Questo sito contribuisce alla audience di

Il Mistero del Priorato di Rennes Le Chateau

Un piccolo paesino dei Pirenei, una chiesetta isolata e tetra, antiche pergamene, un favoloso tesoro nascosto da secoli, un vecchio parroco, una perpetua, un mistero antichissimo basato su un’arcana maledizione.Ci sono davvero tutti gli ingredienti per un Thriller ad effetto, ed è infatti su questo che si basa il conosciutissimo Best Sellers di Dan Brown, il Codice da Vinci. Ma quanto c’è di vero dietro alla leggenda?

All’ingresso della piccola chiesa di Santa Maria Maddalena un’ammonizione in latino introduce il visitatore nei meandri di un’intricatissima storia. Terribilis Es Locus Histe. Questo è un luogo terribile. Quale frase peggiore si potrebbe mai concepire per questo assolutamente inedito ed inconsueto motto di benvenuto?

Eppure questa frase, oltre a un lugubre monito, è anche la chiave di volta per la decifrazione del segreto contenuto in antichissime pergamene che potrebbero condurre alla scoperta di un tesoro occultato da secoli.

Andiamo con ordine.

Siamo sui Pirenei, a Rennes Le Chateau, nel 1885. Un prete anonimo e male in arnese giunge a prendere possesso della sua nuova parrocchia. Il nuovo curato, Berenger Sauniere, accompagnato dalla sua perpetua Marie Denamaud, trova una chiesa angusta e tetra e poche anime contadine che costituiscono il gregge di quel piccolo, anonimo e sperduto paesino arroccato sulle montagne.

In questo contesto atrofico e sonnolento, inaspettatamente, il curato, appena giunto, decide di avviare una sottoscrizione per il restauro della sua Chiesa e dà immantinente l’avvio ai lavori.

Si parte dall’altare, che atipicamente è costituito da un unico enorme lastrone poggiato da un lato contro il fianco della chiesa, e dall’altro in aderenza a una colonna antica, probabilmente risalente all’epoca Longobarda.

Proprio in questa colonna, all’interno di un’apposita cavità, vengono rinvenuti, durante i lavori, dei misteriosi oggetti.

Secondo le ricostruzioni storiche e le testimonianze sembrerebbe trattarsi di tre pergamene, perfettamente sigillate, con riprodotti alcuni passi del Vangelo, opportunamente alterati per lasciare in qualche modo una sorta di messaggio in codice.

A questo punto l’innocente, placido e apatico curato si trasforma improvvisamente in una specie di novello investigatore rampante. Prima porta le pergamene al suo Vescovo, in piena osservanza alla regola dell’ordine, poi, non contento del risultato conseguito, praticamente nullo, interroga in materia, giungendo fino a Parigi, un nipote di quest’ultimo, sommo studioso e dotto specialista di testi religiosi.

È chiaro, infatti, che per decifrare il codice occorra prima isolare le parole “estranee” ai testi sacri originali.

Subito dopo la visita al nipote del Vescovo, Berenger Saunerie, colto da improvviso anelito di conoscenza, si reca al Louvre.

Immediatamente acquista le riproduzioni di tre emblematici dipinti, I pastori d’Arcadia di Nicolas Poussin, il ritratto di Sant’Antonio da Teniers e il ritratto di Celestino V. Ma cosa hanno in comune questi quadri? Un solo particolare, in tutti e tre appare, nel fondale, il paesaggio circostante di Rennes Le Catheau.

Scongiurata l’apparente pazzia del curato, e appurato invece scientemente l’esistenza di una traccia assai concreta che egli stava seguendo, assistiamo, al rientro in sede di Saunierie, all’immediata e congestionata ripresa dei lavori.

Forse, ora, il prelato sa esattamente cosa deve cercare, anche se non sa esattamente dove.

Sotto un altro lastrone, una volta ribaltato, vengono portate alla luce due incisioni, o forse bassorilievi, raffiguranti scene composite, che forse potrebbero avere la stessa funzione dei moderni Rebus o Sciarade enigmistiche.

In uno di essi si vede un cavaliere che suona un corno, mentre l’animale beve ad una fonte, e nell’altro sempre un cavaliere, o forse un pellegrino, che porta un bimbo sulle spalle.

Nel bel mezzo dei lavori di scavo però, gli operai urtano i picconi contro qualcosa di solido, il prelato entra in fibrillazione e allontana tutti dalla scena.

Nessuno saprà mai cosa ha rinvenuto, i popolani ipotizzano solo che si trattava di due scheletri con al collo delle catene d’oro e due medagliette.

È un fatto però che, a questo punto, il comportamento del modestissimo curato, si fa sempre più misterioso.

