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Virago Blues di Giuseppe Foderaro

Presento qui il debutto del nuovo personaggio di Giuseppe Foderaro, quel Sauro Badalamenti così anticonformista ma anche tanto "vecchio stile" da risultare subito irresistibile. Un personaggio e un autore dei quali sentiremo ancora parlare. E' una promessa, ma non mia, dell'autore. Una promessa insita dentro questo primo racconto che, lasciatemelo dire, come debutto è più che sorprendente.

Virago blues di Giuseppe Foderaro

A volte non è facile. Sulla targa c’è scritto “Investigatore Privato” e la gente pensa di poterti importunare con tutte le preoccupazioni che le passano per la testa. C’è la vecchietta che ti chiede di ritrovare il barboncino smarrito, la moglie preoccupata che vuol sapere se il marito lavora ancora nello stesso posto o se per caso si è fatto licenziare, la mamma col figlio adolescente e brufoloso che sospetta chissà quali vizi occulti che vanno, generalmente, dalla presunta omosessualità al consumo su scala industriale di cannabis o cocaina. Io, che quando voglio ho la pazienza di Giobbe, cerco di spiegare cortesemente le cose come stanno. Alla fine mi occupo solo di indagini assicurative, dico, sforzandomi di fargli capire che, anche volendo, non sarei qualificato per occuparmi dei loro problemi, se no lo farei volentieri. Tento di essere gentile ma irrefutabile. Fermamente, rifiuto. Oddio, la maggior parte delle volte almeno. Perché poi, soldi a parte, che a volte te li sbandierano sotto il naso convinti quasi che pagando si possano liberare da quel peso ossessivo che li perseguita, insomma, soldi a parte, certe volte non è per niente facile liberarsi di loro anche perché, prima di fargli capire che non solo hai detto “no”, ma hai anche ogni intenzione di continuare a dire “no” nonostante tutto quello che potrebbero dire o fare, insomma, prima di convincerli che il tuo è un rifiuto-rifiuto, quelli ti hanno già raccontato tutta la storia della loro vita.

Intendiamoci, io adoro l’umanità, ma, per parafrasare un noto cantautore, “è che non sopporto tutta questa gente”. Anche se, devo dirlo, qualche volta si finisce con l’imparare moltissimo, a lasciar parlare la gente. Mi ricordo quella volta che la signora del quarto piano, un paio di gambe inguainate di nero e una taglia 46 prosperosa infilata dentro un vestito che le calza come una seconda pelle e che sotto fa indovinare di tutto, si è seduta proprio là, su quella poltroncina rossa e mi ha raccontato una storia che ha dell’incredibile, sporgendosi a mezzo busto e sventagliandomi sotto il naso una scollatura matronale con una disinvoltura da fare invidia a una pornostar navigata. Insomma se ne sta lì con tutta la calma del mondo e mi racconta che ha litigato col marito, che lui non la capisce, che è sempre troppo geloso, poverino… Io tra me e me penso che alla fine c’è da comprenderlo. Voglio dire se vedeste la gente come si gira quando la signora esce dal palazzo, capireste anche voi quello che intendo. Comunque la lascio parlare a ruota libera perché la vista, ve lo giuro, è di quelle incantevoli e non mi va davvero di metterle fretta e poi mi accorgo che la tipa sembra nervosa, continua ad accavallare le gambe e a cambiare la posizione e questo agevola molto la panoramica, non so se mi spiego. Insomma si agita, si gira, si contorce, gesticola, e a ogni movimento le forme generose contenute a stento dall’abitino a fiori sembrano esplodere, mettendo a dura prova le cuciture. Insomma tutto un balenio di forme sensuali e vampate di profumo che si sprigionano intorno. È solo dopo un po’ che comincio a chiedermi dove vuole andare a parare. Okay, mi dico, benissimo, ha litigato col marito… e quindi? Che vuole da me la conturbante virago, ora come ora?

Lo scopro ben presto, e vi giuro: non ci credereste mai! Il succo della questione è che lei e il caro coniuge hanno avuto un alterco e che, detta in breve, proprio in quel momento la bella maliarda stava preparando un arrosto. Mi racconta che, coltello alla mano, non volendo s’intende, gliel’ha appena agitato sotto il naso, così, giusto per sottolineare le sue argomentazioni. E insomma, disgraziatamente, lui si è avventato verso di lei… è scivolato sul tappetino e… ecco, come dire, probabilmente deve essersi ferito. Non potrei essere così gentile da accompagnarla un attimo nel suo appartamento per vedere se ha bisogno di aiuto, se deve essere medicato, se per caso bisogna chiamare un’ambulanza? La semi-vedova annaspa, cerca le parole, tenta di spiegarmi che da sola ha paura, che il maritino potrebbe essere troppo arrabbiato, che insomma teme per la sua personale, graziosissima, incolumità. Ecco, mi dice, come se solo in quel momento le fosse venuta la luminosissima idea, se solo io la potessi assistere nel caso di un diverbio ulteriore, lei mi sarebbe grata e riconoscente. Sulla precipua qualità e consistenza di quella riconoscenza non mi pronuncio perché sono un gentiluomo e non sarebbe cortese da parte mia.

