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IL REBUS E L’ENIGMA

L’enigma, il gioco, la traccia e l’indizio, lo sappiamo tutti, sono le basi indissolubili del giallo classico d’autore. Ma negli anni quanto ha pesato l’elemento “inganno” rispetto all’elemento “trucco”? Quanto c’è del gioco enigmistico in un romanzo giallo? “L’occhio vede quel che la mente vuole”, e in effetti in questo sta radicato l’eterno successo di una formula enigmatica artisticamente complessa, capace di soddisfare al tempo stesso il gusto e il palato, l’odorato e l’olfatto, la mente e l’intelletto. Giochi costruiti come rebus, codici segreti e crittogrammi, partite di bridge e segnapunti, alibi compositi con tabelle di marcia e orari ferroviari, giochi di parole, libere associazioni, anagrammi e intrattenimenti di società.

Quanti romanzi sono basati unicamente sull’inganno di un gioco le cui regole  vengono stravolte? Quanti enigmi sono risolvibili solo per i pochi iniziati  di una competizione sportiva o di un gioco di carte? Quanti indizi risultano comprensibili solo per una ristretta cerchia di persone? Partite a scacchi e tornei di bridge, bluff da giocatori di poker, sciarade animate, indizi sotto forma di codice, frasi sibilline sussurrate in punto  di morte dalla vittima, filastrocche per bambini rivisitate e  corrette. Codici da interpretare, enigmi da risolvere, sfide per la mente,  giochi di una società senza tempo e senza fine che eternamente  intrattengono, stimolano e si rincorrono per sorprendere il lettore una volta di più. In una competizione sportiva dove l’autore, per forza di cose,  sta sempre un giro avanti a noi.

The Red Box di Rex Stout del 1937.  Nero Wolfe è chiamato a indagare su un caso di cioccolatini avvelenati. Muore un’indossatrice, ma quei dolcetti che  riposano sul manto rosso di una elegante confezione di bon bon “a chi” erano  destinati? Sarà una conversazione riportata dal fido Archie Goodwin a  mettere ilpachidermico investigatore sulle tracce del colpevole, grazie a un raffinato gioco di parole che attinge alle radici  latine della lingua e che indirizza l’accusa contro l’algida e altera Calida Frost. Dite che non si dovrebbe “mai” rivelare il nome dell’assassino? Che poi il romanzo perde di seduzione? Siete davvero convinti di questo? Anche se vi diciamo “chi” è stato voi ancora non sapete il perché e soprattutto non sapete nemmeno “come” ha fatto. A voi la sfida ora.
Death of a demon, Rex Stout, 1962. “Quella è la pistola con la quale NON  sparerò  a mio marito” si sente dire Wolfe dalla bella Signora Hazen. Ma nel  corso del romanzo quella pistola spara e il Signor Hazen viene ucciso. Un  semplice gioco di parole o un enigma ancora più complesso?

 “Dieci poveri negretti – Se ne andarono a mangiar – Uno fece indigestione-  Solo nove ne restar.” Comincia così, con una filastrocca per bambini, una delle prove migliori di Agatha Christie, datata 1939, conosciuta in Italia  con il titolo E poi non ne rimase nessuno, successivamente trasformato in  Dieci Piccoli Indiani. La filastrocca, di origine americana, risale al 1868  ed è la chiave cifrata per la soluzione del mistero. Uno degli enigmi più classici che ancora oggi vanta centinaia di tentativi di imitazione.

Due mesi dopo, Agatha Christie, 1937. Hercule Poirot riceve una lettera dall’anziana Signorina Arundell, due mesi dopo la sua morte. La missiva stessa è un codice cifrato attraverso cui Poirot arguisce il carattere della
defunta e la natura “delicata” dell’indagine che questa avrebbe voluto  affidargli. La naturale riservatezza e la circospezione della tipica zitella  vittoriana hanno impedito alla donna di scrivere di più, e nel frattempo è  morta, il villino dove abitava è stato messo in vendita, non tutti gli  interessati sono rintracciabili. Eppure Poirot, magistralmente, “due mesi dopo” riesce a ricostruire gli eventi con un ragionamento alla cui base si
pone un’incantevole sciarada. Una scena apparentemente insignificante, dipinta su un vaso, un vaso di cui la signorina defunta sembrava essersi preoccupata tanto poco tempo prima della sua morte. Sul vaso sta dipinto un cagnolino chiuso fuori casa che aspetta di poter entrare. Una scena domestica quieta e banale, eppure proprio qui sta la chiave per la soluzione del mistero.

