Questo sito contribuisce alla audience di

Lezioni di scrittura con Giorgio Ballario

Se proprio volete scrivere (volete proprio?) un consiglio ve lo posso dare, senza temi di smentite, leggete le interviste che rilasciano gli autori. Scoprite come sono arrivati a scrivere, spiate come hanno costruito la loro opera letteraria, infiltratevi tra gli errori e le delusioni che essi stessi, in prima persona (anche quelli famosi) hanno vissuto. Si impara moltissimo. Ma, per chi non avesse il tempo di farlo, ecco alcuni consigli rilasciati da Giorgio Ballario in una recente intervista.

GIORGIO BALLARIO è nato a Torino nel 1964. Giornalista, ha lavorato per l’agenzia di stampa Agi, è stato corrispondente dal Piemonte per svariati quotidiani nazionali e redattore del settimanale Il Borghese. Dal 1999 lavora a La Stampa, dove si è occupato di cronaca nera e giudiziaria. Nel 2008 per le Edizioni Angolo Manzoni ha pubblicato il suo primo romanzo: “Morire è un attimo. L’indagine del maggiore Morosini nell’Eritrea italiana”. Nell’autunno 2009, sempre per lo stesso editore, è uscito il secondo romanzo, “Una donna di troppo”.

E cominciamo dal principio, sembrerebbe che per chi già ha fatto della scrittura una professione, sia più facile compiere il salto. Invece no. Perché, come ci dice Ballario: “chi è abituato a sintetizzare una storia in 50 righe all’inizio fatica a concepire una narrazione senza limiti, come quella di un romanzo. E poi il giornalismo è (o dovrebbe essere) la descrizione di fatti reali, invece un romanzo permette di volare con la fantasia e con la creatività. Nel mio caso trattandosi di romanzi storici, se così li vogliamo classificare, è importante soprattutto la verosimiglianza. Mi spiego meglio: la cornice è storica, quindi curata da un punto di vista della ricostruzione, ma poi la storia prende la piega della fiction.”

Due cose diverse, diversissime, tanto è vero che anche un professionista della scrittura come il nostro autore, ha dovuto scontrarsi con dure
realtà. Una su tutte la scelta più drammatica per uno scrittore, quale stile scegliere e privilegiare tra i tanti possibili, con che marcia intraprendere questa nuova avventura, a quale registro narrativo dare la preferenza. Nell’intervista Ballario dice che, com’era logico aspettarsi, “l’abitudine al taglio giornalistico ha favorito un tipo di scrittura abbastanza essenziale, scarna, senza fronzoli. Che poi è anche quella che preferisco nei grandi autori della letteratura mondiale. Faccio due nomi per tutti, sia pure diversissimi fra loro: Hemingway e Simenon. Ammiro gli scrittori che hanno uno stile complesso, magari un po’ barocco tipo certi sudamericani (penso al primo Garcia Màrquez…), ma in definitiva resto affezionato alla scrittura essenziale. Non a caso sia Hemingway che Simenon hanno cominciato come giornalisti…”

Qui impariamo un’altra cosa fondamentale: ci può anche piacere, come lettori, un determinato stile o un determinato autore, ma non è detto che sia cosa saggia per noi, come scrittori, emulare proprio quello. Molto meglio, il più delle volte, utilizzare lo stile che più ci si confà e che maggiormente ci somiglia. O quello, semplicemente, col quale siamo in maggiore confidenza e che abbiamo maggiori probabilità di realizzare al meglio. Non dimentichiamoci mai che la scrittura, prima di essere arte, è un mestiere artigianale, non potremmo rendere bene se utilizzassimo uno strumento che per noi è sbagliato. La cosa migliore poi, sarebbe recepire da ogni autore che abbiamo amato determinati insegnamenti e trasformarli, unirli, emulsionarli, reinventarli creando a nostra volta una cifra stilistica vera e propria, tutta nostra. Per canto suo Ballario dichiara di essere debitore in questo senso a diversi autori, sia italiani che stranieri. “ … avendo letto molti ottimi autori, specie di romanzi gialli e noir, spero di aver arraffato qua e là qualcosa di buono. Più che parlare di maestri preferirei dirti i miei autori preferiti, nell’ambito della letteratura noir: Simenon, innanzi tutto. E per l’Italia non si può non citare Scerbanenco, il capostipite del noir moderno. Poi ho amato molto Vazquez Montalbàn, lo svedese Mankell, l’americano Michael Connelly, Jean-Claude Izzo. Fra i più recenti apprezzo Markaris, Gimenez Bartlett, Roberto Ampuero e Lansdale, per la sua originale miscela di violenza e ironia.”

