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La Dea Madrina di Robert Hulter

Si pensa, quando un autore compie un debutto così sorprendente, che il secondo romanzo debba essere, inevitabilmente una delusione. Non è stato così per Robert Hultner che, con il secondo romanzo della serie, La Dea Madrina, in Germania si è aggiudicato i due maggiori premi riservati alla letteratura gialla. Non è stato così per Del Vecchio Editore che ha voluto credere in lui accaparrandosi i diritti di traduzione per l’Italia di quella che in Germania è una serie ormai giunta al quinto episodio. Non è stato così per il pubblico e la critica che hanno trovato questo secondo volume convincente quanto il primo e perfettamente coerente con le premesse.

Walching, un piccolo paesino nella Baviera degli anni venti. All’ispettore Kajetan viene affidata un’indagine apparentemente senza importanza. Tre balordi, che tra l’altro sono già in cella, hanno ucciso una giovane adorabile ma un po’ tonta, in una delle stalle padronali del paese. Siamo in un’epoca in cui le differenze sociali sono ancora forti, in un’ambientazione rude e montanara, tra gente abituata a non dire mai le cose più importanti. In un periodo storico in cui la Germania striscia in ginocchio oppressa dalle difficoltà economiche e da una recessione senza precedenti. Sembra un incarico da nulla, solo per protocollare una verità investigativa già conclamata ma Kajetan non ci sta e, a costo di farsi malvolere dai suoi superiori e dai notabili del posto, decide di indagare a fondo, fino a scoprire, tassello per tassello, la storia vera e i complessi legami che legano questo a quello e che concatenano, fatali come il destino, ogni evento al successivo, conducendo all’epilogo finale.

Era questo il primo romanzo della serie, ben accolto dal pubblico e dalla critica per l’originalità della trama, il piglio cinematografico della scrittura e i tratti disincantati e un po’ anarchici di questo ispettore di origini italiane (Kajetan è la traduzione in tedesco di Gaetano). Particolarmente convincente risultava l’ambientazione in quella chiusa Baviera degli anni venti che, di lì a poco, avrebbe portato a maturazione le premesse necessarie per il fallito colpo di Stato di Monaco del 1923 che, successivamente, condurrà al potere della Cancelleria una delle figure più nere del nostro secolo, allora giovane studente di belle arti con scarse speranze e poche prospettive, di nome Adolf Hitler. Era piaciuta all’epoca anche la capacità di riportare fedelmente i ritmi lenti e implacabili di un paesino di montagna, quella visione un po’ claustrofobica e impietosa dei piccole centri delle Alpi Bavaresi, piegati da un clima spesso implacabile e da antiche leggi di casta ancor più immutabili del vento, della grandine o della neve.

Si pensa, quando un autore compie un debutto così sorprendente, che il secondo romanzo debba essere, inevitabilmente una delusione.

Non è stato così per Robert Hultner che, con il secondo romanzo della serie, La Dea Madrina, in Germania si è aggiudicato i due maggiori premi riservati alla letteratura gialla. Non è stato così per Del Vecchio Editore che ha voluto credere in lui accaparrandosi i diritti di traduzione per l’Italia di quella che in Germania è una serie ormai giunta al quinto episodio. Non è stato così per il pubblico e la critica che hanno trovato questo secondo volume convincente quanto il primo e perfettamente coerente con le premesse. Per di più con un realistico tocco di “working in progress” con l’ispettore Kajetan non più ispettore perché degradato per insubordinazione. Fosse che questa anarchia ed insofferenza verso le superiori istituzioni gli derivi dalla sua parte di sangue italiano?

Monaco, 1924. Nel pieno della Grande Depressione che piega la Germania degli anni venti, Kajetan, perduto il suo incarico e il ruolo di ispettore, ridotto a vagabondare per le strade in cerca di un impiego, vaga in città senza meta, vinto e piegato, come migliaia di altri nelle sue stesse condizioni. Come migliaia di altri, è ridotto a contrattare col banco dei pegni quei pochi marchi che gli bastano per un paio di pasti caldi, in cambio dell’ultimo, sentimentalmente prezioso, ricordo di famiglia. Finisce per imbarcarsi in strane avventure al limite del degrado e di quella corruzione che a malapena rattoppa gli ultimi brandelli di una società ormai allo sfascio. Per poi essere rinchiuso in quelle stesse celle che egli stesso un tempo ha piantonato, accusato di rissa, per aver difeso una prostituta dalla corte troppo insistente di una massa di ubriaconi, il suo passato, lungi dall’aiutarlo, non fa che peggiorare la sua situazione, soprattutto quando cita norme e regolamenti che, di norma, uno sbandato com’è lui adesso, nemmeno dovrebbe conoscere. La buona sorte sembra arridergli quando il locale boss della malavita gli procura un incarico, certo sospetto e decisamente al di là della legge, ma per uno vinto e pestato, con la padrona di casa dietro la porta che bussa a soldi per la pigione, forse non è il caso di andare troppo per il sottile.

Però non tutto va per il suo verso, in fondo un uomo di legge è sempre un uomo di legge, e il nostro finisce a fare pedinamenti mal pagati per una piccola agenzia investigativa, solo che, nel frattempo si è anche innamorato di una delle ragazze del giro equivoco in cui è inciampato la notte della rissa, così, quasi per caso.

Ed è solo quando la ragazza muore, in quello che viene troppo presto archiviato come un banalissimo suicidio, che ritroviamo il vecchio spirito indomito, che si dilata fino ai limiti della testardaggine, del vecchio ispettore Kajetan, pronto a buttarsi sulla pista in parte perché, se qualcosa non gli torna, e qui non gli torna davvero, è incapace di lasciar perdere, in parte perché a quella ragazza, anche se ci ha passato insieme una sola notte, lui ci teneva davvero. Ed è sempre qui che lasciamo Monaco per essere proiettati di nuovo in uno di quegli immutabili paesini di montagna, dove tutto giace immoto e sembra congelato in un fermo immagine da film in bianco e nero.

Tra collettive responsabilità e tacite colpe, si consuma una febbrile corsa al massacro in cui ogni pedina toccata dalle indagini finisce ribaltata sul tavolo da gioco, per mostrare l’altra faccia di sé, a volte tanto orrenda da dover essere nascosta col suicidio, con la negazione di ogni colpa, o anche, alla fine, con la decisione di avviare ancora una volta la macchina implacabile delle Parche, che alla fine tira a sé ogni filo con la sottile determinazione del Fato che tutto sa e tutto annoda, immutabile come le acque perenni che ancora adesso, dopo tanti eventi, fanno girare le pale di un mulino.

Robert Hültner è nato nel 1950 a Inzell/Chiemgau. Ha studiato alla Scuola superiore di cinematografia di Monaco, è stato assistente alla regia, drammaturgo, e regista di cortometraggi e documentari. Ha viaggiato con un cinema ambulante in paesi privi di sale cinematografiche e ricostruito filmati storici per il Museo del cinema di Monaco. Nel 1993 esordisce nella narrativa gialla con la serie dei romanzi incentrati sull’ispettore Kajetan, tutti pubblicati in Italia da Del Vecchio Editore.

Sabina Marchesi