Effettua lunghi giri nelle campagne, raccoglie pietre, sassi e ciottoli dai sentieri, si dedica alla manutenzione del vicino cimitero, concentrando la sua cura maniacale ed ossessiva soprattutto sulla tomba della nobildonna Marie De Nigri D’Albes d’Hautpoul, morta nel lontano 1781.

Pare anche che sia attribuibile al prete la parziale cancellazione, o modificazione, di alcune delle lettere incise sulla lapide tombale della De Nigri. Forse, letto quel che doveva, il prete ha cercato di confondere le tracce, perché altri non arrivino a sapere quel che lui, evidentemente, doveva aver scoperto.

Poi inizia a viaggiare, ovunque, va a Parigi e a Budapest, apre conti negli istituti bancari, invia denaro alla sua perpetua, o qualcuno, anonimamente lo fa per lui.

Nel 1896, la ristrutturazione della chiesa è ancora in atto, si restaura la facciata, si erige un acquedotto, si edifica uno stradone lastricato. Perché tutte queste alacri modifiche strutturali per una misera chiesetta di un isolato paesino sui Pirenei, perché un tale dispiego di forze, e soprattutto, da dove sono usciti i fondi per finanziare un cantiere durato tanto a lungo e così imponente?

Ma le stranezze continuano.

Non contento, Sauniere comanda la costruzione di una bizzarra acquasantiera e di un’ancora più anomala statua raffiurante il demone Asmodeo. Le incisioni poste alla base dell’acquasantiera contengono anch’esse un codice, o un messaggio, e pare che sia stato lo stesso curato a inciderle personalmente.

Sempre attingendo ai suo fondi di misteriosa provenienza addirittura effettua investimenti in terreni, edifica una villa sontuosa, arredata con suppelliti rare e estremamente preziose, costruisce una torre, La Tour Magdala, diventa un gaudente, un edonista, frequenta i salotti mondani, viene ricevuto in società, ha frequenti contatti con gli esponenti del bel mondo esoterico parigino.

Morto nel 1917 l’anonimo parroco di una chiesetta di campagna viene trovato in possesso di un patrimonio stimato attorno a un milione di franchi, che rapportato ad oggi equivale a circa tre milioni di Euro, tanto erano costate infatti le sue stravaganti imprese e i suoi bizzarri investimenti.

Su questa vicenda, certamente misteriosa, ne sono state dette di tutti i colori. Volendo indagare a ritroso, in una deduzione logica alla Sherlock Holmes, al di là della leggenda, sarebbe interessante isolare le sole prove indiziarie, gli elementi tangibili cioè, reali e documentati, che in parte hanno contribuito a generare il mito.

Sabina Marchesi

Commenti dei lettori

(Inserisci un commento - Nascondi commenti anonimi)
  • Bit Mario

    04 Jun 2010 - 09:44 - #1
    0 punti
    Up Down

    Uno dei più grand studiosi di storia templare, il prof. dott. Michele Allegri ha recentemente partecipato alla trasmissione Rebus-questioni di conoscenza, condotta su Odeon tv dal dr. Maurizio Decollanz, noto volto televisivo e giornalista d’inchiesta. Il prof. Allegri ha accostato l’organizzazione Priorato di Sion, coinvolta nell’affaire di Rennes, alla figura del re del rock, Elvis Presley. E’notorio infatti che esite un gruppo americano del priorato di sion che ha aganci solidi con l’industria cinematografica e discografica. Il rock, pare sia stato un genere musicale di loro invenzione, il tutto per incrementare la sessualità e le nascite dopo la seconda guerra mondiale. Non bisogna poi dimenticare che il credo del Priorato come quello dei Templari è estremamente pagano, centrato sul culto di Baal ed Astarote
    Grazie per l’ospitalità
    Mario

  • sesto

    24 Dec 2010 - 12:05 - #2
    0 punti
    Up Down

    Buongiorno,

    ultimamente ho visto la trasmissione Rebus in cui parlavano due grandi esperti della Sindone: il prof. Garlaschelli e il dott. Michele Allegri, storico dell’Ordine del Tempio il quale ha ribadito che non esiste alcun legame tra il telo sindonico e i Templari. Allegri ha dedicato un articolo scientifico alla Sindone sul mensile Secreta. Sotto un intervento in internet di Michele Allegri.

