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La Sequenza Mirabile di Giulio Leoni – Un giallo dentro a un giallo.

Vi ricordate la Rosa purpurea del Cairo? C’è un tizio che salta fuori dallo schermo e si innamora follemente di una spettatrice dopo di che lui e lei entrano di nuovo dentro i fotogrammi di celluloide, poi escono ancora in platea e alla fine non si sa più dove siano, se nella finzione o nella realtà. Ma poiché è un film che parla di una storia narrata in un cinema, nemmeno lo spettatore sa quale sia la finzione e quale la realtà. È una scatola dentro la scatola. Ora seguitemi, prego.


Siamo a Fiume, nel dicembre del 1920. A Palazzo Reale si svolge una scena da brivido che sarà in seguito nota come il Natale di Sangue. Luisa Baccara, finissima pianista, si è appena lanciata in una vibrante esibizione di una partitura davanti all’amante, il grande Vate Gabriele D’Annunzio e alla schiera dei suoi fedelissimi, all’indomani del trattato di Rapallo. La Regia Marina punta i cannoni sul palazzo, i primi colpi danno l’avvio a una battaglia che durerà quattro giorni. Sentiamo lo scoppio delle artiglierie, il roboante fragore dei cannoni, le esplosioni che si infrangono contro la vetrata, le urla di panico e la confusione delle sedie che si spostano, la gente che scatta in piedi, sbalordita. Udiamo la viva voce di D’Annunzio che si informa sollecito se la donna amata è rimasta ferita, per poi correre via veloce a organizzare le difese della sua roccaforte, la cittadella che sta per scomparire.

Carrellata indietro. Scopriamo che tutto ciò che abbiamo visto, le belle donne, il pianoforte, la sala scintillante, viene dal passato, riportato in vita dall’unico esemplare di un disco in cera, fatto girare su un vecchio grammofono con tanto di tromba in ottone. Siamo, verosimilmente, nel 2009 perché Alleanza Nazionale si è appena sciolta. Che c’entra, mi direte? Non importa, capirete poi. Andiamo avanti … la telecamera arretra ancora e vediamo una platea assortita di carampane arrugginite e bellimbusti di genere vario, tira aria di massoneria, sono lì riuniti per assistere adoranti all’esecuzione di quel brano, per ascoltare palpitanti quel disco reliquia, che li riporta con la mente ai passati splendori dell’impresa Dannunziana. Già, perché la Vegliante, così si chiama la pseudo setta, è un’organizzazione fondata da nostalgici, che preservano e sperano di far rifulgere ancora gli antichi echi di quel passato glorioso.

Panoramica. La cinepresa effettua una veloce carrellata a volo d’aquila, è proprio il caso di dirlo, per mostrarci i volti degli astanti e lì, quasi in fondo, ecco che vediamo il protagonista del romanzo. Uno scrittore di gialli, ironico e disincantato, ingaggiato da due tipi strambi, padre e figlia, uno che sembra la controfigura di Mefisto, l’altra che ricorda tanto la vampiresca Carmilla, per dipanare uno strano mistero che gira appunto intorno alla Sequenza Mirabile.

Finalmente, direte voi. Ora sì che ci siamo, abbiamo capito di cosa si sta parlando. L’ultimo giallo di Giulio Leoni. Mi trincero dietro la mia migliore maschera da giocatore di poker e non commento. Sicuri che sia un giallo? Sicuri che sia tutto come sembra? Vi vedo attoniti, quasi stralunati. Ma diamine, ma certo, ma perbacco. Invece no. Attenzione, come direbbe Jack Nicholson, qualcosa è cambiato. Già, mi confermate voi, finalmente desti. In effetti qualcosa di strano c’è. Cosa ci fa uno scrittore di gialli in un giallo? È anomalo. Infatti. Soprattutto quando a pagina trenta scopriamo che questo personaggio scrittore, non so perché, mostra qualche tratto familiare, qualche piglio noto, qualche vezzo che ci riporta alla mente qualcuno che conosciamo bene. Tutta suggestione, ci viene da pensare. Ulteriormente rafforzata però trenta pagine più avanti, quando qualcuno lo chiama Giulio. Coincidenze, mi si dirà. Prendiamo per buona pure questa, almeno fino a quando qualcun altro, ancora trenta pagine più avanti, ce lo presenta ufficialmente, chiamandolo “Dottor Leoni”. Ecco che vi vedo trasecolare, sobbalzare e raddrizzarvi sulla sedia. Capito adesso? C’è Giulio Leoni dentro a un libro scritto da Giulio Leoni.

