
1) Dopo tanti anni di militanza tra le fila del giallo, ti aspettavi una vittoria così importante come il Premio Tedeschi?
Penso che l’onesta e la coerenza prima o poi siano premiate, nella vita come in ogni altra attività. Si tratta solo di avere pazienza e non lasciarsi abbattere dalle ingiustizie, di scrivere con passione e piacere, e soprattutto di essere soddisfatti delle proprie opere.
2) Da cosa è nato il romanzo Il mio volto è uno specchio?
Ogni mia opera, racconto, romanzo o soggetto cinematografico, è un cocktail di tre ingredienti, le cui dosi possono variare da caso in caso: esperienza di vita vissuta, influenze di narrativa o cinematografia, e naturalmente fantasia. Vale anche in questo caso. Ho ambientato la storia sul lago Trasimeno perché vivo part time in Umbria e conosco bene la zona, e ovviamente la trovo adatta per un giallo di impianto quasi teatrale, in unità di tempo e luogo e con un numero limitato di personaggi. Discorso analogo per la stagione: quei giorni di fine settembre in cui il tepore del giorno lascia un’eco dell’estate appena trascorsa, ma appena cala il sole si alza un vento freddo che increspa le acque del lago. Due situazioni quasi opposte che la natura costringe a convivere, efficace metafora di certi miei personaggi che celano un carattere e una storia assai diversi da come appaiono.
3) L’idea del romanzo vincitore Il mio volto è uno specchio era nascosta da anni in un cassetto o è recente?
Ho scritto questo romanzo nel 2000 e negli anni seguenti ho fatto alcune continue correzioni di forma, e qualche modifica nella trama, che però è rimasta sostanzialmente la stessa.
4) Quale romanzo giallo del passato ti ha maggiormente ispirato?
In assoluto sono parecchi, soprattutto dell’epoca d’oro del giallo. Nel caso de ”Il mio volto è uno specchio”, sono presenti citazioni e deliberati omaggi a “La sposa in nero” (di Irish, ma anche il film di Truffaut), “Charlie Chan e il cammello nero” di Biggers e “Un delitto avrà luogo” della Christie. Per le atmosfere è marcata l’influenza della grande stagione del giallo thrilling all’italiana, dalla fine degli anni ’60 a tutto il decennio seguente del secolo scorso, e in particolare l’opera del grande maestro Dario Argento.
5) Partendo dal presupposto che le opere migliori di un’artista sono le prime e considerata la tua militanza di decine di racconti e romanzi, dopo tanti anni di scrittura, cosa ti rinnova l’entusiasmo e ti stimola la creatività?
La consapevolezza di aver subito in passato delle ingiustizie è stata la molla che mi ha spinto a proseguire nella mia attività. Comunque penso che nella vita le situazioni si compensano, e quindi il bilancio alla fine è in parità. Aggiungo una considerazione personale: preferisco subire che commettere un torto, sia perché ho una coscienza sia perché il destino presenta (non sempre, ma spesso) il conto delle proprie colpe. Su questo tema ho scritto anche una raccolta di racconti che si intitola, appunto, “Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe”.
6) Ci si diverte tanto a teorizzare sulla letteratura poliziesca rivalutata negli ultimi anni e pare che il romanzo giallo sia il simbolo perfetto della società moderna, l’unico ritratto possibile dei nostri tempi. Sei d’accordo?
Per prima cosa mi sembra che la maggior parte degli addetti ai lavori ritenga il noir più adatto a rappresentare le contraddizioni della società attuale. Inoltre leggo talvolta articoli e interventi di altri esperti del settore che teorizzano la morte del giallo. Bene (si fa per dire): spero che sia gli uni che gli altri siano coerenti con le proprie legittime convinzioni, così finalmente il giallo potrà essere praticato da chi lo conosce davvero e non da chi lo considera solo un genere agonizzante che debba essere salvato a prezzo di contaminazioni stravaganti o inaccettabili tentativi di svecchiamento che finiscono solo per snaturarlo.
7) C’è il giallo bolognese (con Lucarelli & friends), c’è il giallo milanese (?), c’è la Sicilia di Camilleri, la Sardegna di Fois. Pensi che esista un giallo romano?
Il mio punto di vista è diverso: non esiste un giallo locale, ma diverse sensibilità più che altro rivolte al noir o alle contaminazioni di generi che si raccolgono in questa o quella città. Il giallo, perlomeno come lo intendo io nel significato classico, è presente ovunque ma in forma molto limitata, anche se qualcuno cerca di spacciare per tale opere di genere ben diverso. Tutto ciò vale anche per Roma.
8) A cosa ti ispiri per scrivere i tuoi gialli: fatti personali, notizie di cronaca, voci di corridoio o pura fantasia?
Ogni mia storia è una miscela di tre ingredienti: esperienza personale di fatti vissuti, ispirazioni da opere di genere (ci sono citazioni di Agatha Christie, Earl Derr Biggers e William Irish), fantasia. Inoltre devo conoscere la zona in cui ambiento una trama, in questo caso è stato facile perché vivo (part-time, quando il lavoro me lo permette) in Umbria.
9) Quale romanzo giallo del passato ha più segnato il tuo stile e la tua preferenza in tale direzione?
I classici della narrativa del giallo e la grande stagione del cinema thrilling all’italiana dei primi anni ’70. Nelle mie storie l’impianto è classico ma la ricerca della suspense e dei meccanismi per far crescere la tensione è mutuata dal cinema.
10) Cosa daresti da leggere ad un curioso del giallo appena adolescente e tu con cosa hai iniziato?
Il primo giallo che ho letto è stato “La morte fa l’autostop” di Chase, in seguito ho letto di tutto, dai classici dell’età d’oro all’hard boiled fino ai contemporanei. Da diversi anni leggo più autori italiani che stranieri. A chi si accosta al giallo per la prima volta consiglio un grande del passato, come la Christie. Per scegliere un autore attuale bisogna conoscerne le tematiche, e a volte non basta: a me è capitato di leggere romanzi spacciati per gialli che con esso non avevano nulla a che fare.

Sabina Marchesi