    “In questo periodo moltissimi lettori e alcuni giornalisti televisivi e della carta stampata mi chiedono di esprimere un’opinione sulla Sacra Sindone, soprattutto in relazione all’ipotesi che fosse una reliquia tenuta in custodia dai cavalieri dell’Ordine del Tempio.
    Ho rilasciato interviste sul caso e a molti di voi ho risposto privatamente ma voglio dedicare a questo tema un post.
    Per prima cosa, la Sindone di Torino è senza dubbio un falso d’autore. Chi l’ha fabbricata ovviamente voleva che i pellegrini cristiani ritenessero che quella figura impressa fosse il corpo di Gesù di Narazeth. Sul telo, infatti, compaiono i segni inequivocabili di una crocifissione romana con tanto di flagellazione e segni sulla fronte del condannato, “come fosse stata messa sulla testa una corona di spine”. Un’evidente parodia del martirio di Gesù.
    Il telo è del periodo medievale (come risulta dalla datazione con radiocarbonio C14) ma ciò non esclude che l’immagine possa essere stata “fabbricata” anche nel Rinascimento. Difatti, possiamo dire che il telo sindonico, che sarà di nuovo mostrato a Torino a partire da questo mese, è lo stesso che fu rattoppato dalle suore Clarisse di Chambery nel 1534/35, dopo che aveva subito un parziale incendio.
    Da dove venga questo telo, non possiamo stabilirlo con certezza. Possiamo ipotizzare (alcuni lo hanno fatto) che il falsario fosse un genio del Rinascimento e che utilizzasse materiale di recupero di epoca medievale, che fosse esperto di anatomia umana, che sapesse scrivere al contrario, che s’intendesse di studi di chiari e scuri e di processi chimici. Uno al quale fosse stata commissionata una beffa, una parodia dell’immagine di Gesù, in barba ai credenti (nessun dato, nemmeno i Vangeli ci dicono che Gesù avesse la barba o fosse alto 1.85, come nel caso dell’Uomo della Sindone).
    Un nome che mi viene in mente, come probabile autore del falso, è quello di Leonardo Da Vinci, forse perché le suore Clarisse annotarono nel loro diario l’inizio e la fine dei lavori di rammendo, il 16 aprile e il 2 maggio, le date di nascita e di morte del genio fiorentino. Ma c’è un particolare interessante che riguarda il diario delle suore che, per ora, non svelo perché sarà oggetto di un mio articolo che sarà pubblicato, a maggio, su una rivista specializzata.
    C’è anche chi è riuscito a “rifare” la Sindone usando strumenti che erano in uso nel periodo medioevale/rinascimentale. Penso ad Irene Corgiat o al prof. Garlaschelli che hanno prodotto
    “opere” belle tanto quanto l’originale.
    Per quanto riguarda il rapporto del telo con i Templari, non nascondiamoci dietro un dito: tutti noi, che siamo studiosi della storia dell’Ordine del Tempio, ci siamo cimentati e confrontati con le tesi dello storico inglese Ian Wilson. Un tesi, ormai jurassika…mi verrebbe da dire.
    C’è poi chi vuol proseguire su quella vecchia e tortuosa strada, cercando sul telo prove e conferme di quella tesi, tipo scritte in turco e in bizantino. Ebbene, come ha dichiarato il prof. Balosssino, sindonologo italiano, eventuali scritte che si potevano scorgere nelle foto della Sindone del 1931, oggi non sono più visibili… oggi che abbiamo a disposizione una tecnologia avanzatissima…chissà perché?
    Vengo al succo del discorso di questo post. I Templari custodivano la Sindone? O meglio: i Templari erano stati custodi di una Sindone?
    Non proprio, sarei propenso a dire, leggendo i fatti dal punto di vista storico e trascurando le leggende sul caso. Semmai alcune famiglie nobiliari europee, che avevano a loro disposizione la cavalleria templare sin dal 1118, tenevano in custodia un oggetto sacro che potremmo definire telo sindonico. Faccio riferimento per esempio ai De La Roche, che portarono il vero telo (che non è quello di Torino) ad Atene e poi a Besançon oppure ai Lusignano-Savoia che acquistarono un telo nel 1453 (non sappiamo se sia quello di Torino) dai discendenti dei De Charny. Altra domanda: ma quei De Charny che possedevano un telo sindonico sono gli stessi De Charnay che avevano responsabilità nell’Ordine templare? Non è dato saperlo, niente lo conferma e niente lo esclude. Si sa, invece, che i vescovi di Lirey, Henry de Poitiers e il suo successore Pierre d’Arcis, dichiararono pubblicamente che il telo che era in possesso dei De Charny era stato fatto “ad arte” da un abile artista ed era una sorta di dipinto.