Va bene, mi fate voi, imperturbabili. Si tratta, è chiaro, di un alter ego. Niente più che un semplice espediente narrativo. Diceva Umberto Eco di aver scritto Il Nome della Rosa perché gli era venuta voglia di avvelenare un monaco. Tutto qui. Sarà così anche per l’autore: gli sarà venuta voglia di lanciarsi in qualche bella avventura, in prima persona, giusto per sapere cosa si prova. Vero? Realizzo solo adesso che mi state guardando in cerca di rassicurazione, ma non mi voglio sbilanciare, anche se conosco bene Giulio, come amico e collega, voglio sottolineare che non ne so niente. E non ne so niente davvero. Giulio Leoni, autore colto, distinto professore, grande affabulatore, sottilmente fascinoso come uno Sean Connery d’annata, che si cimenta in rocambolesche indagini e avventurosi pedinamenti, tra scazzottate e agguati mortali, su e giù per i vicoli sonnolenti di Roma e le calli disordinate di una Venezia carnevalesca? Giulio Leoni che cade nella rete di una bella maliarda, si lascia irridere, corteggiare, prendere e lasciare, sempre a un passo dal tanto desiderato incontro carnale? Giulio Leoni che, novello investigatore, a metà tra il goliardico Archie Goodwin e l’erudito Philo Vance, si lancia sulle piste di un mistero inestricabile che parte dalle eroiche gesta di Fiume, per tornare indietro fino ai vaneggiamenti alchemici di Nicolas Flamel, per poi saltare di nuovo in avanti a infilarsi sotto i tendoni del circo Bandini, dove in un misterioso incidente, sono morti i famosissimi Nani Acrobati. Possibile?

Ebbene sì, non posso più negare. È proprio Giulio Leoni che a un certo punto tira un calcio nei santissimi di un sospettato, sottopone un altro a un fuoco di fila di domande armato niente di meno che di un cavatappi made in China e viene aggredito sulle scale di casa sua da un misterioso sicario in puro stile thugs. La Mirabile Sequenza a fare da filo conduttore, attraverso indizi che si susseguono, tutti legati a un libriccino misterioso, a una antica formula matematica che, così almeno sembra, se correttamente applicata potrebbe mettere in scacco i casinò di mezzo mondo. Aveva già tentato qualcuno, forse in passato, di mettere alla prova questo metodo occulto, e la sua improvvisa ricchezza, come la sua improvvisa dipartita, sono là a testimoniarlo. Così da una lucida cassetta di sicurezza in Svizzera a una polverosa biblioteca, dallo studio ammuffito di un equivoco collezionista al banco pulcioso di un antiquario, dalla efficiente facoltà di Matematica e Statistica alla sede improbabile di una equivoca setta dannunziana, vengono ritrovati tutti i tasselli necessari per comporre un complicato mosaico che presto diventa un labirinto. Labirinto attraverso cui l’autore-personaggio si muove con scaltra sicurezza, disincantato umorismo e travolgente umanità.

Ancora una volta le premesse non vengono disattese, il nostro autore non delude e ci regala un giallo intrigante e intelligente che ammicca complice al lettore e compie una fusione perfetta tra presente e passato, tra classico e moderno, tra detection e mistero. Un gioco sottile, perfettamente in equilibrio, che richiama a volte atmosfere alla Peter Sellers, sottile ed ironico, bilanciato e umoristico, giallo fino al midollo, magistralmente calibrato nella trama e con tutti gli ingredienti al posto giusto e nella giusta quantità. Con in più un qualcosa di indefinibile, il piacere diabolico di poter indovinare, come in ogni gioco di prestigio che si rispetti, se è più vero il Giulio Leoni che sta dietro alle pagine o quel Giulio Leoni che invece ci sta dentro. Un mistero nel mistero, una scatola dentro alla scatola, uno specchio dietro allo specchio. O, se preferite, un giallo dentro a un giallo.

Da non perdere e, quando l’avrete letto, telefonatemi. Confronteremo insieme, da veri appassionati, le nostre conclusioni.

Sabina Marchesi