The Gold Bug, Edgard Allan Poe, 1934. Un antico disegno che sta per essere gettato alle fiamme rivela dei segni vergati con inchiostro simpatico. E’ un  teschio o uno scarabeo quello che appare alla luce incerta delle fiamme? Ma  l’enigma non è qui, il segreto è celato tra le pieghe della crittoanalisi, la decodificazione di segni sconosciuti  o l’interpretazione di lingue  morte. Solo chi sa come interpretare il codice può giungere alla verità. In  questo caso il procedimento adottato fa riferimento alla crittografia classica e alle tecniche già note agli arabi da secoli e conosciute con il nome di “analisi di frequenza”.

The valley of fear, Sir Arthur Conan Doyle, 1915. Questa avventura di Sherlock Holmes parte con un messaggio in codice, una serie di numeri in sequenza, che rimandano probabilmente alle pagine o alle colonne di un  libro. Un libro che “tutti” potrebbero avere nelle loro case e nella medesima edizione, forse una Bibbia, o forse, ancora meglio, un annuario o un almanacco. Da qui parte un’indagine intricata su un indizio consegnato per  metà e che richiede, per essere risolta, l’individuazione di un eccezionale cambio d’identità, lo stesso trucco che userà Ruth Rendell decenni dopo con Addio per sempre.

Face to face, Ellery Queen, 1967. Una nota cantante viene assassinata, il sospettato più probabile però,  ha un alibi di ferro. Solo Ellery Queen riuscirà a risolvere il misero analizzando il pentagramma lasciato sullo spartito dalla donna, prima di morire. Un vero e proprio messaggio in codice che svela il nome dell’assassino.
The ABC murder, Agatha Christie, 1943. Questo classico del giallo si basa,  al pari di The Purloined Letter di  Edgard Allan Poe, sul ben noto principio  di nascondere un albero dentro una foresta. Una lettera rubata riposta con noncuranza insieme alla normale corrispondenza, naturalmente con qualche  piccolo accorgimento, per Edgard Allan Poe, e un omicidio apparentemente dissimulato all’interno di una diabolica serie, niente di meno in ordine alfabetico, per Agatha Christie. Ma sarà tutto davvero come sembra?

A ciascuno il suo, Leonardo Sciascia, 1966. Sempre sulla falsa riga “dell’occhio vede quello che la mente vuole”, qui l’intrigo si risolve tutto nell’esame di un unico indizio risolutore posto sotto gli occhi di  tutti, ma ingiustamente trascurato. Anche qui la prima uccisione serve solo per portare gli investigatori fuori strada e dissimulare il vero obiettivo dell’assassino.

Evil under the sun, Agatha Christie, 1947. Un vero e proprio gioco di prestigio che avviene quasi sotto i nostri occhi sull’isola del Contrabbandiere, quando Arlena Marshall viene uccisa. Un complicato gioco di  alibi e tabelle orarie dimostra però, testimoni oculari alla mano, che ad  ucciderla non può essere stato assolutamente “nessuno”. Ma è veramente così  o come osserva acutamente Poirot, i corpi nudi stesi al sole sembrano davvero tutti “troppo” uguali? Il diavolo che cova sotto la sabbia rovente  però non è solo l’infido spettro dell’inganno ma anche la seducente trappola  dell’illusione, perché spesso, troppo spesso, siamo portati a vedere  esattamente quel che ci aspettiamo di vedere o quel che altri ci suggeriscono di aver visto, come in The Emperor’s Snuffbox di John Dickson Carr, dove si tiene una lezione magistrale sulla manipolazione del testimone oculare, non solo quello che osserva dietro ai vetri di una finestra, ma anche quello che assiste ai fatti leggendo le pagine di un libro.

Sabina Marchesi  e Massimo Pietroselli

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