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Il Romanzo Storico secondo Giorgio Ballario

Allora ci siamo. Abbiamo un foglio bianco davanti a noi. Anzi, trattandosi di un romanzo, molti, moltissimi, innumerevoli fogli bianchi. La prima cosa da fare, ovviamente, è quella di interrogarsi. Onestamente, in perfetta solitudine con noi stessi, domandiamoci: ma che cosa voglio scrivere? Questa è la prima, primissima questione da chiarire. Molti, oggi, si stanno orientando verso il romanzo storico. Vediamo allora quali sono i punti di forza e le criticità di questo particolare genere letterario secondo l’esperienza di Giorgio Ballario.

Il fascino indiscutibilmente c’è, la tentazione pure, ambientare una storia in un periodo storico particolare, lontano dall’oggi, trasportare il lettore non solo all’interno di una storia, ma anche e soprattutto in un luogo e in un tempo sconosciuti. Per Giorgio Ballario la scelta è caduta su un personaggio particolare: “Morosini è un maggiore dei reali carabinieri in servizio a Massaua, in Eritrea, nel 1935. Credo sia singolare nella sua normalità di uomo e di servitore dello Stato, non è un supereroe né un cervellone alla Sherlock Holmes: indaga facendo ricorso al buon senso e alla tenacia, come avviene nel 99 per cento delle inchieste poliziesche vere, non quelle dei film americani. Non so se mi sono ispirato ad altri celebri personaggi della letteratura noir, ho cercato di fare di Morosini soprattutto un uomo del suo tempo, senza immaginarlo come un personaggio del XXI secolo proiettato nel passato. Insomma, la sfida è stata proprio di farlo agire, vivere, amare, mangiare e pensare come un ufficiale italiano degli Anni Trenta.”

Chiarito quali sono leve di un personaggio tridimensionale, realistico e convincente ma comunque calato nel passato, rimane ora da vedere come e perché si opera la scelta tra un periodo storico piuttosto che un altro, per Ballario, che ha scelto di ambientare i suoi romanzi in un periodo storico particolare, l’epoca coloniale delle guerre di espansione italiane del ventennio, un momento che, per un verso o per l’altro, pesa come un macigno sul trascorso del nostro paese, come ammette anche Ballario: “Sì, è un periodo controverso. Per alcuni è una macchia nera, per la stragrande maggioranza degli italiani invece è un “buco nero”, nel senso che ignorano quel che è successo, forse persino che l’Italia abbia avuto delle colonie africane e che la prima – proprio l’Eritrea – risalga addirittura alla fine dell’Ottocento, molto prima dell’epoca fascista. Senza scendere in valutazioni storico-politiche, credo che la storia di quel fenomeno sia ancora da scrivere. O da riscrivere, perché non basta dire che gli italiani in Africa sono stati brutti, sporchi e cattivi. Il colonialismo in sé è un fenomeno complesso e certamente legato a un periodo storico e culturale lontano anni luce da noi, ma solo in Italia se ne dà una lettura completamente negativa. In Francia, Gran Bretagna o Belgio – che hanno avuto esperienze ben più lunghe e per certi versi più traumatiche – si guarda al proprio passato con maggior serenità. Ho scelto questa ambientazione anche per l’originalità e lo straordinario scenario esotico che offriva, una specie di Far-West italiano che nella mentalità collettiva dell’epoca era vissuto come una vera e propria frontiera.”

Ora che, più o meno, la nostra scelta è stata fatta, possiamo dare per acquisito che abbiamo in mente una storia, abbiamo costruito un personaggio attendibile per la sua epoca e identificato un momento storico ben determinato, la parte più difficile, a questo punto, è davanti a noi. Come regolarsi con la documentazione, dove scovare le notizie, fin dove spingersi nei particolari e nella ricostruzione dei dettagli? Si scava negli archivi, si leggono biografie, si spulciano i documenti dell’epoca, si familiarizza col linguaggio su lettere e diari? Ballario ha proceduto in questo modo: “Ho fatto un po’ di ricerche, ma non così approfondite da frequentare gli archivi. Mi sono bastati un po’ di libri storici, alcuni diari e testi di memorialistica dell’epoca per comprendere appunto la mentalità dei colonialisti italiani, alcuni romanzi come il bellissimo “Tempo di uccidere” di Flaiano. E poi uno straordinario strumento pratico: le guide del Touring Club degli Anni Trenta, che descrivono nei minimi dettagli i territori d’Oltremare e mi hanno consentito di ricreare gli ambienti e le città così com’erano. Quando scrivo che Morosini va a mangiare in un certo ristorante o viaggia sulla tal strada, è tutto vero. O quanto meno verosimile.”

