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Il mio primo omicidio di Leena K. Lehtolainen

Arriva finalmente in Italia un personaggio ben noto della letteratura poliziesca finlandese, l'investigatrice Maria Kallio, su cui è stata incentrata un serial televisivo di gran successo. Grazie alla casa editrice Fanucci è in libreria il primo volume di una serie a cui l'autrice, Leena K. Lehtolainen, si dedica da ben 17 anni.

Jyri si svegliò con un atroce bisogno di orinare. In bocca quel sapore acre che in genere ti lasciano whisky, birra, aglio e una serie infinita di sigarette. Si domandò se in casa avrebbe trovato della Fanta. Il mattino dopo una sbornia era quella la sua medicina preferita, se la situazione non era grave al punto da richiedere una birra. La mattina era divinamente bella. Tuulia e Mirja erano sedute in terrazza e s’occupavano della colazione. Tutto quel ciarlare sulle virtù dei vari formaggi lo divertì – in realtà le due donne non si sopportavano. Ma dal momento che una era il miglior soprano e l’altra il miglior contralto dell’ASPROF, l’Associazione degli studenti delle province orientali di Finlandia, erano costrette a fare buon viso a cattiva sorte. Mirja era la perfetta incarnazione del contralto, bruna, rotondetta, tenebrosa. Perfetta per la parte della zingara nel Trovatore di Verdi: come si chiamava poi… la zingara, insomma.
Il sole abbagliante lo colpì agli occhi, tanto che il capo gli rintronò. Per sicurezza mandò giù due tachipirine, anche se era convinto di essere ormai immune al trattamento. Fanta non ne trovò, ma c’era succo d’arancia. Il mondo gli si mostrava nel suo splendore più deprimente: il mare scintillava, gabbiani strepitavano vicino al pontile, si annunciava un pomeriggio canicolare. Cantare con quella calura non sarebbe stato tanto facile.
«Allora, Jyri, pesante la spranghetta?» fece Tuulia in tono canzonatorio. Anche lei aveva un’aria pallida, di sicuro nessuno aveva dormito granché quella notte. Ma che problema c’era? A lavorare si andava solo l’indomani.
«Gli altri dormono ancora?»
«Piia è andata a fare un bagno. Altri non ne ho visti. Sarebbe ora che si alzassero, se vogliamo combinare qualcosa.»
Mirja lo disse con un tono acido, i poltroni non le garbavano affatto. Il miglior doppio quartetto dell’ASPROF si era radunato nella villa dei genitori di Jukka in vista di un impegno importante, a suo parere, per fare le prove e non per fare baldoria. Tutto qui. Per cui sveglia, un bel caffè in canna, poi sotto coi vocalizzi.
Jyri si tirò su. Un bel bagno non sarebbe stato una cattiva idea. L’acqua era sui venti gradi, quel che ci voleva. Si diresse caracollando verso il pontile di legno. Sulla spiaggetta accanto alla sauna scorse Piia, decentemente ricoperta da un bikini. Jyri non se la sentì di andare così lontano, per cui, alla faccia del pudore, giù le brache e oplà, in mare. Anche Jukka era in mare, galleggiava sull’acqua bassa vicino agli scogli. Doveva avere un mal di testa furibondo, almeno a giudicare dal buco enorme che esibiva sul cranio. Per il resto, non aveva l’aria troppo sveglia… Jyri si sentì rivoltare lo stomaco, e precipitarsi a vomitare sulle canne vicino alla riva fu l’unico sollievo. Gli ci volle un paio di minuti per risollevarsi e riuscire a tornare sulla veranda, dove adesso c’era anche altra gente. La sua voce limpida e invidiata di primo tenore non bastò ad articolare chiaramente le parole.
«Che diavolo ci fai, così, con le chiappe al vento?» gli fece Tuulia.
«Jukka… là, al pontile, oh Cristo… Forse è morto! Annegato!»
«Ma di che cazzo parli?»
Antti si precipitò verso la riva, Mirja gli corse dietro. Un attimo, e la donna tornò indietro per fiondarsi sul telefono. I numeri delle emergenze erano nitidamente riportati accanto all’apparecchio. Dalla terrazza udirono la sua profonda voce di contralto rivolgersi affannata alla polizia, e solo dopo cercare un’ambulanza.

