che per scavalcare il divario che lo divide da suo padre tenta di usare un linguaggio da grandi, e dice “questi sono discorsi tra maschi. Perché io al mondo ho solo te. Cade il mondo e a me resti solo tu. E questo te lo puoi anche scrivere”, e anni dopo usa lo stesso linguaggio delle telenovele, per scuotere sua madre dal torpore apatico di una vita ormai rassegnata e statica, “è arrivato il momento di dirci una verità che credevi sepolta”.
Ma come fa un bambino, poi ragazzo, a lottare contro un mondo dove si “parla solo se ti si chiede qualcosa”, un mondo dove, “come in TV: è tutto diverso, quando si cambia canale”. Un mondo in cui muore della gente, che vola incontro all’asfalto e quando guardi il telegiornale “si vedono i denti, tanti, grandi, ma non stanno sorridendo perché la strada ha grattato via loro le labbra”, proprio quelle che servivano “per parlare”. Un mondo dove le toilette dei ristoranti “sono stanzoni bianchi, illuminati da un neon che ti fa le mani pallide come quelle dei morti” soprattutto quando un bambino sente, non visto, qualcosa che non avrebbe mai dovuto sapere.
Allora, agli occhi di quel bambino, tutto cambia e le “guance di suo padre sanno di vento sporco”, si scopre che “ci sono momenti in cui non riconosci più una faccia che hai visto tutti i giorni della tua vita”, perché è come “con gli animali, che non possono spiegare le cose a parole e allora bisogna stare attenti alla piega del muso, a un lampo nelle pupille, per scoprire che cosa vogliono, che cosa provano, da che cosa stanno per scappare”. Ecco che suo padre sembra ora un serpente, ora un geco che striscia sulla parete, ora un gorilla o un orso, poi un coccodrillo. O forse un agnello “pronto a belare”.
Andare al suo salvataggio poi, è come quando davanti a te “si stende una mappa dei pirati. Ci sono i teschi che indicano le trappole, i punti oscuri dove un bambino può perdersi, ci sono i pozzi nei quali ti trascineranno i cannibali per non restituirti mai più. Vedi colline da scalare. Distese di deserto dove bisogno procedere con le scarpe in mano” e vorresti tanto che Starsky ed Hutch uscissero dallo schermo per coprirti le spalle o che, come nel film di Romero, venisse alla fine un elicottero a salvarti da quel fiume di morti viventi che sta tentando di portarti via.
Ma quando anche i poliziotti, “per strada, sentono tante cose, ma se non le vedono con i loro occhi, allora non esistono” inevitabilmente tutto si chiude con i “morti che camminano e le teste che scoppiano” perché dentro o fuori dal cinema, non fa differenza. Anche l’uomo più altero diventa “un cane bastonato, poi una faina che si porta stretta tra i denti pezzi di passato che hanno perso tutto il sangue, e alla fine, è anche lui un morto che cammina”.
Poi, poi c’è solo il silenzio, “silenzio con sopra briciole di parole” e allora ci si chiede, ma davvero “se il vetro si rompe, poi si può incollare”? Forse no, quando fai parte di un ingranaggio che, come tutte “le macchine perverse” non contiene “ingranaggi inutili” ma “usa tutte le rotelle, anche quelle piccole”.
“La bomba arriva in tempo per mozzare le parole di chiunque” e “l’autostrada non sembra più un’autostrada. Ê un pesce che si è capovolgo sul vassoio. Ha sparso viscere da uno squarcio, ha sbalzato tutto quello che ci stava sopra. Sul tronco di un albero si è attaccato un rettile. Se guardi meglio, è la carcassa di una macchina. Ci sono altri relitti, coperti con teli che hanno il colore delle divise dei soldati in guerra. Un elicottero sorvola la zona”.
Allora aveva ragione Romero, è davvero L’alba dei morti viventi, solo che non sempre l’elicottero arriva in tempo per salvare i superstiti.
E se ti ritrovi ad asciugare le guance di una persona che amavi, ti sorprendi a chiederti “davvero si può spegnere tutto come alla televisione” ?
Sabina Marchesi

Sabina Marchesi








