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Il delitto Marta Russo

Il 9 maggio del 1997, alle ore 11:35, un proiettile colpì Marta Russo in un vialetto dell’Università “La sapienza” di Roma. La ragazza, ventiduenne studentessa di giurisprudenza, morirà il 14 maggio, dopo interminabili ore di agonia, quando i suoi genitori autorizzarono l’espianto degli organi. Articolo di Roberto Ottonelli.

Subito si aprirono numerose piste investigative; dalla vita della giovane, ragazza irreprensibile, di buona famiglia, e senza scheletri nell’armadio, non emerse nulla.

Per un breve periodo parve l’assassino fosse l’università stessa, quasi si trattasse di entità autonoma pensante. L’opinione pubblica desiderava un nome, l’identificazione di un colpevole, chiunque fosse, quanto prima. I rilievi della scientifica isolano tracce di polvere da sparo sul davanzale della finestra dell’aula 6 dell’istituto di filosofia del diritto. E’ la svolta: Maria Chiara Lipari, una assistente presente, a suo dire, al momento dell’incidente, inguaia il professor Romano, direttore dell’Istituto, arrestato il 12 giugno con l’accusa di favoreggiamento. Vengono convocati in questura quelli che saranno i cardini portanti di un’indagine mai completamente chiara, Gabriella Alletto, la segretaria, e Francesco Liparota, l’usciere. Testimonianze contrastanti, uomini vestiti di scuro che compaiono e si dissolvono di scena, Scattone e Ferraro. I due ricercatori, si ritrovarono coinvolti nella vicenda in seguito alla deposizione di Gabriella Alletto, che per giorni aveva negato; da notare che il procuratore aggiunto di Roma, Italo Ormanni, ed il sostituto Carlo La Speranza, sono stati processati ed assolti con l’accusa di abuso d’ufficio e violenza privata. Era infatti divenuto pubblico un video durante il quale la testimone pareva essere stata convinta a sostenere una tesi ben precisa, onde evitare guai personali. Aveva giurato di non essere presente nell’aula 6 nel momento contestato.

Le perizie balistiche confermarono la tesi avanzata potesse essere verosimile, ma non la giudicarono l’unica compatibile con le traiettorie. Secondo la ricostruzione finale, i due avrebbero introdotto un’arma nell’aula in questione, Scattone avrebbe sparato da una fessura della finestra per poi riporre la pistola in una borsa nelle mani di Ferraro, continuando poi la vita normale. Dell’arma del delitto e del movente, nessuna traccia. Chiunque fosse un minimo edotto circa i crismi di ogni processo, si interrogò sulla fondatezza di un processo basato sulla mancanza di due elementi chiave. A sostegno della pista, fu dichiarato che i due avrebbero compiuto l’omicidio a scopi “scientifici”; avrebbero così dimostrato l’impossibilità da parte degli inquirenti, in assenza di movente ed arma del delitto, di trovare i colpevoli. Se così fosse stato, a chi lo avrebbero potuto comunicare? Avrebbero apposto il loro nominativo su un trattato a tema? Ancora: la particella rinvenuta sul davanzale, da un’analisi chimica, non risultò compatibile con quella relativa all’innesco del proiettile che colpì la povera ragazza.

Le sentenze si susseguirono, ed ognuna confermò, con gravità crescente, le pene ascritte ai due imputati principali; il 5 dicembre 2001, però, la Corte di Cassazione rinviò gli atti del processo e ne chiese l’annullamento causa “manifesta illogicità”. Il nuovo appello confermò le condanne a Scattone a sei anni per omicidio colposo, Ferraro a 4 anni e 6 mesi per favoreggiamento e Liparota a 2 anni, sempre per favoreggiamento. La nuova pronuncia della Cassazione, seppur attenuando leggermente le pene, ne confermò l’impianto. La conclusione della vicenda è comunque che Scattone, saldato il debito con la giustizia, ha potuto ottenere il ruolo di supplente alla cattedra di Storia e Filosofia di un liceo della periferia romana, scatenando, a ragione, le ire dei genitori degli studenti.

Gli interrogativi restano tanti; se fosse veramente colpevole, sono sufficienti i due anni e quattro mesi scontati per aver tolto una vita senza alcun motivo? Nel caso contrario, però, quello per cui debba prevalere il ragionevole dubbio di cui sempre tutti abbiamo sentito parlare, quali sarebbero le considerazioni da addurre?

L’unico elemento certo è il volto di Marta, una ragazza a cui è stata tolta, per sempre, la possibilità di sorridere.

Roberto Ottonelli