Ad opera finita, sorge d’obbligo una domanda, il periodo storico che abbiamo ricostruito per i lettori “quanto” è realmente diverso dal qui e adesso? Ci sono similitudini o parallelismi, abbiamo scoperto qualcosa che non sapevamo neanche noi, sentiamo che adesso quel passato ci appartiene davvero o percepiamo che comunque, al di là degli studi e dell’impegno, “qualcosa” continua ancora a sfuggirci? Dice Ballario: “Continuità ed elementi di rottura sono tipici di ogni società nazionale. E’ un po’ banale, ma è così. Dai tempi di Morosini sono passati quasi 75 anni, è chiaro che l’Italia è completamente cambiata, così come il mondo attorno, ma è altrettanto chiaro che certi caratteri culturali, umani e psicologici persistono, attraversano carsicamente i decenni e i secoli. Non appartengo a quella scuola di pensiero che vede certi episodi o periodi storici come una “parentesi” da mettere nel dimenticatoio. La storia italiana, come quella di qualsiasi nazione o popolo, è un continuum e come tale va studiato.”

Non rimane che soffermarci su una constatazione di fatto: moda o tendenza che sia ormai sono molti, anzi moltissimi, gli autori che si cimentano nel genere storico. E il pubblico sembra gradire. A cosa è dovuto questo interesse verso la storia, forse oggi la nostra identità è così poco strutturata che abbiamo bisogno di guardare indietro, come diceva Churchill, per meglio comprendere il presente e proiettare in prospettiva un possibile futuro? Ballario sembra abbracciare decisamente questa ipotesi: “ Direi di sì. Come sottolineavo prima, non ci si accontenta più della teoria della “parentesi”, si vuole approfondire un periodo che fino a poco tempo fa i libri storici travisavano o leggevano in modo esageratamente ideologico. Credo che sia anche merito di una mutata mentalità politica e del fatto che 70 anni dopo si può ragionare in modo più pacato e obiettivo sul nostro passato.”

Ora che, in un modo o nell’altro, ci siamo orientati verso il passato,rimane un grande interrogativo da risolvere. Saremo poi capaci, un giorno, di cimentarci con qualcosa di diverso o resteremo per sempre ancorati a quel personaggio a quel periodo storico o a quella determinata ambientazione? È un rischio che si corre, oppure un falso mito da sfatare? Per Ballario il problema forse non esiste: “Ho già scritto un romanzo ambientato ai giorni nostri che ha per protagonista uno strano detective privato italo-argentino, sfigato, un po’ romantico e politicamente scorretto.”

Infine, giusto per non perdere i contatti con la “nostra” realtà, accendiamo un attimo un riflettore su quello che sarà il “dopo” romanzo. La promozione, si sa, spetta alla casa editrice, con la quale si possono intrattenere rapporti più o meno buoni, a seconda dei casi, ma la presenza dell’autore e il suo rapporto diretto con il pubblico, gli addetti ai lavori, i critici e i giornalisti è ancora importante o in quest’epoca di massificazione, comunicazione di massa su vasta scala e l’eccessivo ricambio di titoli e proposte in libreria, fatti i dovuti conti, diventa tutto inutile? Per Ballario il senso di incontrare di persona il suo pubblico c’è ancora: “Vado sempre alla Fiera del Libro ed è presente pure l’editore, anche se per promuovere i miei libri preferisco usare altri metodi: al Lingotto l’offerta è eccessiva e il sistema organizzativo premia i grandi editori e gli autori super-famosi. E i visitatori sono spesso distratti dalle presentazioni-show di taglio televisivo. Preferisco organizzare piccole presentazioni in biblioteche, circoli e librerie: i numeri sono minori ma il livello di attenzione è più alto.”

Ora che ci siamo chiariti le idee, non ci resta che partire per la nostra avventura, ricordando sempre che spesso, per imparare, basta ascoltare, con estrema attenzione ed umiltà, non dico i consigli ma quanto meno le esperienze di chi ha compiuto lo stesso viaggio prima di noi. E anche, perché no, leggere i libri degli autori che hanno raggiunto un certo successo editoriale, per carpirne (magari si potesse fare a comando) i rispettivi segreti.

GIORGIO BALLARIO è nato a Torino nel 1964. Giornalista, ha lavorato per l’agenzia di stampa Agi, è stato corrispondente dal Piemonte per svariati quotidiani nazionali e redattore del settimanale Il Borghese. Dal 1999 lavora a La Stampa, dove si è occupato di cronaca nera e giudiziaria. Nel 2008 per le Edizioni Angolo Manzoni ha pubblicato il suo primo romanzo: “Morire è un attimo. L’indagine del maggiore Morosini nell’Eritrea italiana”. Nell’autunno 2009, sempre per lo stesso editore, è uscito il secondo romanzo, “Una donna di troppo”.

Sabina Marchesi