E ora veniamo a una delle fasi più delicate. La creazione di un personaggio che non sia uguale a nessun altro ma che, al tempo stesso, non sia troppo eccentrico o sopra le righe da non sembrare vero. Perchè, in fondo, il primo requisito di una narrativa efficace è proprio la credibilità. Sentiamo cosa ci dice l’autore a questo proposito: “ (il mio personaggio) Morosini è un maggiore dei reali carabinieri in servizio a Massaua, in Eritrea, nel 1935. Credo sia singolare nella sua normalità di uomo e di servitore dello Stato, non è un supereroe né un cervellone alla Sherlock Holmes: indaga facendo ricorso al buon senso e alla tenacia, come avviene nel 99 per cento delle inchieste poliziesche vere, non quelle dei film americani. Non so se mi sono ispirato ad altri celebri personaggi della letteratura noir, ho cercato di fare di Morosini soprattutto un uomo del suo tempo, senza immaginarlo come un personaggio del XXI secolo proiettato nel passato. Insomma, la sfida è stata proprio di farlo agire, vivere, amare, mangiare e pensare come un ufficiale italiano degli Anni Trenta.”

Una volta messo a punto il personaggio, un’altra componente fondamentale di una narrativa di buona qualità è quella dello sfondo, anche questa una questione delicata. Giorgio Ballario per i suoi romanzi ha scelto un periodo storico particolare. Approfondiremo questo concetto in un articolo separato dove verrà trattato in particolare l’approccio al romanzo storico. Qui piuttosto ci interessa approfondire un altro singolare aspetto, come vive uno scrittore l’appartenenza a un “genere” letterario, spesso sottovalutato e a torto considerato da molti di serie B? Siamo davanti al grande dilemma che appassiona schiere di critici e di lettori: il giallo-noir è una letteratura poco impegnata, prevalentemente di svago, o non è piuttosto un genere che si presta ad effettuare analisi sociologiche e psicologiche di quelle pulsioni che sono caratterista pregnante dell’essere umano? Giorgio Ballario sembra propendere per questa seconda interpretazione: “mi accodo a molti autori importanti che considerano il genere giallo-noir come il vero romanzo sociale dell’epoca contemporanea. Anche se poi non bisogna esagerare con i paroloni, perché da un buon libro giallo - così come da qualsiasi altro romanzo - come lettore non pretendo un manuale sociologico ma soprattutto pathos, divertimento e una trama avvincente. “

Un altro argomento che interesserà gli scrittori esordienti (o aspiranti scrittori) è come porsi nei confronti dei filoni che vanno per la maggiore, se esiste (ammesso che esista) un fenomeno letterario di tendenza, qualcosa che si può ritenere assodato piaccia al pubblico, è corretto o meno ispirarsi ad esso, o conviene piuttosto salvaguardare la propria individualità anche a costo di non andare incontro ai favori del pubblico (e conseguentemente di non essere presi nemmeno in considerazione dalle case editrici)? Ogni autore, naturalmente avrà la sua risposta, o la sua mediazione tra questi due opposti, Ballario la pensa così: “Non ho letto la trilogia di Larsson ma conosco bene i romanzi di Henning Mankell. Apprezzo moltissimo le atmosfere cupe, pesanti e claustrofobiche che sa creare e la capacità di analizzare i mali di una società complessa come quella scandinava. Ma alla lunga preferisco ritemprami con le ambientazioni più solari e ironiche del noir mediterraneo (Izzo, Vazquez Montalbàn, Markaris, Gimenez Bartlett…).”

