Questo sito contribuisce alla audience di

La morte ha mille mani di Luigi Guicciardi

“La morte ha mille mani e cammina lungo mille sentieri. Può giungere quando tutti la vedono e può passare inosservata e non udita. Può giungere come un sussurro all’orecchio o come un colpo improvviso sul cranio. Puoi camminare di notte con una lampada e tuttavia cadere in un fossato. Puoi salire lungo una scala di giorno e scivolare su un gradino malfermo. Puoi sederti a mensa e sentire di colpo un gelo nelle midolla …”.


Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire “. È questa la celebre frase di un film che ha fatto epoca, Blade Runner, vera pietra miliare del moderno filone della fantascienza. A pronunciarla un replicante, un androide, un prodotto tecnologico, incapace di accettare la sua inesistenza formale in un mondo che non gli appartiene, un uomo che non è un uomo ma sente come un uomo, consapevole che i suoi ricordi, le sue esperienze, il suo vissuto, andranno persi se non sarà in grado di raccontarli a qualcuno. Dopo un esordio quanto meno incerto negli Stati Uniti e un’accoglienza più entusiastica in ambito europeo, nei decenni a seguire Blade Runner è stato ritenuto molto più che un semplice film di genere, perché, al di là dell’impianto fantascientifico e futuristico, ha saputo affrontare temi fondamentali come la paura della morte, l’anelito disperato verso una felicità possibile, la frequente debolezza dell’uomo di fronte a eventi più grandi lui, l’incapacità di alcuni ad affrontare le prove della vita senza ricadere fatalmente nella meschinità e nelle miserie umane che, da sempre, tanta parte hanno avuto nella nostra storia.


La stessa cosa si può dire per “La morte ha mille mani”, l’ultima prova di Luigi Guicciardi, edito da Hobby & Work. Qui è un vecchio custode, che fa il turno di notte in una fabbrica, a ripescare dal suo giovanile repertorio di attore teatrale la celebre frase “La morte ha mille mani e cammina lungo mille sentieri. Può giungere quando tutti la vedono e può passare inosservata e non udita. Può giungere come un sussurro all’orecchio o come un colpo improvviso sul cranio. Puoi camminare di notte con una lampada e tuttavia cadere in un fossato. Puoi salire lungo una scala di giorno e scivolare su un gradino malfermo. Puoi sederti a mensa e sentire di colpo un gelo nelle midolla …”.


Si è a lungo dibattuto, in ambienti accademici e in seno alla critica, su quale sia la sottile sponda che demarchi il confine tra giallo e noir, su quale sia la magica scintilla capace di sdoganare il giallo classico verso nuove frontiere, su quale sia, in breve, la ricetta ideale per trasformare un giallo in un romanzo completo e attuale. E a Guicciardi, va detto, la magia è riuscita perfettamente. Perché qui gli ingredienti giusti ci sono tutti, la morte misteriosa, i molteplici indizi, i possibili colpevoli, i diversi sospettati, gli scheletri che ogni personaggio nasconde nel suo armadio, l’atmosfera intrigante ed opalescente che gravita attorno al mondo della chirurgia plastica con i suoi baroni della medicina, le cliniche eleganti, i personaggi eccellenti. Sono presenti, come da manuale, tutti gli elementi essenziali di un giallo. Ma c’è anche molto, molto di più. Quel tanto che basta per trasformare,appunto, un giallo normalissimo in un “romanzo”. Basterebbe prestare orecchio a uno dei dialoghi, dove l’autore affida ai personaggi la sua personale visione del giallo, per capire che ci troviamo davanti a quel “quid” misterioso, a quella quintessenza che, da sola, riesce a trasformare un drago volante in un lupo mannaro. Già, perché, come ci dice Stephen King, uno dei maggiori scrittori della nostra epoca che da più di vent’anni non fallisce mai un colpo, la convinzione che un drago volante viola a pallini blu che sputa fuoco dalle fauci spalancate fa sicuramente molta paura, ma di certo spaventa di più dischiudere quella porta misteriosa che conduce agli oscuri recessi dell’animo umano.


Il che ci porta alla fatidica domanda che, inevitabilmente, ogni delitto pone. Per cosa si può uccidere? Quali sono le passioni in grado di travolgere, senza più ritorno, i codici morali e le regole sociali grazie ai quali siamo abituati a convivere, spalla a spalla, in un mondo che va facendosi sempre più stretto? Ed ecco che allora inizia la sarabanda tra possibili tracce, indizi fuorvianti, colpevoli putativi, personaggi poco trasparenti. Muore un chirurgo plastico di chiara fama, i sospetti, come è giusto che sia, si appuntano subito sull’ambiente professionale: una clinica lussuosa, gelosie, vendette, corse probabili per la successione. Ma anche una moglie troppo giovane, la miglior testimonianza dell’eccellenza del marito, che ostenta una bellezza artificiale anche troppo perfetta, forse con qualcosa da nascondere. E poi questo professore importante, anche lui talmente perfetto da sembrare artefatto, magari con un eccesso di arroganza e qualche angolo oscuro nella propria vita. Un’inchiesta comune, apparentemente, ma densa di colpi di scena e svolte improvvise, a metà tra il buon vecchio meccanismo di indagine, fatto di controlli, di pedinamenti, di interrogatori e piccole intuizioni, e i tecnologici giochi di prestigio da patologo legale sulla scena del crimine. Un bilanciamento convincente, per un impianto narrativo che fila via senza intoppi. Con piccoli spunti di riflessione sulla nostra società, sul nostro modo di essere, sulle molte, troppe, infime, infinite miserie umane che, dai tempi di Victor Hugo fino a oggi, non sono poi cambiate di molto.


Un viaggio insomma di duplice significato che parte dai corridoi ovattati di una clinica dove si respira aria di pulizia, efficienza, denaro e disinfettante, un mondo insomma dove “ogni tanto una figura in bianco passa in silenzio. Tutti i suoni sembrano scomparsi, cancellati: persino le porte girano su cardini oliati e non fanno rumore quando si chiudono” per approdare poi a una realtà parallela, più oscura, meno nitida, meno perfetta, dove l’odore che si sente non è quello del disinfettante, ma quello, assai più acre, della paura. Perché “l’ultimo treno della vita procede a strappi. Come un vecchio treno. E c’è sempre qualcuno che aspetta all’ultimo binario, il binario morto, dove il viaggio finisce”. Così alla fine, quando la verità si rivela, scopriamo non solo che ogni indizio era proprio sotto ai nostri occhi, ma ci rendiamo conto anche che l’autore ha saputo regalarci una storia vera, tridimensionale: “una di quelle storie senza buoni e senza mostri, con nessuno da salvare, nessuno da disprezzare. Tutti hanno agito in modo sbagliato nei riguardi propri e in quelli degli altri. E tutti quanti hanno sofferto”. Una storia in cui, appunto, il drago viola che sputa fuoco si è trasformato in un lupo mannaro incapace di vivere con se stesso e che, forse proprio per questo, fa paura mille volte di più.

Sabina Marchesi

La morte ha mille mani di Luigi Guicciardi

La morte ha mille mani di Luigi GuicciardiLa morte ha mille mani di Luigi GuicciardiLa morte ha mille mani di Luigi GuicciardiLa morte ha mille mani di Luigi GuicciardiLa morte ha mille mani di Luigi Guicciardi