Così mi alzo, rassegnato a fare da paciere in uno scontatissimo e banale scenario coniugale, e lascio che mi preceda verso l’ascensore perché, ve l’ho già detto, lo spettacolo è uno di quelli che merita. In ascensore, un metro per un metro a malapena, la sua presenza è tangibile e conturbante. Al pianerottolo ripropongo le debite distanze, giusto nel caso in cui il marito stia appostato dietro la porta armato d’ascia. Ma quello che trovo, invece, è tutt’altro. Di scene del delitto ho una certa pratica ma, credete a me, una cosa simile prima di allora l’avevo vista solo al mattatoio. Una scia di sangue compatta mi guida verso la salma del fu congiunto. Chiamare l’ambulanza, capisco subito, mi pare pleonastico anche perché è subito chiaro che il caro estinto deve essere passato a miglior vita già da un po’. Non per niente ho passato tanto tempo al fianco di Miranda durante i sopralluoghi giudiziari, qualcosa ho imparato. Da quel che vedo, la vedovella deve essersi riassettata per bene dopo il litigio, magari anche con una doccia ristoratrice e un bel bagno caldo. Insomma senza fretta, mentre il capro, scusate, il marito, se n’è rimasto di là a dissanguarsi lentamente. Mentre comincio a guardarmi le spalle, giusto nel caso che la tipa dovesse decidere che sono un testimone scomodo, cerco di guadagnare tempo. Che lui sia caduto, quasi per caso, sul coltello da arrosto che lei teneva in mano, sembra da escludere, ma certo mi guardo bene dal dirlo alla gentile amazzone. Tra una parola di rassicurazione e l’altra, mie, un sospiro e un semi svenimento, suoi, telefono al 113 e chiamo una volante. Non posso far altro, forse. O meglio, una cosa c’è: mettere in mezzo più testimoni possibili, onde togliere di mente alla vedovella qualsiasi ulteriore piano d’emergenza. È così che, dopo aver scampanellato a tutte le porte sul pianerottolo e aver raccolto due vecchiette spaurite e un fiero pensionato in procinto di recarsi alla bocciofila, mi dispongo ad aspettare pazientemente i rinforzi. Poi è andata come è andata. Eppure, ancora mi diverto a rileggere i verbali dei primi interrogatori che il Vice Commissario Melchiorri, gentilmente, ha voluto condividere con me. Ditemi voi se non è vero che si riesce sempre a imparare qualcosa in questa città malata e tentacolare. Ecco, leggete qui e poi sappiatemi dire.

Ispettore, non è stata colpa mia. Come dice? Vice Commissario!? Oh mi scusi, non volevo certo mancarle di rispetto. Ci mancherebbe! Vede, mio marito era letteralmente ossessionato dalla gelosia, sempre a spiare, sempre a congetturare, sempre a pensar male. Quando io, lo sa Dio, non gli ho mai dato occasione, una che sia una, di dubitare di me. Un vero Otello, guardi. Non esagero davvero. Come dice? Io? E quali motivi, mi scusi, avrei avuto per ucciderlo? Certo mi rendeva la vita impossibile, questo è vero: ma allora, dico, qui si dovrebbe accusare di omicidio tutte le donne coniugate del quartiere, le pare? Perché i mariti si sa come sono, no? Ah, è un marito anche Lei? Be’, ma Lei è un galantuomo, si vede subito. Ma insomma, Ispettore. Ah, no, scusi, Commissario. Come dice? Vice? Be’, fa lo stesso. Quello che è. Anche Lei però, insinuare che io abbia voluto ucciderlo. Via… avrei dovuto sopprimerlo solo perché avevamo avuto qualche piccolo dissapore coniugale? Sono cose che capitano, lo sa anche Lei che è un uomo di mondo, vero? Comunque è totalmente assurdo, glielo assicuro. Allora almeno la metà delle mogli dovrebbe eliminare dalla faccia della terra il rispettivo coniuge, non le pare? Ecco guardi, le racconto tutto un’altra volta. Insomma, io l’ho già detto come si sono svolti i fatti. Ma non ci sono problemi, se Lei vuole, glielo ripeto di nuovo com’è andata, per filo e per segno. Dunque, io me ne stavo in cucina a tagliare l’arrosto bello sottile perché lui su certe cose era quasi ossessivo, maniacale oserei dire, voleva tutte le cose fatte a puntino. Così ero lì, deve figurarselo, tutta concentrata con la lingua in mezzo ai denti, che cercavo di tagliare le fette dell’arista in modo che fossero tutte uguali. Quando mio marito è entrato e, senza un motivo al mondo, glielo giuro, si è avventato su di me, o forse è solo scivolato sullo zerbino, non lo so davvero com’è andata perché, capisce, stavo a testa bassa, tutta concentrata sul taglio dell’arrosto… fatto sta che per la sorpresa ho alzato la mano che teneva il coltello e lui… che disgrazia… ci è caduto sopra. Ecco vede, è proprio così che è successo. Come dice? Che secondo il rapporto dell’autopsia si è avventato sopra la lama per diciassette volte? Ma insomma, Ispettore, Lei capirà… stavo preparando la cena… io non le ho mica contate!

Giuseppe Foderaro