Dove mai ti trascina la corrente?
Ero sotto la doccia, impegnata a sciacquare via il sale dalla pelle, quando il telefono squillò. Sentii il mio annuncio nella segreteria, poi la voce di un collega che mi chiedeva di richiamare al più presto. Il riposo domenicale era durato, con mia sorpresa, più del previsto, ma non ero riuscita a rilassarmi, nemmeno sulla spiaggia. Per qualche motivo m’ero sentita in dovere di trascorrere la prima bella giornata libera dell’estate a indorarmi al sole, sebbene detestassi fare vita di spiaggia. Per tutto l’inverno avevo frequentato assiduamente la palestra, ragion per cui il mio fisico era presentabile come non accadeva da anni. A parte qualche cuscinetto di cui non mi sarei mai sbarazzata, visto il ritmo con cui mandavo giù le birre. Interruppi la segreteria e composi il numero del commissariato. Il centralino mi passò Rane.
«Ciao, bellezza! Tra un quarto d’ora sarò davanti a casa tua. Ho già impacchettato tutto. C’è un cadavere a Vuosaari, una pattuglia ce l’ha segnalato una mezz’oretta fa. Serve niente dal tuo ufficio? Arrivo!»
Si riparte, mi dissi, mentre cercavo nell’armadio qualcosa di presentabile da indossare. La gonna della divisa l’avevo lasciata in ufficio, a Pasila, sicché dovevo ricorrere ai miei jeans più decenti. I capelli erano bagnati, ma il fon non avrebbe fatto altro che scarruffare la mia zazzera rossiccia. Mi sforzai di stendere una specie di trucco sulla faccia arrossata, e feci un paio di smorfie nello specchio. L’immagine che mi rimandava
era tutt’altro che quella di una rispettabile poliziotta: gli occhi verdognoli sembravano presi a prestito da un gatto, riccioli stopposi e ribelli con riflessi rossastri accentuati dalla tintura («il segreto chi lo sa, solo io e Melody…»). Il tratto che in me destava l’impressione più irriverente era il nasino all’insù che il sole aveva picchiettato di lentiggini. La mia bocca qualcuno l’aveva definita sensuale, il che significava, in soldoni, che avevo il labbro inferiore accentuato. Era proprio questo donnino, adesso, con l’aria di una mocciosetta, che doveva andare a far rispettare la legge e l’ordine là in fondo all’estremo lembo di Vuosaari? La sirena di Rane si fece sentire da lontano. Lui adorava farla andare a tutto volume, come metà dei poliziotti finlandesi. I morti non c’era rischio che se la filassero, ma questo la gente non era tenuta a saperlo.
«Quelli della scientifica sono andati avanti» annunciò Rane con tono professionale quando saltai accanto a lui sulla Saab.
«Allora, c’è un cadavere a Vuosaari, annegato, ma pare che ci sia qualcosa che non quadra. Un tipo sulla trentina, un certo Peltonen. C’era una decina di persone che passavano il fine settimana in una villa, fanno parte di un coro, e stamattina hanno ritrovato il corpo di questo Peltonen in mare.»
«Ce l’ha spinto qualcuno?»
«Non si sa. Come dati non c’è arrivato granché.»
«Cos’è questa faccenda del coro?»
«Un gruppo di gente che canta, immagino.» Rane diede una brusca sterzata per inserirsi sul raccordo est, tanto che andai a sbattere contro la portiera col gomito, un male della madonna. Con un sospiro di rassegnazione mi allacciai quella detestabile cintura di sicurezza: fissata ad altezza di poliziotto maschio, a me serrava la gola.
«Dove diavolo è finito Kinnunen, e tutti gli altri? Non dovevi avere anche tu la giornata libera?»
«I ragazzi sono tutti su quell’accoltellamento di ieri. Kinnunen ho cercato di contattarlo per tutta l’ultima mezz’ora, ma tu sai come tracanna, la domenica… Starà smaltendo la ciucca al tavolino di qualche bar.»
Rane scrollò le spalle, rassegnato. Nessuno aveva voglia di approfondire quel discorso. Il responsabile della nostra squadra, il commissario Kalevi Kinnunen, era un alcolista. Punto. Io ero quella che veniva dopo, nella gerarchia, e dovevo occuparmi del caso fino a quando non si fosse rimesso dalla sbornia. O dai postumi. Punto.
«Rane, stammi a sentire. Forse quel tizio che è morto lo conosco, o lo conoscevo… È una faccenda un po’imbarazzante, per me…»
«Le mie ferie cominciano domani, e ho tutta l’intenzione di prendermele. Questo caso è roba tua, che ti piaccia o no. In questo mestiere c’è poco da scegliere.»