Un fattore da non dimenticare, soprattutto per chi è agli inizi, è quello dell’ambientazione. Vale la pena di sbilanciarsi descrivendo paesaggi e situazioni che non ci sono note, o non sarà piuttosto consigliabile (almeno agli inizi) mantenersi su un territorio maggiormente conosciuto? Se pensate che ispirarsi alla città in cui viviamo possa essere poco stimolante per chi debba inventare e creare una storia avvincente, ebbene leggete come Ballario riesce a rendere vivida e interessante la sua Torino: “La mia Torino ha molte facce. E’ la città operaia, chiusa e un po’ tetra di fine anni Settanta, epoca di terrorismo e dei primi confronti con il mondo degli adulti durante gli studi al liceo d’Azeglio. Quella più scanzonata di metà anni Ottanta, tempi di università e prime scorribande per il mondo e anche primi contatti con l’ambiente del giornalismo. Degli anni Novanta mi ricordo il ciclone di Tangentopoli, che ho seguito per motivi di lavoro, e i primi cambiamenti verso una città più vivibile, più aperta e meno legata alla monocultura industriale. Una città che è anche riuscita ad assorbire in modo dignitoso, anche se non senza traumi, la grande immigrazione extracomunitaria. E poi la mia Torino è anche il Toro, le sponde verdi del Po, gli alberi ingialliti in autunno sulla collina, i caffè storici del centro e le vecchie piole dei quartieri popolari. E visto che abito a 20 km dalla città, è pure il territorio della provincia, i campi di granturco in pianura e i boschi di castagni in montagna.”

E infine, come cambia lo stile quando uno scrittore matura o, molto più semplicemente, quando impara a superare i primi ostacoli e acquisisce maggiore dimestichezza con lo strumento del narrare e maggiore disinvoltura nell’applicazione delle tecniche di scrittura? Per Ballario il cambiamento, tra il primo e il secondo romanzo, si può riassumere così: “Credo di aver affinato lo stile e di essere riuscito a rendere più efficaci i dialoghi. Ho cercato di dare più spessore e introspezione al protagonista e delineare meglio i caratteri dei comprimari; inoltre ho affrontato in modo più esplicito alcuni passaggi erotici che nel primo romanzo erano rimasti decisamente sullo sfondo. Ma i temi di fondo e l’ambientazione restano gli stessi.”

L’ennesimo tasto dolente riguarda le recensioni e il parere del pubblico, che si tratti di normali lettori, addetti ai lavori, critici o giornalisti. Le critiche negative sono costruttive, vanno tenute in considerazione, o rischiano di affossare definitivamente le aspirazioni di un novello scrittore o di far desistere uno magari già affermato? Ballario mantiene un atteggiamento equilibrato a questo proposito: “ quando mi fanno notare certe parti poco convincenti o personaggi non all’altezza cerco di farne tesoro: se la critica non è malevola dev’essere serenamente accettata come uno stimolo a far meglio. In alcuni casi mi ero già accorto io che talune pagine non erano riuscitissime.”

Non si può non terminare una carrellata di questo tipo senza citare il panorama italiano di autori promettenti o interessanti, colleghi o concorrenti che siano. Ballario ad esempio parla molto bene di Daniele Cambiaso di cui ha potuto apprezzare “Ombre sul Rex” e la citazione è interessante, perché tra l’altro è un autore che ha scelto, come lui, di ambientare le sue storie nel Ventennio, lo stesso periodo storico su cui Ballario ha deciso di puntare un riflettore con le sue storie.

E a questo punto corre l’obbligo, finalmente, di esaminare quali sono le criticità e quali invece i vantaggi del filone storico. Paga o non paga compiere un simile sforzo, e il periodo di riferimento deve essere particolarmente familiare all’autore oppure, come fu per Salgari, basta documentarsi a sufficienza per essere credibili? O sotto a tutto questo ci deve essere una vera passione per la storia, perché la formula chimica funzioni? Insomma per scrivere un romanzo storico basta la volontà (o la scelta di calcolo) oppure, neanche tanto in fondo, necessita la passione con la P maiuscola? Troverete la risposta a queste domande nel prossimo articolo: Il romanzo storico secondo Giorgio Ballario.

Sabina Marchesi