    I vescovi accusarono i De Charny e il decano di Lirey di approfittare di questo imbroglio per arricchirsi alle spalle della gente. Per ordine dell’antipapa Clemente VII, la famiglia De Charny, alla fine e suo malgrado, dovette ammettere che quella Sindone era un falso, una riproduzione del vero telo che avvolse Gesù, una pittura. Ma se pensiamo che la Sindone di Torino non è un pittura, allora, è chiaro che non stiamo parlando dello stesso telo.
    Sappiamo che l’immagine sindonica è provocata da alterazioni delle fibre di lino o per calore o per processo chimico e quindi, almeno per le ricerche che sono state eseguite fino a questo momento, vi è assenza di colori.
    Probabilmente il “vero telo sindonico” era in mano ai De La Roche e stava, appunto, a Besançon che è vicina a Lirey. Questo telo andò perduto durante la Rivoluzione Francese (i nobili lo misero al riparo dal movimento di scristianizzazione del 1789). Un esponente dei De La Roche, priore del tempio di Parigi, iniziò nel 1265 Jacques De Molay all’Ordine ma i templari, come sappiamo dai documenti storici, non adoravano la sindone bensì un idolo barbuto e terrificante, una testa che baciavano e cingevano con cordicelle.
    Infatti, come sta scritto nei verbali della Santa Inquisizione del 1308, “I templari avevano degli idoli in ogni provincia”.
    Non un idolo ma molti idoli e in molte province, molte teste di morto che ci rimandano alle zucche di Halloween, la festa dei morti viventi, la festa celtica dell’Oltretomba.
    Secondo la tradizione celtica, le teste magiche portavano fortuna ed erano dispensatrici di ricchezza per chi le adorasse. Una testa di donna fu persino trovata nel Tempio di Parigi. Si tratta di idolatria, di riti in onore alle potenze degli inferi che i Templari praticavano durante i loro capitoli segreti.
    E non dimentichiamoci che era tradizione per i Templari sputare sulla croce e rinnegare la divinità di Gesù (vedi Documento di Chinon).
    Se i Templari avessero posseduto il telo di Gesù, gli inquisitori domenicani avrebbero assolto i Templari dalle accuse di eresia e di idolatria in quanto la Chiesa incoraggiava la venerazione delle vere reliquie, mentre condannava la venerazione e il traffico di quelle false (Concilio Laterano del 1210).
    In questa storia turbinosa, come ci è dato sapere, entra in campo la famiglia Lusingano.
    Come è risaputo, i Lusignano sono i signori di Stenay (il comune che ha come stemma un diavolo rosso e cornuto). Il nome della cittadina viene, secondo gli storici, dal nome del dio Saturno, il dio dell’inversione e della sovversione, dalla Chiesa paragonato a Satana, la cui festa, a Roma, era celebrata, il 25 dicembre (i Saturnalia).
    I Lusignano pretendevano di essere i discendenti di una essere mostruoso ma dispensatore di fortune. Stiamo parlando della celebre sirena o fata Melusina (Mérè Lusine, madre perduta o madre dei Lusignano). La fata che si accoppiò con Raimondo di Lusignano, il cui discendente sarà un capo templare e il re di Gerusalemme, si trasformava, ogni sabato, in un serpente di mare.
    I suoi figli, erano brutti ma invincibili similmente ai Titani.
    Melusina aveva persino un castello, sulla cui torre, tutti i sabati, saliva e richiamava dal circondario i lupi mannari con il suo grido di sirena, volteggiando in aria. Prima del Medioevo, Melusina era ritenuta dalle popolazioni francesi, un essere buono, dispensatore di fortune. È solo con l’avvento della Santa Inquisizione che Melusina viene rappresentata come un essere infernale.
    I Lusingano, come la storia ci insegna, non erano partigiani della chiesa cattolica, avevano fama di essere maghi e stregoni, erano imparentati con i re merovingi e con gli Hautpoul, signori di Rennes-le-Château. Appoggiarono i Catari contro le milizie papali durante la Crociata contro gli Albigesi. A loro non interessava la figura di Gesù.
    I Lusignano erano di religione pagana ed avevano una forte devozione nei confronti del leggendario Meroveo, il re taumaturgo, figlio di una donna e di un mostro marino, il Quinotauro.
    Secondo alcune leggende diffuse nel Sud della Francia, in Svizzera e in Belgio, i Lusignano custodivano in una grotta, sotto una montagna, il corpo di un essere immortale, di un re-dio che sarebbe stato capace di ridestarsi dal sonno della morte, la cui tomba è rappresentata nel celebre quadro di Nicolas Poussin, i Pastori di Arcadia… con tanto di motto Et in Arcadia ego… (l’Arcadia, per i Greci, era l’entrata nel regno dei morti).
    Che un telo in possesso ai Lusignano abbia avvolto quel corpo che “nascosto in una grotta, attende di resuscitare”?